Julio Ricardo Cruz

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Julio Ricardo Cruz (1974 – vivente), ex calciatore argentino.

Dall'intervista di Filippo Fiorini, Testa e Cruz, Guerin Sportivo, maggio 2015, pp. 72, 73 e 75
  • Il Chino è un mito, un grande amico. Avrebbe potuto fare di più all'Inter, ma gli è mancato qualcuno che lo stimolasse nel modo giusto. Il ruolo gli ha permesso di correre meno di me e questo incide.
  • In Olanda hanno una cultura ammirevole, ma troppo diversa da quella latina. Cenano alle sei di sera e io alle dieci morivo puntualmente di fame. Poi fa troppo freddo. Non ne potevo più di partite con la palla arancione.
  • Per me sbarcare in Serie A è stato come passare a un livello superiore. Guidolin è un tipo che ti parla di tattica, tattica e ancora tattica. Mi disse che dovevo perdere peso. Io risposi: "Mister, mi scusi, ma grazie ai miei 90 chili ho fatto la differenza in Olanda, nessuno mi buttava giù". Con il tempo ho capito che aveva ragione lui. Appena mi giravo verso la porta per agganciare il lancio, il difensore mi aveva già portato via la palla. Troppo lento. Allora ho fatto una cura dimagrante: dieta e 4 allenamenti al giorno. Facevo 2 ore di corsa in più rispetto al resto della squadra e ho perso 10 chili in un mese.
  • Gli attaccanti vengono giudicati per i loro gol e ogni gol è come innamorarsi.
  • Una delle partite che più ricordo dei tempi nerazzurri fu l'esordio in Champions League contro l'Arsenal. L'Inter stava faticando molto, tutti criticavano Cúper, ma quella sera abbiamo giocato davvero bene. Si capiva già dall'atmosfera che c'era nello spogliatoio nel prepartita. Abbiamo vinto 3-0 e io ho fatto un bel gol in pallonetto dopo 22 minuti di gioco.
  • La parzialità degli arbitri certe volte era evidente. Alla fine però la verità salta sempre fuori. Credo che Calciopoli abbia fatto bene alla Serie A. I tifosi erano sfiduciati e avevano bisogno di ricominciare a credere nelle partite. Il fatto più positivo è stato vincere i Mondiali 2006. Dopo tutto quello che era successo, la Coppa ha curato una ferita.
  • Ho sempre avuto ben chiaro che la squadra viene prima del giocatore. Mancio non lo ha mai detto in pubblico, ma nello spogliatoio ci ripeteva: "All'Inter ci sono troppi capitani e pochi soldati". Allora ho capito che io dovevo fare il soldato. C'era bisogno di qualcuno che completasse l'azione. Quando è arrivato, Mancini ha indirizzato il lavoro proprio su questi rapporti di forza e la squadra ha iniziato a ingranare. Certo, il generale aveva a disposizione degli ottimi soldati.
  • Mourinho è una persona strana, ma non voglio criticarlo, perché per me è un vincente e chi vince ha sempre ragione. Posso dire che quando tra noi c'erano dei problemi, né i tifosi, né il presidente mi hanno mai lasciato solo.
  • Con Ibra però c'era qualcosa in più. Lui ha un'agilità incredibile. Ci capivamo alla perfezione. Eravamo amici anche fuori dal campo e questo ci aiutava a migliorare la sintonia di gioco. C'è stato un anno in cui lui ha fatto 22 gol e io 19, per dare un'idea di quanto funzionasse l'intesa.

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