Ljudmil Stojanov

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Ljudmil Stojanov, pseudonimo di Georgi Zlatarev (1888 – 1973), poeta e scrittore bulgaro.

Colera[modifica]

Incipit[modifica]

La Bregalniza non è un fiumiciattolo, ma in queste calde giornate di luglio ci arriva appena alle ginocchia. A piedi nudi, con i pantaloni rimboccati, passiamo a guado l'acqua indolente, muti come bestiame condotto all'abbeveratoio... Insomma, non ci affrettiamo; il rombo dell'artiglieria davanti a noi ci taglia le gambe come una falce.

Citazioni[modifica]

  • Fino a che resti fuori dalla sfera di combattimento, puoi ancora aver fede e persino pensare. Ma quando entri nel cerchio di fuoco, sei preso da una follia mostruosa: Perché tutto questo? Perché? Sputi mentalmente in faccia all'idiozia umana... (da Sulla piana di Kalimann, p. 19)
  • Si parte.
    La collina davanti a noi diventa scura, sembra il dorso di un animale antidiluviano. Sopra di lei brillano le stelle: fanno lo strano effetto di essere discese in basso. Man mano che saliamo, ci pare che all'improvviso ci tufferemo fra le stelle, che raggiungeremo il cielo, e che potremo così liberarci delle nostre pene; ci pare impossibile che dovremo gettarci nel combattimento. Ma no, è lei che si avvicina a noi, la grande pazza, mostruosa idiozia. (da Sulla piana di Kalimann, p. 23)
  • Adesso non vi è nulla di terribile: è la terra che ha una inestinguibile sete di lavoro. È la pianura di Kalimann, silenziosa e dolce, che non è stata creata per il sangue, ma per le seminagioni. Inondata dai raggi del sole, sembra fondersi nella bruma della sera; già mietuti alcuni mazzi di spighe stanno allineati in croce sulle stoppie; nel cielo voli di allodole si intrecciano al fischio insolito delle granate, questi nuovi uccelli sconosciuti. Questa notte non avrò allucinazioni: né fiamme, né caos. L'aspetto così dolce della pianura tra le colline rivivrà nel mio pensiero come un golfo marino solcato da bianche imbarcazioni. (da Sulla piana di Kalimann, p. 36)
  • L'allarme è generale, ciascuno si è incollato alla feritoia e spia.
    Tutto scompare: passato, vicini, villaggi e città; ogni pensiero, ogni desiderio, ogni slancio, tutto ciò che è umano, la coscienza, la memoria tutto scompare come una pietra gettata in un'acqua profonda... Che cosa siamo? Giocattoli di forze cieche o vittime designate della grande follia?
    Le ore passano, ore di piombo, pesanti, stagnanti. (da Sulla piana di Kalimann, pp. 42-43)
  • Chi mi avrebbe mai detto che sarei stato lì, coricato e morente di colera, in quella contrada straniera e dosalata coperta di noccioli e di pruni? Non avevo mai pensato una cosa simile: ecco che cosa fa la guerra dell'uomo. Lo mette nella posizione più anormale, più idiota e più umiliante, per schiacciarlo in ultimo come una mosca o come un verme. (da Sotto le stelle del Golak, p. 57)
  • Apro gli occhi e guardo di lato. Una sottile falce di luna, simile ad una navicella d'argento, se ne sta tra due nuvole di perla. È un sogno! Impossibile che sia realtà! È un quadro da pittore giapponese, una fiaba senza parole oppure un angolo di paradiso. Fuori dai miei sguardi, già velati e turbati, c'è la vita, ma essa è così lontana e irraggiungibile come questa navicella di madreperla nel cielo, come un ricordo che dolcemente si spegne. (da Sotto le stelle del Golak, pp. 62-63)
  • La guerra! Eccola davanti a noi, eccola dietro a noi! È la vita, che come un torrente, è gettata fuori dal suo letto in un eccesso di cieca follia irresistibile, in un momento di selvaggia ebbrezza. Ecco il gregge degli umani che se ne va, proprio come migliaia di anni or sono, verso la morte in nome della morte... Si inebriano del vino della menzogna e riconoscono la verità soltanto di fronte alla morte. Quando è già troppo tardi, comprendono il senso della gloria, il sacro simbolo delle bandiere, e a che cosa sono superbamente destinati, il valore e il coraggio: alla menzogna, il duro acciaio con il quale si fondono le catene dell'umanità inebetita. (da La vita si risveglia, p. 110)
  • Siamo già nei vigneti della città [Kustendil]. Dall'altura da dove siamo ci si mostra meravigliosa come una fiaba, immersa nella luce e circondata da una catena di montagne... Ecco la vita! Ecco la pace! La bellezza di quella città graziosa, città dai tetti rossi, dai pioppi slanciati e dal cielo azzurro è la più aspra requisitoria contro la guerra, contro la sua idiozia, contro le sue bestemmie, contro i piedi laceri, i crani spaccati, contro la sua mania di grandezza, la sua retorica e la sua saggezza da sergente maggiore... (da La disfatta, p. 202)

Mehmed Sinap[modifica]

Incipit[modifica]

Sotto l'azzurro cielo della terra di Cec'[1] regna la pace. Una pace serena e delicata come una tela di ragno; la pace delle rupi solitarie, delle borre oscure, dei boschi silenziosi, immersi nella sfolgorante luce del sole. Solo l'ascia d'uno spaccalegna rompe questo silenzio, o il canto del grillo nel piccolo mulino bianco di Mustafà il Cieco, dove la gialla farina di granoturco cade nei sacchi con un fruscio come quello della seta; o lo scrosciare del fiume, le cui onde si arrampicano come fanciulli sui sassi bianchi della riva per precipitare verso la valle.

Citazioni[modifica]

  • All'orizzonte, nell'azzurro nebbioso, si delineano le catene dei monti, coperte di folti boschi di faggi, in cui da mille anni regna lo stesso maestoso silenzio. Da lontano quei quieti e laboriosi villaggi, con le loro case coperte di lastre di pietra, sembrano minuscoli laghi turchini in cui si rispecchia il cielo. I bulgari giaurri[2], gli achriani[3] e i turchi sono i loro abitanti. E tutti vivono d'accordo e si aiutano scambievolmente. Come mai? La gente povera non ha l'alterigia dei ricchi, e quel loro sentimento di armonia si vede quando ricevono qualche cosa e tra loro se la dividono. (La terra di Cec', pp. 18-19)
  • [...] L'esperienza mi ha insegnato che l'uomo deve conquistare da sé la propria felicità, e pesare sulla bilancia i beni dei potenti e della gente semplice. Allora la verità dirà: fino adesso è stato così, ma ora non lo sarà più... E la verità peserà ciò che è stato fissato a ciascuno... (Mehmed Sinap, La festa della mungitura, p. 68)
  • L'indomani Sinap si alzò presto, fece sellare il suo cavallo e si mise in cammino con tutto il suo seguito dirigendosi oltre Karluk. [...] Il mormorio del fiume e l'eco dello strepito dei cavalli l'avevano rianimato. La libertà, lo salutava da ogni svolta della strada, da ogni cima; lo incantava come un sogno meraviglioso! Di essa gli parlavano i canti degli uccelli, il fruscio delle erbe e l'incomparabile bellezza dei fiori selvatici. (Alleati, p. 125)
  • [...] Sopra la pianura si stendeva la leggera nebbia della sera. I salici della riva destra della Maritza diventavano scuri, e nella penombra del crepuscolo le acque tranquille del fiume stavano come incantate tra le verdi sponde. (Il canto del portabandiera, p. 148)
  • Quando un pastore porta la preda nella tana del lupo, significa che è la fine del regno del lupo. (Mehmed Sinap, Le autorità non dormono mai, p. 158)
  • Kara Feiz si era alzato per andar via. La forza d'animo e la disinvoltura di Sinap l'avevano stupito. Egli non aveva nessuno che potesse dargli degli ordini, nessuno davanti a cui dovesse stare sull'attenti... Oh, così si viveva allora nei tempi della ribellione!
    Si baciarono.
    – Addio fratello – disse Mehmed Sinap; – ricordati di me senza rancore.
    − Che Allah ti aiuti, fratello mio − rispose commosso Kara Feiz. − Così è la vita. Gioca con gli uomini, come un bambino con la palla... (Ognuno va per la sua strada, p. 174)
  • [...] insegnerò io a quella canaglia chi è Kara ibrahim! Che cosa ti ha detto ancora? Il vecchio scalpicciava schiacciando il suo turbante sporco. Poi disse timorosamente:
    – Ogni uomo – [Mehmed Sinap] ha detto – è figlio di Allah e ha il diritto alla sua grazia e benevolenza. Allah – ha detto – ha creato liberi gli uccelli, i fiumi, le erbe, e solo l'uomo – ha detto – è lo schiavo dell'uomo. Così – ha detto – è la legge di Allah? (Il diritto di ogni uomo, p. 215)

Note[modifica]

  1. Regione meridionale della Bulgaria vicina al confine greco. Cfr. nota a p. 15.
  2. Nome, con connotazione dispregiativa, che i turchi davano alle persone di di fede cristiana. Cfr. nota a p. 18.
  3. Bulgari di fede mussulmana. Cfr. nota a p. 18

Bibliografia[modifica]

  • Ludmil Stoianov, Colera, traduzione italiana dal bulgaro di Laura Rocca, introduzione di Walter Mauro, Edizioni Paoline, Bari, 1962.
  • Ludmil Stoianov, Mehmed Sinap, introduzione e note di Hanna Mirecka e Aurora Beniamino, Edizioni Paoline, Catania, 1962.

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