Lucio Sergio Catilina

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Catilina in un affresco di Cesare Maccari

Lucio Sergio Catilina, Lucius Sergius Catilina o semplicemente Catilina (108 a.C. – 62 a.C.), senatore romano.

Citazioni di Catilina[modifica]

  • La Repubblica ha due corpi: uno fragile, ma con una testa malferma; l'altro vigoroso, ma senza testa affatto ; non gli mancherà, finché vivo. (citato in Cicerone, Pro Murena, Laterza editore)

citato in Gaio Sallustio Crispo 1994[modifica]

  • Non è più degno morire da valorosi, piuttosto che trascorrere passivamente e con vergogna un'esistenza misera e senza onori, soggetti allo scherno e all'alterigia?
  • [Ai senatori] Poiché senza dubbio sono circondato da nemici e vengo spinto nel baratro, spegnerò il mio incendio con una catastrofe.
  • Salve, Catulo. La tua singolare fedeltà, a me ben nota, che mi è stata di conforto durante le mie gravi disgrazie, mi induce a sperare che tu mi accorderai un favore. Non è mia volontà preparare una pubblica discolpa; per i fatti recenti ho stabilito di discolparmi, consapevole della mia innocenza. Puoi ben conoscere per vera la mia difesa, quanto è vero Iddio.
  • [Ai congiurati] Se io non avessi sperimentato la vostra determinazione e la vostra fedeltà, invano si sarebbe presentata a noi questa occasione favorevole; inutile sarebbe la nostra grande aspettativa di potere, né io cercherei, attraverso uomini codardi e falsi, l'incertezza al posto della certezza. Ma siccome io conosco la vostra fortezza e la vostra fedeltà nei miei confronti in molti e ardui cimenti, proprio per questo il mio animo mi consente di intraprendere questa impresa davvero grande e gloriosa, anche perché ho constatato che condividete con me i possibili vantaggi ma anche i pericoli. Infatti una vera amicizia si basa sugli scopi e interessi comuni.
  • Valetevi di me come capo e come soldato: non vi mancherà il mio coraggio né la mia forza. Io, console, come spero, concederò tutti quei vantaggi uno ad uno; a meno che non mi venga meno il coraggio e voi preferiate restare servi più che diventare padroni.
  • So assolutamente, o soldati, che le parole non aggiungono valore e che un esercito non diventa coraggioso da vile né forte da pavido per un discorso del generale. Quanto è grande il coraggio nell'animo di ciascuno per indole o per educazione, tanto grande è solito manifestarsi in guerra. Colui che né la gloria né i pericoli incitano, lo potresti esortare invano: il timore dell'animo tappa le orecchie. Ma io vi ho convocato per ammonirvi riguardo a poche cose e contemporaneamente per esporvi il motivo del mio piano. Invero certamente sapete, o soldati, qual grave danno abbiano portato a noi la viltà e l'indolenza di Lentulo, e anche a lui stesso, e per quale modo mentre aspettavo rinforzi dalla città, non sono potuto partire per la Gallia. Ora dunque a quale punto sia la nostra situazione, voi tutti lo capite insieme a me. Due eserciti nemici ci sbarrano la strada, uno dalla città e uno dalla Gallia; rimanere più a lungo in questi luoghi, anche se il nostro animo lo desidera moltissimo, lo impedisce la mancanza di frumento e di altre cose. Dovunque ci piaccia andare, bisogna aprirsi la strada con le armi. Perciò vi esorto ad essere forti e pronti e, quando entrerete in combattimento, a ricordare che voi portate nelle vostre mani destre ricchezze, onore, gloria, senza contare la libertà e la patria. Se vinceremo, non correremo più alcun pericolo; ci saranno vettovaglie in abbondanza, municipi e colonie spalancheranno le porte. Se, causa la paura, ci saremo ritirati, quei medesimi diventeranno ostili, nessun amico, nessun luogo potrà proteggere chi le armi non siano riuscite a proteggere. Inoltre, soldati, non è il medesimo bisogno ad incombere su di noi e su di loro: noi combattiamo per la patria, per la libertà, per la vita; per loro è superfluo combattere per il potere di pochi. Perciò, attaccate con maggior audacia, memori dell'antico valore! Vi sarebbe stato concesso passare la vita in esilio con il massimo disonore: alcuni di voi avrebbero potuto bramare a Roma, dopo aver perso le proprie, le ricchezze di altri. Poiché quelle azioni sembravano turpi ed intollerabili agli uomini, avete deciso di seguire queste. Se volete abbandonare questa situazione, c'è bisogno di coraggio; nessuno, se non da vincitore, ha mai cambiato in pace una guerra. In guerra il massimo pericolo è quello di coloro che di più hanno paura; il coraggio è considerato come un muro. Quando vi guardo, o soldati, e quando considero le vostre azioni, mi prende una grande speranza di vittoria. L'animo, l'età, il valore vostri mi incoraggiano, e la necessità, inoltre, che rende coraggiosi anche i pavidi. E infatti l'inaccessibilità del luogo impedisce che la moltitudine dei nemici possa circondarci. Se la fortuna si sarà opposta al vostro valore, non fatevi ammazzare invendicati, e neppure, una volta catturati, non fatevi trucidare come bestie piuttosto che lasciare ai nemici una vittoria cruenta e luttuosa combattendo alla maniera degli eroi!

Citazioni su Catilina[modifica]

  • Aveva risposto [...] che se un qualsiasi incendio fosse stato appiccato al suo avvenire, quello avrebbe spento non con l'acqua, ma fra le rovine. (Marco Tullio Cicerone)
  • Chi io sia lo saprai da colui che ti mando; pensa in quale cimento ti trovi e ricordati che sei un uomo; considera quali provvedimenti richieda la situazione; cerca aiuto presso chiunque, anche da quelli di infima condizione. (Publio Cornelio Lentulo Sura)
  • Fino a quando insomma abuserai, Catilina, della nostra pazienza? (Marco Tullio Cicerone)

Sallustio[modifica]

  • Finita la battaglia, allora sì che avresti potuto scorgere quanta audacia e quanta forza d'animo vi era stata nell'esercito di Catilina. Infatti ognuno da morto copriva all'incirca col corpo quel luogo che aveva occupato combattendo. Pochi invece, che la coorte aveva disperso penetrando al centro dello schieramento giacevano un pò più in là, peraltro tutti con ferite frontali. Catilina in verità fu ritrovato lontano dai suoi, in mezzo ai cadaveri dei nemici, mentre ancora appena appena respirava e mentre manteneva impressa in volto la ferocia d'animo che aveva avuto da vivo. Insomma, di tutta la moltitudine non fu catturato nessuno né in battaglia né in fuga che fosse cittadino libero: così nessuno aveva tenuto da conto la propria vita più di quella del nemico.
  • I veterani, memori dell'antico valore, premono aspramente da vicino; ma i Catilinari resistono senza paura: si combatte con la massima forza. Nel frattempo Catilina, con i soldati armati alla leggera, soccorreva coloro che si trovavano in difficoltà, rimpiazzava i feriti con uomini freschi di forze, provvedeva a tutto, combatteva di persona, spesso colpiva il nemico; adempieva contemporaneamente alle funzioni di soldato valoroso e di comandante efficiente. Petreio, quando vide Catilina battersi con accanimento contrariamente a ciò che aveva pensato, lancia la coorte pretoria al centro del nemico, e li scompiglia e li massacra, mentre cercano di resistere chi qua e chi là; quindi assale dall'interno i rimanenti dall'una e dall'altra parte. Manlio e il Fiesolano, combattendo cadono tra i primi. Catilina dopo che vede le truppe in rotta e si ritrova con pochi uomini, memore della sua stirpe e dell'onore di un tempo, si getta nel più folto della mischia e lì cade combattendo.
  • In una città così grande e così corrotta Catilina, fatto veramente facile a realizzarsi, si circondava di schiere di ogni criminale e corrotto come guardie del corpo. Infatti qualunque depravato, adultero, crapulone aveva dilapidato i beni familiari col gioco d'azzardo, con le gozzoviglie, con la lussuria, e chi aveva contratto un grande debito con cui porre rimedio ad infamie e delitti, inoltre tutti gli assassini venuti da ogni parte, i sacrileghi, quelli riconosciuti colpevoli in processo sulla base di prove o che avevano paura della punizione per i loro crimini, inoltre coloro che la mano o la lingua alimentavano con lo spergiuro ed il sangue dei loro concittadini, infine tutti coloro che infamia, povertà rimorso d'animo tormentavano erano amici e familiari di Catilina. E se qualcuno, pur innocente, si era imbattuto nella sua amicizia, attraverso la sua frequentazione giornaliera e con gli adescamenti veniva reso in tutto simile agli altri.
  • Lucio Catilina, di nobili origini, godeva di gran vigore fisico e morale, ma era d'animo malvagio e depravato. Fin dall'adolescenza amò lotte civili, fatti sanguinosi, rapine, lotte intestine e tra simili fatti trascorse la giovinezza. Il suo giovane corpo resisteva alla fame, al freddo, alle notti in bianco, più di quanto ognuno potrebbe credere. Temerario, strisciante, mutevole, era bugiardo, acceso da cupidigia. Era sufficientemente eloquente ma povero di cultura. Il suo animo smodato bramava sempre, insaziabile, di conquistare vette irraggiungibili, smodate, altissime.
  • Ma l'animo crudele di Catilina proseguiva nella messa in atto dei suoi propositi, sebbene venissero preparate delle difese e sebbene egli stesso fosse stato citato in giudizio, in base alla legge Plozia, da L. Paolo. Infine, per dissimulare o per giustificarsi, come se fosse provocato da una rissa qualunque, si recò in senato. Allora il console M. Tullio, o temendo la sua presenza o preso dalla collera, tenne un'orazione brillante e utile per lo stato, che, scritta, in seguito pubblicò. Ma quando egli si sedette, Catilina, poiché era pronto a dissimulare ogni cosa, a testa bassa e con voce supplichevole, iniziò a chiedere ai senatori di non credere alle voci senza fondamento sul suo conto: diceva di essere nato da tale famiglia e di essere vissuto fin da giovane in modo tale da poter aspirare a qualsiasi carica; e non ritenessero che lui, cittadino patrizio, che come i suoi antenati aveva reso tante volte dei benefici al popolo Romano, avesse bisogno di mandare in rovina lo stato, perché poi M. Tullio, inquilino della città di Roma, lo salvasse. Inoltre, visto che aggiungeva altri insulti, tutti protestarono e lo chiamarono nemico pubblico e parricida.

Cassio Dione Cocceiano[modifica]

  • [Catilina] Costrinse ad obbbligarsi con lui per mezzo di empio giuramento i principali di essi, ed i più potenti, fra i quali, oltre agli altri, eravi anche lo stesso Antonio consolo. Infatti avendo scannato un fanciullo, e sopra le di lui viscere recitato il giuramento, dopo ciò egli stesso le mangiò assieme con gli altri.
  • Essendo quindi stati nominati altri consoli, Catilina non più occultamente, né contro il solo Cicerone, e i di lui seguaci, ma contro tutta la repubblica cominciò a macchinare delle insidie; imperrochè aveva egli raccolto degli uomini i più scellerati, ed i più amanti di novità, ed in seguito anche moltissimi degli alleati dei Romani, promettendo ai medesimi le nuove tavole, le divisioni dei campi, ed altre cose, che potessero sommamente allettarli.
  • Il medesimo Catilina sulle prime, quasi che nulla avesse da rimproverare a sé stesso, si mostrò prontissimo a subire il giudizio, si preparò a difendere la causa propria, e si esibì ad esser custodito dal medesimo Cicerone, acciò non potesse fuggire; ma ricusando questi di addossarsi un simile incarico, esso allora si diede a praticar famigliarmente col pretore Metello, acciò meno si sopettasse di lui che tentar volesse delle novità, finché in questo frattempo avesse un qualche rinforzo dai complici della congiura. Ma non facendo egli veruno avanzamento, mentre Antonio preso dal timore era sbigottito, e Lentulo non era atto ad eseguire cosa alcuna, [Catilina] intimò loro di radunarsi di nottetempo in una certa casa, dove portatosi occultamente Metello, rinfacciò ai medesimi la loro viltà e la loro debolezza; e fece ad essi vedere, quali danni avrebbero sofferti, se si fosse scoperta la trama, e di quanti beni sarebbero venuti al possesso, se fosse bene riuscita.
  • In tal modo [Catilina] corroborò i loro animi, e li risvegliò in guisa, che due di essi promisero, che sarebbero andati di buon'ora alla casa di Cicerone, e quivi lo avrebbero trafitto.

Bibliografia[modifica]

  • Gaio Sallustio Crispo, La congiura di Catilina, a cura e versione di Silvia Perezzani e Sandro Usai, TEN, 1994.

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