Ludovica Koch

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Maria Ludovica Koch (1941 – 1993), filologa, docente, traduttrice, scandinavista e germanista italiana.

Citazioni di Ludovica Koch[modifica]

  • Questo poema racconta una storia semplice e significativa, e almeno un’altra complicata e nascosta. La storia semplice è una vicenda di mostri, di paura fisica e di controllo della paura. Un ragazzo straordinariamente forte si mette per mare con l’idea di andare a sbarazzare la reggia di un altro paese da un Orco devastatore e assassino. E poi costretto a combattere pericolosamente anche la madre dell’Orco. Lo stesso ragazzo, diventato vecchio e re, parte molto più tardi (ugualmente da solo) per affrontare un drago di fuoco e strappargli un prodigioso tesoro. Tanto lui che il drago muoiono nell'impresa, e il tesoro finisce per non servire a nessuno.[1]
  • Il Beowulf, lo vedremo, ha una reale complessità intellettuale. I suoi strumenti di rappresentazione sono raffinati e sensibili. Le sue abitudini mentali sono anche relativistiche e ironiche. È dunque proprio l’insolita direttezza della sua storia a disturbare la comprensione.[1]
  • Il giovane Bēowulf potrebbe godersi «il suo podere in patria», crogiolandosi nella sua già straordinaria e meritata «fama di guerra». Ha ammazzato giganti e serpenti marini. Ha dimostrato di saper nuotare per cinque notti di seguito, e d’inverno. Che cosa lo spinge dunque a traversare un braccio di mare, laboriosamente (cominciando col farsi costruire una nave), contrastatamente (il re suo zio lo supplica in tutti i modi di togliersi l’idea dalla mente), non richiesto, male accolto (interrogato sospettosamente dalla sentinella, sbeffeggiato alla corte danese), per andare a incontrare in un paese straniero un Orco più straniero ancora, devastatore ormai cronico? Affare dei Danesi, gli ripete giustamente il re: se la vedano loro, con Grendel; ognuno ha in casa sua mostri a sufficienza con cui fare i conti. C’è un tipo speciale di stupidità, nell'irrequieta e attiva cultura germanica antica, che è il non avere mai visto nulla di chi è rimasto a casa (aisl. heimskr). Il viaggio di Bēowulf è soprattutto un’esperienza inevitabile di formazione. Lo spingono, certo, il suo «largo» e soccorrevole «cuore», e la sicurezza di una forza fisica senza confronti. Ma, altrettanto sicuramente, lo attira la rischiosa «avventura», la «forza dell’ignoto». Ha voglia di studiare da vicino l’enorme e sgraziato «Vagabondo della marca», intravisto appena tra le nebbie da qualche superstizioso contadino.[1]
  • A forza di inseguire orsi e lupi, raccontano le saghe, si diventa per qualche tempo «lupi della sera» e orsi mannari. Ma soprattutto, è possibile cacciare orsi, lupi e serpenti solo se si ha una natura in qualche misura lupesca o serpentina; qualità «aggiunte» (ēacen) e inquietanti. Come stupirsi del fatto che i compaesani stessi di Bēowulf, «i migliori, gli esperti», che lo conoscono bene, siano tanto impazienti di liberarsi di lui mandandolo a combattere oltremare? C’è un terribile momento, nell'ultima parte del poema, in cui il drago e Bēowulf si guardano in faccia, e si spaventano l’uno dell’altro. E nel finale l’eliminazione reciproca e contemporanea del re e del drago, accomunati dalla stessa ‘dismisura’, appare dolorosa ma necessaria. Tutte le simmetrie lo sottolineano. I due avversari sono stesi morti sull'erba uno accanto all'altro, e lo stesso giovane e affranto guerriero «veglia a capo dell’amico e del nemico».[1]
  • Una delle scene più impressionanti del poema, la colluttazione fra Bēowulf e Grendel, è raccontata addirittura dall'esterno della reggia, e solo nelle sue conseguenze o nelle sue manifestazioni estreme. Come se il narratore non avesse retto, e fosse scappato con gli altri danesi terrorizzati a rifugiarsi sulle mura. Si vedono le panche divelte che schizzano via dalla soglia; si sentono il fracasso, le pareti che tremano, il terribile ululato del Mostro.[1]
  • A Grendel, l’esilio è toccato in eredità congenita e millenaria, stabilita direttamente da Dio per i discendenti del fratricida Caino e, in generale, per le escrescenze fisiche e sociali: i Deformi, le creature dell’eccesso e della privazione. Dal diritto germanico e dalle saghe sappiamo che spaventosa punizione (un’esecuzione complicata e differita) fosse l’esilio: la «cacciata nel bosco» (skóggengr) e la condizione del «senzapace» (friðlauss), espulso dal tessuto sociale. Non occorre molta immaginazione per capire che non doveva trattarsi di una spietatezza soltanto letteraria.[1]
  • Il giovane Bēowulf ha molti altri tratti esotici e straordinari. Senza vederlo mai in faccia, sentiamo dire di lui cose suggestive o impressionanti. Dicerie di marinai sulla sua formidabile forza fisica («la potenza di trenta uomini nella stretta del pugno»), commenti del guardacoste sulla sua altezza (māra) e sul suo aspetto «senza pari» (ænlic), relazioni dell’ambasciatore di Hrōðgār sulla sua eccezionale «imponenza». E grande e rumoroso. La corazza gli sferraglia addosso, e i suoi passi attraverso la reggia fanno «tuonare le tavole dell’impiantito». Come non pensare alle leggende proliferate, nel Nord, intorno all'eccezionale altezza di personaggi storici di cui si conservano per secoli gli scheletri come curiosità?[1]
  • Dove passa il confine del mostruoso? Bēowulf indossa con naturalezza i suoi muscoli e la sua smodata statura. Ne è, anzi, candidamente fiero. Ma è più fiero di una capacità acquisita, la bravura nel nuoto: come Byron andrà più orgoglioso della traversata dell'Ellesponto che di tutti i suoi successi con le donne. Bēowulf sa che la sua qualità di ēacen («fuori norma», «eccessivo»: un aggettivo applicato altrimenti solo a oggetti e soggetti prodigiosi, e sempre con una sfumatura di sospetto e di biasimo) ha stabilito definitivamente la sua funzione. Verrà usato, al suo paese, da ariete e da gladiatore. Toccherà a lui, fin da ragazzo, sbaragliare ogni sorta di pericolosi aggressori, giganti e serpenti marini; e, quasi suo malgrado (durante una bravata di adolescente), infilzare dieci «orche» che minacciavano le navi di passaggio. È automatico che si deleghi a lui solo il tremendo duello con Grendel, e l’inseguimento subacqueo della madre di Grendel. Nessun altro che lui, anche quando è vecchio, potrebbe fare fronte alla «Guerra volante» del drago devastatore.[1]
  • Appartengono all'orso di cui Bēowulf porta il nome, al Figlio dell’Orso della fiaba europea, quella terribile morsa delle dita, quel braccio tanto forte da mandare ogni lama in frantumi. Bēowulf non è certo il conte Roland, né tantomeno il cavaliere cortese; ma non si avvicina neppure ai meno sofisticati eroi vichinghi, un Gunnarr o un Sigfrido. Le dita, il braccio, appartengono invece (insieme alla furia improvvisa e intermittente che «gonfia» la mente di Bēowulf) a uno dei tipi più curiosi e interessanti della letteratura norrena. Il guerriero imbestialito e travolgente chiamato berserkr o úlfhéðinn, che non cessa di essere misterioso per il fatto di essere correntemente documentato. Sono eccessi tipici del berserkr, quelli che Bēowulf in punto di morte si vanta di avere sempre saputo evitare (e in cui invece è caduto il suo modello negativo nel poema, il folle e crudele re Heremōd); la strage «a mente gonfia» (nella transe?) degli amici e dei familiari. Certo seguita, come nelle ballate, da disperati rimorsi.[1]
  • Questo solitario ragazzo di provincia, che, come si scoprirà in seguito, ha subito un’adolescenza di goffaggini e di umiliazioni, è capace, senza parere, di essere allo stesso tempo un po’ di Achille e un po’ di Ulisse: di unificare i due grandi tipi umani, mitici, letterari del Forte e dell’Astuto, del Braccio e della Mente, di Þórr e di Odino.[1]
  • Se Bēowulf è uno straniero da oltremare e forse «una spia», come dice il guardacoste danese, Grendel e sua madre sono definiti subito e con grande chiarezza come Esseri dell’Altrove, Creature di Fuori. Appartengono, cioè, a un paese diverso dal Mondo di Mezzo abitato dagli uomini. Forse allo stesso Altrove da dove vengono tutti i nemici, il serpente della laguna e il drago (lo Jǫtunheim della mitologia nordica).[1]
  • Grendel non ha né patria né padre, i due connotati canonici dell’identificazione. Non partecipa della cultura (non sa usare le armi). Calpesta il diritto. Non accetta le regole della convivenza (non paga il wergild). È incapace di entrare nel sistema politicoeconomico degli scambi (non può avvicinarsi al trono, simbolo del patto di dedizione reciproca dei vassalli e del re). E soprattutto è «amputato» (prima di esserlo di un braccio) della parte più importante dell’esperienza, l’unica che renda la vita degna di essere vissuta.[1]
  • Come lo sarà il Drago, Grendel è un protagonista e una manifestazione della notte. Una notte «cupa» (wan) che lo occulta come le fitte nebbie della sua palude.[1]
  • Anche per via di tanta tenebra, Grendel si vede assai poco, e sempre per lampi e per dettagli: gli occhi fiammeggianti, la bocca e i denti insanguinati, il bizzarro guanto di pelli di drago. Soltanto una sua parte, da cui è difficile ricostruire il resto del corpo, può venire esaminata con agio; e anche quella viene sottratta prima del tempo. È il braccio che gli ha strappato Bēowulf : una zampa smisurata, da cui sbucano raccapriccianti artigli di ferro. Grendel è dunque un Demone massiccio e solido, un Orco, non uno spettro (gāst). Un Diverso, e tuttavia un Simile. Di una sua infelice, parodica, criminale umanità parlano infatti gli appellativi (secg, rinc, sceaða). Altre definizioni puntano invece verso una parziale coinfluenza con le rappresentazioni altomedievali del Demonio Grendel è forse il personaggio dotato di maggiore pathos e di più forte presenza nel poema. Ha progetti, voglie, aspettative, benché tutti insani e frustrati. Ha paure, e una voce (inarticolata?) che urla una lugubre «canzone» di pena. La sua morte, come poi la morte di Bēowulf, è trattata come un’«amputazione» violenta della vita dal corpo, di cui la mutilazione fisica è soltanto la figura visibile.[1]
  • Come già Grendel, il Drago della vecchiaia di Bēowulf si manifesta dapprima come un principio ancora indistinto di ostilità e di turbamento: come «Qualcuno» che manda risolutamente all'aria i provvisori bilanciamenti della storia, la pace sociale e politica sempre malamente rabberciata. Ma a differenza di Grendel, che non si lascia vedere perché rischia il grottesco degli irraffigurabili orchi e troll delle fiabe, il Drago è rappresentato secondo i nobili modelli del mito classico e delle leggende medievali.[1]
  • Il poeta del Beowulf tratta i draghi, ha scritto qualcuno, al modo in cui Platone tratta i poeti. Come avanzi di un’epoca sparita, suggestivi ma pericolosi, e di cui sarebbe bene sbarazzarsi una volta per tutte.[1]
  • Il Drago ha le stesse ore di Grendel: è un «Volatile dell’Alba», o meglio, del tempo ancora buio che precede l’alba. È più intelligente: ha una qualità aggiunta di inwit, di «malignità» vendicativa e di frode, assai superiore all'astuzia istintiva e irriflessa dell’Orco. E anche un nemico più potente e più pericoloso. Abita un tumulo «scosceso» come una montagna, ed è abituato a «dominare piaceri dell’aria». Appartiene quindi a un piano di esistenza superiore a quello umano, mentre Grendel emerge dal basso, da abissi informi e ciechi. Ha una natura d’aria, di terra e di fuoco, mentre l’altro è soltanto acquatico.[1]
  • Il Drago è l’uccisore giusto per Bēowulf, come Grendel era stato la giusta occasione per portarlo in campo. Aiuta a definire lo statuto dell’eroe, e forse anche il suo temperamento. Se Grendel e Bēowulf, come si è visto, si azzuffano per rivendicare la funzione di guardiano («maggiordomo») della stessa casa, il Drago e Bēowulf condividono la funzione istituzionale, e quindi la rivalità, di «guardiani del tesoro» (hordweard). Hanno anche la stessa concezione del suo valore. Il tesoro non è fatto per essere speso.[1]
  • La letteratura anglosassone, laica o religiosa che sia, è prevalentemente di interni. A differenza dall'epica classica, che esalta e dilata i colori sontuosi (la porpora e l'oro) inserendoli su sfondi di spiagge e campi di battaglia, questa studia le modulazioni della luce e dell’ombra, le percezioni fuggevoli e rifratte.[1]

Note[modifica]

  1. a b c d e f g h i j k l m n o p q r s Citata nell'introduzione di Beowulf, Collana i millenni, Torino: Einaudi, 1987

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