Luigi Bonazzi

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Luigi Bonazzi (1811 – 1879), storico e attore teatrale italiano.

Citazioni di Luigi Bonazzi[modifica]

  • Nella sua prima maniera di recitare, Gustavo seguì fino ad un certo punto l'andazzo del tempo, non tanto perché molti e grandi fossero gli attori che imponevano o piuttosto seguivano il gusto del pubblico, quanto perché molti e graditi all'universale erano i drammi goffamente enfatici e mostruosi che quella maniera esigevano, come Bianca e Fernando, la Viva sepolta, Lupo di Ostenda, Comingio, i Deliri dell'Anime amanti, il Carcere d'Ildegonda, ed altre immondizie teatrali. Tuttavia tratto a tratto a nuova scuola fin d'allora preludiava, non appena gli si porgeva il destro, con un fare tutto suo, semplice e passionato ad un tempo, unendo nelle sue vigorose creazioni realtà e fantasia, come Byron; verità morale e verità storica, come Manzoni; filosofia ed entusiasmo, come Goethe; e questi prodigi significava con mobilità di viso così naturale, con gesto così spontaneo, con incantevoli passaggi di voce così vibrante e così uscita dal cuore, che fin nelle prosastiche gelosie di Lindoro cavava le lacrime.[1]

Storia di Perugia[modifica]

Incipit[modifica]

Parrebbe, al dir dei geologi, che nei primordi del mondo questa nostra regione fosse tuttora coperta dal mare, e solo i cocuzzoli dell'Appennino sporgessero qua e là in sembianza di isole. Per nuove sollevazioni nuovo suolo emerse dappoi; e lo cavalcavano con la immane mole animali giganteschi e mostruosi con denti lunghi più metri. Nel silenzio di quelle squallide solitudini non suonava ancora la parola: e gli astri correvano incontemplati le vie del firmamento.

Citazioni[modifica]

  • E mentre i nostri professori leggevano in latino, Perugia era già da tempo in piena lingua italiana. Quanto abbiamo detto intorno alla trasformazione della lingua latina ci dispensa dallo spendere molte parole su questo argomento. Fin dai tempi di Carlomagno il latino era un tal guazzapuglio di sconcordanze e solecismi, che i predicatori dopo aver parlato in latino (literaliter), per farsi meglio intendere parlavano in volgare (vulgariter), talché a lungo andare introdotto l'uso di parlare nella sola lingua materna (maternaliter), cioè in quell'idioma popolare che, modificato secondo i secoli, non cessò mai di coesistere col latino, non vi fu dopo il Mille, anche fra le persone còlte, chi più parlasse in latino; e il popolo seguitò per qualche tempo a comprenderlo, come oggi il popolo siciliano comprende presso a poco il toscano. (vol. I, cap. VI, pp. 347-348)
  • Fra le usanze proibite con minuziosa severità dai nostri statuti primeggiano i sontuosi funerali. Facendosi allora le esequie a morto scoperto, appena un cittadino era spirato, prima cura dei parenti era quello di vestirlo sfarzosamente, sovraccaricando di ricche frange e di preziosi ricami anche la tunica di S. Francesco. Pareva che quanti più preti e grandi prelati s'invitassero ai funerali, quante più torcie e candele si accendessero, tanto più grandi e numerosi suffragi ricevesse l'anima del defunto. Intanto la casa si empiva non solo di parenti, ma anche d'amici, che anch'essi vestivano a bruno, e a cui si aggiungeva talvolta, così per non parere, qualche occulto nemico. E tanto erano le dimostrazioni di condoglianza che si facevano alla vedova, che la poveretta, o per reale dolore aumentato da quei piagnistei, o per non mostrarsi meno dolente degli altri, prorompeva in grandi ululati, e non solo si lacerava le vesti all'uso ebraico, ma si scorticava la faccia e si strappava i capelli. (vol. I, cap. X, pp. 561-562)
  • Raro avveniva a quei tempi che un pittore potesse fare un quadro di testa sua. I comuni, i monasteri, le confraternite, le chiese davano non solo il soggetto del quadro, ma anche i particolari: le monache specialmente si adunavano a parlamento, e ciascuna nel quadro voleva il suo santo, e ne fissava l'atteggiamento, e perfino il vestito; e da ciò quel miscuglio di santi, quegli anacronismi di fogge e d'accessorii che si trovano nei quadri del quattrocento. (vol. I, cap. XIII, pp. 762-763)
  • [Sulle stragi di Perugia del 1859] Mano a mano che la truppa pontificia [pontificia] invadeva la lunga via che da S. Pietro va fino a S. Ercolano, erano poste a ruba ed a sangue le case e le botteghe dei mal capitati cittadini [di Perugia], e cadevano miseramente come travolti dalla fiumana quanti al suo passaggio imbattevansi. Bastava ogni più lieve pretesto per penetrare nelle case e pretendere all'eccidio di tutti gli abitatori; il primo reo era il primo incontrato; e dove per avventura una frotta di soldati passava oltre rubando, un'altra sopraggiungeva a devastare, un'altra ad uccidere. Non valse all'onesto fabbro Mauro Passerini, né all'inferma sua moglie Carolina l'oro sborsato per aver salva la vita; si scuopriva in quella casa un soldato ucciso, chi dice da una palla entrata per la finestra, chi dice da' suoi stessi compagni che gli contendevano la preda. Ad ogni modo quel milite doveva esser vendicato; e le palle micidiali troncavano sul labbro a quei poveretti la preghiera e la discolpa. (vol. II, cap. XXVII, p. 624)
  • [Sulle stragi di Perugia] Nel quartiere abitato da Palmira Tieri fu fatta una scarica di fucili sopra nove donne genuflesse, imploranti pietà. Due di esse furono colpite; e fu fortuna per le altre che la figlia della Irene Polidori, vista tramortita la madre, corresse scarmigliata e fuor di senno per la contrada chiamando soccorso, e fosse dall'uffiziale direttore del concerto musicale adocchiata e protetta: poiché mentre in casa si contendeva del più e del meno pel riscatto della vita, e quale di quelle tapine offeriva uno scudo, quale tre paoli, quale nulla avendo si disperava, e i soldati innanzi agli occhi delle spaventate donzelle ricaricavano i fucili, sopraggiungeva la Polidori con l'onesto uffiziale, che repressa la ferocia dei suoi, fece da due sergenti accompagnare a casa la fanciulla, sottraendola alla ruvida insistenza di quei sconci gregari, in cui pareva che quel volto abbellito dal dolore oscene voglie eccitasse, anziché moti di compassione. (vol. II, cap. XXVII, pp. 626-627)
  • Vuolsi che il ministro Cavour nell'udire le stragi di Perugia, uscisse in questa sentenza: essere stato assai meglio per la causa d'Italia che il pontefice[2] apparisse in figura di carnefice che in figura di vittima. Certo è ad ogni modo che per quelle stragi, commentate e lamentate dalle deputazioni dei nuovi esuli perugini, egli depose la vecchia idea di limitare le annessioni al Rubicone; e gli eventi posteriori non fecero che confermarlo nella cangiata risoluzione. (vol. II, cap. XXVII, p. 630)

Note[modifica]

  1. Da Gustavo Modena e l'arte sua, con prefazione di Luigi Morandi, S. Lapi tipografo editore, Città di Castello, 18842, pp. 13-14.
  2. Pio IX.

Bibliografia[modifica]

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