Luigi Lablache

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Luigi Lablache in un ritratto di Franz Xaver Winterhalter (1852)

Luigi Lablache (1794 – 1858), basso italiano.

Citazioni su Luigi Lablache[modifica]

  • La potenza vocale del Lablache risultava così esuberante, l'impressione che produceva sul pubblico era così stupefacente che le voci dei suoi compagni insigni, compreso il Galli, rimanevano schiacciate dal vivo ricordo di quel suo formidabile suono. (Gino Monaldi)

Francesco Florimo[modifica]

  • La sua voce giovanile era di un buon contralto; ma all'età della pubertà, quando la natura opera il cambiamento, obbligato a cantare i soli ed anche nel coro del Requiem di Mozart, nell'occasione di un funerale che il Collegio nel 1809 eseguiva nella Chiesa dello Spirito Santo per onorar la memoria di Haydn, forzò talmente la sua voce infantile, che nel giorno dell'esecuzione non solo non poté giungere alla fuga finale, ma la voce gli si abbassò in siffatta guisa, da non poter più emettere alcun suono, tanto che venne timore a tutti che avesse interamente perduto l'organo vocale. Consigliato dal vecchio maestro Valente ad un riposo di alquanti mesi, un bel giorno, svegliatosi, avvertì che la sua voce erasi trasformata in un magnifico registro di basso, e dell'estensione quasi fenomenale in un giovinetto ancora imberbe, di due ottave, cioè dal mi bemolle grave al mi bemolle acuto, che se non più in estensione, in volume si è sempre ingrandito sino al suo ventesimo anno.
  • Lontano dal centro dell'Italia, era poco conosciuto; ma la sua riputazione ingigantendosi ogni giorno di più, fe' risolvere i direttori dell'imperial Teatro alla Scala di scritturarlo. Ivi fecesi da prima sentire nella Cenerentola di Rossini, cantando la parte di Dandini, ed ottenne clamoroso incontro, ricevendo i più lusinghieri elogi dagli artisti non solo, ma dai valorosi dilettanti, ché molti ne contava in quel tempo la musicale Milano. Non però si lasciava di farglisi osservazioni sul suo modo di pronunziare, che sentiva troppo il dialetto napoletano; e non fu che a stento e a gran fatica, sempre sussidiato dai consigli della moglie e da una ferrea volontà che lo dominava in tutte le difficili imprese, che riuscì a correggersi e liberarsi a poco a poco delle pecche che gli si addebitavano, nonché a farsi più tardi ammirare per la purezza ed eleganza della sua pronunzia.
  • Al successo di quest'opera [l'Esule di Roma del Donizetti, nella prima rappresentazione del 1º gennaio 1828], che fu veramente splendidissimo, contribuì non poco Luigi Lablache, che nel terzetto del primo atto seppe tanto sublimar la sua parte, da spingere il pubblico più che all'entusiasmo, al delirio. Questo terzetto, superiore ad ogni elogio, che sotto tutt'i rapporti è una delle più spontanee ispirazioni del Donizetti, [...], non poteva avere più fedele, vero e sapiente interprete che Luigi Lablache. Egli seppe talmente trasfondersi, immedesimarsi nel personaggio del protagonista [Murena] e cavarne tanto portentoso effetto, che niuno dopo di lui poté uguagliarlo. Era veramente grande in quei suoi accenti sommessi ed interrotti, con quel volto turbato e contraffatto, quei capelli sconvolti e sollevati sulla fronte, quell'agitata e vacillante destra distesa al tradito Settimio, quel tremito dell'intero corpo: era tale una manifestazione di rimorso, di duolo, di pentimento e di tutta l'affannosa guerra da cui veniva travagliato l'animo del personaggio, che in coloro che quivi l'udirono e il videro, se grande fu la commozione, incancellabile è la ricordanza che ne serbano.

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