Luigi Tripepi

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Luigi Tripepi

Luigi Tripepi (1836 – 1906), cardinale italiano.

Nuovi studii intorno ai Romani pontefici[modifica]

  • Gli odierni evangelici[1], senza darsi alcun pensiero al mondo di qualche apparato di dottrina e di stile, di mezzo alle altre nefande insensatezze, ci vengono (follia incredibile, ma vera!) ricisamente a proporre che la cattedra di S. Pietro tanto venerata da' cattolici, tratti in inganno dall'astuzia de' Papi, altro poi non è, se non una sedia araba, sulla quale si veggono le parole segnate dalla mano di un adoratore di Maometto: Dio è Dio, e Maometto è il suo profeta. A raffermare sì vana stranezza, la quale neppure è nuova poiché nulla di nuovo gli evangelici san trovare, da essi non si reca alcun argomento, né si trae in mezzo alcuna autorità; soltanto da loro si cita e trae dall'oblio un nome. E quale nome? Quello forse di alcun famoso storico, o critico, o archeologo? Quello di alcun altro scienziato o letterato? Se così fosse, anche questo nome per fermo non potrebbe fare che l'errore degli evangelici non fosse errore, ed il loro sofisma non fosse sofisma. Nondimeno, a questo neppure si attengono e nol potrebbero al certo. Il solo nome, che forma la sola pruova di loro asserzione e viene allegato eziandio con leggerezza in brevi linee con pochissime parole, è il nome (cosa da non concepirsi e pur accaduta!) di una donna; è quello di una cotale Lady Morgan, che oramai giacevasi in meritata dimenticanza, sepoltovi dal ridicolo e dalla giusta indignazione. (Le ultime asserzioni degli odierni Evangelici e la Cattedra di S. Pietro, cap. I, pp. 72-73)
  • [...], mentre alcune opere di Alessandro VI, considerato come persona privata, non andarono interamente scevre da male, altre opere in buon numero rifulsero non pur di sapienza singolare, sì ancora di virtù commendatissima in lui, il quale, non solo mostrò che chi dall'augusto trono di Pietro guida i credenti e regge la Chiesa, non può mai mancar nella fede, ma eziandìo, se si macchiò di alcun vizio, diede però a volta a volta pruove di grandi doti ed emanò decreti, i quali potrebbero senza meno riguardarsi come opera di qualsivoglia pontefice che con la santità e la dottrina abbia decorato la cattedra di S. Pietro. (Una parola sopra Alessandro VI, cap. I, p. 146)
  • [...] non è meraviglia se dotti scrittori, pur riconoscendo alcuni pregi letterari del Gregorovius, l'ampiezza del disegno, un certo sforzo di erudizione, una certa enfatica vivezza di descrizione ed eleganza di dettato, nondimeno, ora considerando la sua storia della città di Roma nel Medio-Evo in sé stessa, [...], dissero che ei troppo sovente scapestra in materie gravissime, che in certi capitoli quasi ad ogni pagina dà in grossi svarioni, che in molti casi anco i più indulgenti non possono andar d'accordo con lui quanto a materie politiche e religiose, che le sue pagine mostrano spesso malvolere contro la Chiesa e i Papi. Annotarono che la sua storia a più di un titolo può chiamarsi romanzo, da far le delizie di alcuni protestanti odiatori di Roma e pascere la leggiera e frivola curiosità di volgari letterati e di semidotti che da per tutto in numerosa classe sono vaghi più dell'appariscente che del solido, più della bellezza artistica che della verità ne' libri storici; ma che i suoi volumi non potranno mai essere accolti come storie autorevoli da' veri dotti e sapienti; [...]. (Le tombe de' Papi e il libro tedesco, cap. II, pp. 167-168)
  • Né meno volgare è l'errore, onde il Gregorovius dice che Bonifazio VIII morì in mezzo ad un eccesso di follia furiosa occasionata dalla rabbia che egli sentiva per l'onta che avea dovuto soffrire ad Anagni. [...]. Morì egli affranto dalle fatiche e da' dolori sofferti e morì da giusto. I suoi avversari diffusero notizia che ei per la rabbia furiosa delle sofferte ingiurie si rodesse le proprie carni. La solenne impostura ebbe confutazione già da molto tempo e confutazione che mai la migliore. Negli 11 ottobre del 1606, apertosi legalmente il sepolcro di Bonifazio, fu trovato incorrotto ed intatto il venerando cadavere di lui, come se poco prima vi fosse stato deposto. Per modo particolare alcuni, a denigrar lui e la Santa Sede e la dignità papale, spacciavano che si era morso le mani ed aveva dato del capo nel muro; ora il capo e le mani in singolar modo vennero trovate intatte e naturali, di che fece strumento, da noi già riportato, il notaro Grimaldi o Grimoaldo. (Le tombe de' Papi e il libro tedesco, cap. XXI, pp. 220-221)
  • I veri sapienti si recano a gloria principalissima ed a sacro dovere di mostrarsi di ogni tempo ossequiosi alla cattedra di Pietro, e da questa si hanno protezione e favore. (I Papi e S. Atanasio, cap. I, p. 236)
  • Tale si era [Giacinto Odrovaz] questo eccelso difensore della pontificia autorità, che tanti diè esempi d'innocenza e di virtù, tanti compì viaggi per sì numerose miglia di leghe, tanti sostenne travagli, tante durò fatiche per 72 anni; che di tante penitenze si macerava, digiunando quasi di continuo, spesso nella settimana stavasi solo a pane ed acqua, e, avendo a vile i rigori del clima e le sformate intemperie delle stagioni, passava le notti nella preghiera prendendo sonno su la nuda terra, o chino il capo su durissimo macigno; che tutte le cose mondane teneva in non cale e solo alle celesti avea l'animo; che ebbe santità illustrata da miracoli oltre numero, che fu detto a ragione taumaturgo del suo secolo, apostolo del Settentrione; che dopo la morte, onori di templi, di altari, di devozione ottenne soprattutto in Polonia, ove han riposo le sue reliquie, e da Clemente VIII nel 1594 ascritto venne nel numero de' Santi. (I Papi e S. Giacinto, cap. II, p. 254)
  • In quanto a' pregi letterarî, questi scritti del Vitrioli dalla prima all'ultima pagina son tutt'oro purissimo e finissimo di ottima latinità, che non pure non ci fa punto invidiare i migliori del cinquecento, ma ancora fa sì, che le pagine del Vitrioli, ove il suo nome non portassero, spesso si potrebbero credere vergate da alcuna elegante penna del secolo d'Augusto. (Le opere latine di Diego Vitrioli, cap. I, p. 272)

Note[modifica]

  1. V. il giornale di questi eretici intitolato la Civiltà Evangelica, Aprile 1875. [N.d.A.]

Bibliografia[modifica]

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