Roberto Genovesi

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Roberto Genovesi (1976), scrittore italiano.

Incipit di alcune opere[modifica]

Inferi on net[modifica]

La mano sinistra di Satana[modifica]

Londra, 1888
In the streets of London
Not long ago in a time
The same gaslight to light your path
Would leave shadows to hide the crime...
Town Pants

La carrozza si ferma improvvisamente. Il sussulto mi strappa al dormiveglia. Apro lo sportello per guardare fuori. È ancora mattina ma l'aria calda di un'estate ostinata che non vuole saperne di lasciare Londra mi fa quasi mancare il respiro.
«Che succede adesso?», domando infastidito.
«La strada è bloccata». Riesco a stento a riconoscere la voce del vetturino nel tanto vociare che si è levato improvvisamente attorno alla carrozza. Scendo, soffocando un'imprecazione. Attraversare Whitechapel per guadagnare tempo mi farà arrivare in ritardo all'appuntamento.
I cavalli scalpitano innervositi di fronte a un assembramento di gente che sembra volersi infilare a forza in uno dei vicoli. Sospiro e mi guardo attorno. Conosco a memoria queste strade. Il vizio sconsiderato delle notti di uno squattrinato.

Il templare nero[modifica]

Ego promitto Domino

Il cavaliere è esausto. Si lascia scivolare lungo la parete dei cunicolo. È umida. Fredda. Le irregolarità della pietra gli raschiano la schiena come artigli affilati. Ma il dolore improvviso non è sufficiente a mitigare le fitte della profonda ferita che gli ha squarciato l'armatura. La mano che cerca di fermare il sangue riconosce i solchi scavati nella cotta di maglia. L'impronta di un ricordo che lo fa rabbrividire.
Un tremito incontrollabile si inerpica dalle dita lungo i tendini e risale come una lucertola impaurita fino al collo. Prima che la scossa si plachi il braccio ricade lungo il fianco. A intervalli sempre più distanti rivoli di fiato si fanno largo nell'oscurità che ha da tempo inghiottito l'ultima fiamma avvizzita della torcia.

L'angelo di Mathausen[modifica]

Con quante lettere sono stati sigillati il cielo e la terra?
«Ma che cazzo ne so, bastardo figlio di puttana. Se non mi sleghi subito ti faccio squartare e ti do in pasto ai miei cani. Riesci a immaginare dodici dobermann attaccati al tuo fetido culo giudeo?»
Esatto. Dodici.
«Ti ho detto di slegarmi! Cosa credi di fare? Dove pensi di scappare dopo? Se mi torci anche un solo capello, ti ritroverai un intero battaglione di Waffen ss alle costole. Perché ti assicuro che ti prenderanno, dovessero inseguirti fino all'inferno. E quando succederà, sarò qui a sentire le tue urla!»
Dodici lettere. Come le dodici ore del giorno e le dodici ore della notte. Come i dodici mesi dell'anno e le dodici costellazioni. Come le dodici tribù e le dodici terre che portano i loro nomi.
«Senti, puoi ancora salvarti. Devi solo scogliere questi nodi e farmi scendere da questa... da questa cazzo di croce. Ti prometto che metterò una buona parola. Dirò che hai perso la testa. Che... che... dirò quello che vuoi ma fammi scendere!»
Dodici. Come i minuti che ti restano.
Ah, e quella non è una croce.

Il Leone di Svevia. Francesco II, l'Imperatore che sfidò la Chiesa[modifica]

Il cavallo nero nuotava in un immenso mare bianco. Avanzava a fatica, agitando le zampe sotto al peso dell'uomo ricurvo sulla sella. Le froge spalancate per lo sforzo, la bava abbarbicata al morso in forma di tante minuscole stalattiti, la coda trasformata in una biscia tramortita, appesantita dall'acqua che si era fatta ghiaccio. Doveva faticare non poco, quella povera bestia, per restare a galla. Per ogni movimento che faceva per avanzare, gliene serviva un altro di uguale vigore per risalire dal risucchio gelido che lo voleva trascinare giù.
L'animale nitrì per lo sforzo, e l'uomo che lo montava ebbe un sussulto. Sollevò lentamente il capo difeso da un pesante cappuccio di lana e mostrò all'algido sole del pomeriggio un volto dalla pelle scura come il grano arso. Gli occhi che parvero riprendere vita erano neri, così come nera sarebbe apparsa la lunga barba, se i fiocchi della recente nevicata non avessero deciso di farvi il nido, trasformandola in uno scomposto sudario che si adagiava su quel che il lungo mantello lasciava trapelare di una cotta di maglia ad anelli.
L'uomo aprì a fatica una delle mani guantate che stringevano le briglie e se la passò sugli occhi per liberare le sopracciglia dagli artigli del freddo. Poi si toccò la bocca, rendendosi conto dal dolore immediato che le crepe prodotte dal gelo non si erano rimarginate.
Mentre il cavallo continuava ad arrancare nella neve, l'uomo guardò avanti, cercando di destreggiarsi nella fitta foschia che sopraggiungeva sempre verso il tramonto sul Tavoliere. Ma stavolta, cosa assai inusuale per quei luoghi e per quella stagione, essa aveva trovato una nuova compagna di giochi. Improvvisamente, le nubi avevano deciso di vomitare sulla Capitanata tutta la neve che avevano trattenuto per decenni, trasformando la grande pianura che portava fino al mare in un bianco oceano dalle onde immobili.
Ed era in quel mare, silenzioso e deserto, che l'uomo arrancava in sella al suo cavallo nero. Era partito da Roca di buon mattino, quando la neve che aveva cominciato a scendere rada non faceva presagire nulla di ciò che avrebbe portato il resto del giorno. Verso mezzodì la nevicata si era intensificata, cogliendo di sorpresa il viaggiatore nei suoi inadeguati indumenti. Avrebbe potuto tornare indietro per sostituirli con qualcosa di più consono al brusco calo della temperatura, avrebbe potuto coprire il suo cavallo con una spessa gualdrappa ma tutto ciò gli avrebbe fatto perdere del tempo prezioso. Il messaggio che lo aveva fatto partire, pur se vergato su una leggera pergamena di pelle di capra, recava una notizia pesantissima per il regno e per il suo cuore, e qualunque indugio si sarebbe rivelato fatale.

La saga della legione occulta[modifica]

La legione occulta dell'impero romano[modifica]

Nola, provincia italica, 19 agosto 14 d.C.

Era disteso sul letto e già respirava a fatica. Sul suo corpo era adagiato un lenzuolo di lino di semplice fattura, che ne disegnava le forme avvizzite. Si guardò attorno e sorrise mostrando alla moglie i pochi denti, piccoli e irregolari, che la vecchiaia gli aveva lasciato. «Non è singolare tutto questo?», sospirò con un certo sforzo.
«Cosa, mio signore?», Livia Drusilla si avvicinò per passargli una spugna umida sul volto che aveva ormai assunto un colorito biancastro.
«In questa stessa stanza è morto anche mio padre Ottavio».
«Anche?», ripeté la donna. «Ma tu non stai morendo», mentì.

La vendetta di Augusto. Il comandante della legione occulta[modifica]

Là deporrò i tuoi oracoli e i segreti dei destini
annunziati al mio popolo, e ti sceglierò
dei sacerdoti e te li consacrerò, o Benefica.

...L'aria entra nei polmoni come se volesse lacerarli. È fredda, solida. E quando ne esce, pare strapparle la carne dal petto. La donna è inginocchiata davanti al corpo dell'uomo che ha smesso da poco di dibattersi. Mentre il respiro si fa sempre più serrato e doloroso, le lacrime scendono dagli occhi in sottili rivoli che si confondono con le gocce di pioggia che le bagnano il volto.
Lo scricchiolio delle foglie calpestate dai calzari dei legionari le giunge all'orecchio come un'eco distorta e non si accorge che quel rumore, all'improvviso, è sovrastato dal tramestio degli zoccoli di una mezza dozzina di cavalli. Le voci dei carnefici si confondono con quelle dei nuovi arrivati. Una mano cerca di afferrarle il polso ma le basta un gesto deciso per liberarsi dalla presa. Senza neanche accorgersene, si ritrova a correre nella foresta. Cerca di farsi largo in un groviglio di rami ed ombre. Si volta solo per un attimo a guardare per l'ultima volta il corpo del suo uomo. È un'immagine lontana, dai contorni sfumati che un muro di scudi ed armature nasconde lentamente alla vista... prima che il buio riprenda il controllo dei suoi ricordi.

Il segreto della legione occulta[modifica]

Al Khums, Tripolitania, 1932 d.C.

«Tutto questo è semplicemente incredibile», commentò l'archeologo Alcide Saviani soppesando il tassello di mosaico che gli avevano appena consegnato. Si trovava quasi al centro dell'area di scavo recintata, nel settore sudest delle rovine della città di Leptis la magnifica, conosciuta anche come la Roma d'Africa. Alcuni operai aspettavano immobili un suo comando stringendo tra le mani vanghe e scalpelli. Il programma della giornata prevedeva la ripulitura per quadranti del lastricato costruito per accedere alla Basilica giudiziaria. Il complesso monumentale chiuso, immaginato dall'imperatore Settimio Severo nel 210 d.C., aveva rivelato fin da subito alla squadra di archeologi italiani, incaricata degli scavi, una planimetria anomala rispetto ai canoni ufficiali dell'epoca. Per questo Saviani aveva deciso di estendere le ricerche: per capire se il perimetro esterno alla basilica potesse rivelare qualcosa sulle soluzioni progettuali tanto insolite adottate dagli architetti dell'impero romano. A metà pomeriggio, quando ancora il sole del Mediterraneo lambiva le coste sabbiose della Tripolitania, si era imbattuto in un cedimento non strutturale che aveva rivelato una piccola conca.

Il ritorno della legione occulta. Il re dei giudei[modifica]

Il comandante è nudo. Le vesti bianche gli sfiorano la carne esangue cercando di sfuggire via come tentacoli di un polipo impazzito, mentre mani tremanti provano a trattenerle invano.
Il ragazzo fortunato è nudo e io sono di fronte a lui. Impotente. Il suo corpo cade. Lentamente, inesorabilmente. Lo sguardo lontano, vuoto.
Mi sento soffocare. Tutti attorno a me si agitano. Mi accorgo che piangono e gridano dalle smorfie che leggo sui loro volti e dai movimenti delle labbra. Eppure sembrano non emettere alcun suono come se il mondo fosse precipitato all'improvviso negli abissi e noi tutti fossimo poveri pesci in cerca di aria.
Victor Iulius Felix è nudo e io non riesco a muovermi, paralizzato dalla nausea, quando invece dovrei avanzare. Dovrei provare a sostenerlo. Dovrei tentare di fermare la vita che sta fuggendo dal suo corpo esausto. Ma le vertigini che mi fanno barcollare paiono una ragnatela liquida impenetrabile.
Passano istanti interminabili. Il fumo esalato dai bracieri che salutano il corteo imperiale annebbia la vista. L'acciottolato grigio delle vie dell'Urbe si getta oltre la linea dell'orizzonte e pare aggredire il cielo ceruleo. Un magma senza contorni, senza punti di riferimento, senza prospettiva. Che fagocita gli odori, i suoni.
Vedo l'uomo dibattersi, lottare disperatamente. Sa che l'avversario è imbattibile, sa che le sue armi sono indistruttibili. Eppure le sue mani sono riuscite a trattenere la stoffa che voleva fuggire, a ricomporre sulla carne il simbolo e i colori del Senato. Un morbido manto dalle sfumature purpuree che si fa gelido come il corpo che nasconde. Lo sguardo si muove febbrile ma non più impaurito. Capisco che ci sta cercando, ci sta contando. Vuole chiamarci all'appello per l'ultima volta. Sa che è l'unico modo. L'unico strumento che avremo. Per restare vivi quando lui non ci sarà più.

I due imperatori[modifica]

GOLFO DI AMBRACIA, MARE IONIO, 31 a.C.

Marco Antonio si strinse nel lungo mantello di lana. Non aveva ancora deciso di abbandonarlo nonostante l'approssimarsi della primavera. E aveva fatto bene, poiché quella notte aveva ripreso improvvisamente a fare freddo dopo diversi giorni di afa. Aiutato dalla sola torcia di un attendente, come ogni sera aveva percorso in silenzio i gradini di legno che portavano alla torre di guardia più avanzata dell'accampamento per aspettare il tramonto. E da quella posizione, aiutato dal buio, aveva cominciato a guardare verso l'orizzonte, dove i fuochi dell'accampamento di Ottaviano parevano stelle cadenti che agonizzavano al suolo in attesa di spegnersi. Ma quelle stelle non si spegnevano mai. Da una settimana a quella parte, da quando il generale aveva deciso di portare tutte le truppe che aveva a disposizione proprio di fronte al nemico che invece stazionava da tempo sull'altopiano di Mikalitzi.
Antonio sospirò e fece cenno all'attendente di andarsene. Gli piaceva il silenzio. Gli piaceva la solitudine. Gli piaceva l'oscurità grazie alla quale poteva ammirare il fiammeggiante perimetro di bracieri che delimitava il tempio di Apollo proprio di fronte all'accampamento. E da lì, poteva alzare lo sguardo per farlo proseguire a sud-ovest dove sonnecchiava l'isola di Leucas, il cosiddetto promontorio bianco da cui, secondo le leggende, sarebbe precipitata Saffo.

I Guardiani di Roma[modifica]

Hispania Tarraconensis
Confine con le terre dei Cantabri, 50 a.C.
Calagurris Iulia Nasica ansimava sfinita dalla calura. Le alte mura fortificate del presidio settentrionale delle truppe cesariane nella Spagna occupata trasudavano nebbia arsa che stentava ad arrampicarsi sui grossi mattoni di tufo provati dalla resistenza della malta. Il campus arroccato sulle colline orientali in vista delle torri di guardia era un catino infernale. Il sole a picco del mezzodì ringhiava sulle sagome di addestramento che ne segnavano il perimetro. Il legno in cui erano state intagliate in forma umana avrebbe potuto prendere fuoco in qualunque momento se ogni tanto qualche piccola nube votata al martirio non si fosse frapposta tra gli strali di Giove e i suoi trastulli terreni. Si poteva vedere la sabbia vomitare calore che saliva lentamente per formare il sudore della terra, umido, appiccicoso. Si attaccava alla pelle dei tirones che continuavano a correre piegati dal peso aggiuntivo di oltre cinquanta libbre a cui erano stati obbligati dagli istruttori. Saltavano ostacoli, affrontavano pozzanghere di fango sempre più rarefatto, inciampavano, cadevano, ma si rialzavano quasi subito. Perché perfino esalare l'ultimo respiro in quella latrina a cielo aperto era una fine migliore di quella che avrebbe potuto concedere loro la sentenza di Caretzio Vullo.
«Avanti, branco di idioti!», urlò per l'ennesima volta il centurione. «Sembrate una mandria di buoi che si muovono con un palo nel culo!». Nonostante l'afa opprimente, l'inseparabile lorica muscolare di cuoio lucida di grasso spiccava tra i subarmalis con i quali gli altri istruttori giravano per l'arena. Lo sapeva benissimo, e le occhiatacce che incrociava ogni tanto glielo ricordavano continuamente, che c'era una ampia e attrezzata palaestra in cui era possibile addestrare anche una intera coorte disposta in assetto di battaglia. Ma lasciava volentieri l'ombra e il ristoro agli istruttori delle femminucce. Voleva che i suoi allievi assaggiassero subito ciò che li aspettava al di fuori delle mura di quella fortezza di confine.

La legione maledetta[modifica]

Il generale dei dannati[modifica]

Fa freddo.
Tanto freddo.
Mi volto appena ma non smetto di correre. E loro sono sempre lì. Alle mie spalle
Non rinunciano. Non desistono. Mi inseguono. Anche se non riesco a rendermi conto di quale sia la distanza che ci separa.
Cento passi. Duecento. Forse qualcosa di più. Forse di meno. Ma la differenza tra me e loro è nei dettagli. Io sto fuggendo a piedi mentre loro sono a cavallo di una dozzina di puledri allenati a correre sui sentieri di montagna. Luoghi che conosco, di cui ho il vivido ricordo ma nei quali, proprio ora, mi rendo conto di non essere mai stato.
Dalle narici di quelle bestie esce un miasma sulfureo a ritmo irregolare. Il ritmo del galoppo forsennato.
Fa freddo. E io lo sento oramai intorpidire i muscoli, scavare le ossa, fermare il sangue. Come un sicario silenzioso di cui ti accorgi quando è troppo tardi.

La fortezza dei dannati[modifica]

Il vento accompagna la morte.
E la morte corre più veloce di me.
I suoi aguzzini sono sempre alle mie spalle. Un battito di ciglia, un respiro, un ultimo singulto. E mi avranno raggiunto.
Perché la morte accompagna il vento
E il vento mi corre incontro frenando la mia fuga.
Ogni tanto mi giro per vedere quanto terreno abbia guadagnato la trista mietitrice ma stavolta decido di non farlo. Per la prima volta consapevole dell'incubo. Per la prima volta portatore del ricordo di fughe già tentate. Per la prima volta certo che non ce la farò.

L'invasione dei dannati[modifica]

Scivolò. Cadde. Si rialzò. Per l'ennesima volta.
La pioggia scrosciante torturava da ore la notte dell'Urbe. Così copiosa e incessante da sfidare il buio.
Aveva spento le lucerne di strada, ricacciato i topi nelle fogne, minacciato le prostitute che si erano rinchiuse nei lupanari.
Nessuno poteva udire le sue urla disperate.
Gridava aiuto. Implorava, mentre l'acqua fredda calata dal cielo lo aggrediva come un predatore affamato
Tutto quel sangue. Che gli copriva il volto e gli accecava gli occhi. Che gli impastava le mani. Che gli incrostava la tunica. Che lo abbandonava completamente mentre correva lasciandogli alle spalle una lunga scia rossa che l'acciottolato si affrettava a bere insaziabile.

Bibliografia[modifica]

  • Roberto Genovesi, Inferi on net, Mondadori, 2010
  • Roberto Genovesi, La legione occulta dell'impero romano, Newton Compton Editori, 2010
  • Roberto Genovesi, L'angelo di Mathausen, Newton Compton Editori, 2010
  • Roberto Genovesi, La vendetta di Augusto, Newton Compton Editori, 2011
  • Roberto Genovesi, Il segreto della legione occulta, Newton Compton Editori, 2012
  • Roberto Genovesi, La mano sinistra di Satana, Newton Compton Editori, 2012
  • Roberto Genovesi, Il templare nero, Newton Compton Editori, 2013, ISBN 978-88-541-4986-1
  • Roberto Genovesi, La legione maledetta. Il generale dei dannati, Newton Compton Editori, 2016. ISBN 978-88-227-1178-6
  • Roberto Genovesi, La legione maledetta. La fortezza dei dannati, Newton Compton Editori, 2017. ISBN 978-88-227-2326-0
  • Roberto Genovesi, Il ritorno della legione occulta. Il re dei giudei, Newton Compton Editori, 2017, ISBN 978-88-227-0594-5
  • Roberto Genovesi, La legione maledetta. L'invasione dei dannati, Newton Compton Editori, 2018. ISBN 978-88-541-9070-2
  • Roberto Genovesi, I due imperatori. La saga della legione occulta, Newton Compton Editori, 2019. ISBN 978-88-227-3594-2
  • Roberto Genovesi, I Guardiani di Roma. La saga della legione occulta, Newton Compton Editori, 2020. ISBN 978-88-227-4408-1
  • Roberto Genovesi, Il Leone di Svevia. Francesco II, l'Imperatore che sfidò la Chiesa, Newton Compton Editori, 2022. ISBN 978-88-227-4909-3

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