Steve Perry

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Steve Perry (1947 — vivente), scrittore statunitense.

Aliens. Incubo[modifica]

Incipit[modifica]

Fuori, nel vuoto assoluto dello spazio, il silenzio era totale, ma all'interno della nave robot guidata dal pilota automatico il ron­zio costante dei motori a gravità era insistente, come una nota bassa emessa da uno strumento musicale dalla tonalità solenne. La vibrazione, che penetrava nella carne, arrivava alle ossa e si spingeva ulteriormente quasi a raggiungere l'anima, era perce­pibile fin dal momento in cui le celle dell'ipersonno si erano aperte come le valve di un mollusco per esporre a questo rumore i mem­bri dell'equipaggio. Un om meccanizzato li cullava, come per farli sprofondare nuovamente nel lungo sonno senza il ricorso a dispositivi meccanici.

Citazioni[modifica]

  • All’esterno si annunciava una bella giornata di sole, rallegrata dai fiori primaverili che stavano sbocciando e dai germogli verde brillante delle prime foglie sui rami degli alberi. La scena idilliaca era però rovinata da un particolare spaventoso: uno degli alieni trasportava sotto il braccio una donna, proprio come un uomo potrebbe portare un cagnolino. L’extraterrestre era alto tre metri e sulla schiena l’esoscheletro emanava un debole chiarore. La testa assomigliava a una banana che avesse subito una qualche mutazione e nell’insieme dava l’idea di essere il risultato di un osceno incrocio tra un insetto e un rettile. Placche ossee dentellate fuoriuscivano dal dorso come le costole di uno scheletro, disposte in tre serie appaiate. L’essere camminava eretto su due gambe – un fatto che sembrava impossibile considerata la sua strana struttura – spazzando il terreno dietro di sé con una lunga coda appuntita segnata da vertebre sporgenti. (p. 7)
  • Un tempo quella era stata l’aula di una scuola, ma ora tutti i monitor dei computer erano spenti e l’unica fonte di luce era il vetro rotto della finestra. Un corpo umano giaceva sul pavimento, mutilato, parzialmente divorato: una massa rigonfia pullulante di larve di mosca. I vermi si contorcevano in quei fetidi resti il cui avanzato stato di decomposizione aveva attirato formiche e numerosi altri insetti. Era ormai impossibile stabilire il sesso del cadavere sopra il quale, sul muro, spiccavano alcune lettere alte mezzo metro e tracciate con una bomboletta spray. La scritta diceva:
    DARWIN ESTIS KORECTO.
    Darwin aveva ragione.
    Era l’epitaffio lasciato dal morente? O forse quella persona era arrivata troppo tardi per vedere la scritta, per comprenderne il significato prima di entrare a far parte egli stesso della catena alimentare? Parole come quelle avevano una loro efficacia, ma nella giungla armi, zanne e artigli erano indubbiamente più potenti della penna. (p. 7)
  • Indubbiamente era possibile passare da parte a parte gli alieni con proiettili perforanti o farli saltare in aria con le bombe, ma sarebbe stato un enorme dispendio di soldi e materiale. Lui invece era convinto che il modo migliore di combattere una creatura bestiale consistesse nel rivoltargli contro un essere altrettanto feroce. Una macchina bellica in grado di abbattere un nemico dopo l’altro perché sapeva esattamente che cosa passava nella loro testa, perché era simile a loro. Come un serpente reale che uccide una vipera o un cane da caccia che insegue la selvaggina e non si arrende finché non l’ha stanata. La soluzione del problema era dolorosamente ovvia. All’inizio non la pensava così, non fino a quando si rese conto di come agivano gli alieni. Ora invece era un accanito sostenitore della teoria. I poteri di un tempo non esistevano più e adesso spettava a lui, soltanto a lui, concludere la partita. Ed era assolutamente sicuro che ce l’avrebbe fatta. (p. 37)
  • Devo ammettere che vi invidio, tutti e tre. Voi vi siete scontrati con i nemici più feroci, con i soldati più fedeli che l’uomo abbia mai conosciuto. Un esercito perfetto, impavido, forte, pressoché inarrestabile. Il fatto che siate ancora vivi è di per sé un risultato eccezionale. Un colpo di fortuna, sicuramente, ma non per questo meno eroico. (p. 49)
  • — Sta cercando di allevare alieni addomesticati?
    — Con me come capo, il mio esercito potrebbe dare il via alla riconquista della Terra, — cominciò a spiegare Spears. — Rifletteteci. Quale miglior sistema? In natura quelle creature si comportano come le formiche e potendo contare su truppe dello stesso calibro e strategie e tattiche adeguate non lascerei loro nessuna via di scampo.
    Newt fece per replicare, ma Hicks la prevenne sferrandole un calcio sotto il tavolo. Lei richiuse la bocca.
    — Idea grandiosa, signore, — si complimentò Hicks. (p. 49)
  • Una regina aliena occupava il centro di un enorme locale: una mostruosa sacca sporgeva dalla parte inferiore del corpo, che aveva l’aspetto di un disgustoso intestino traslucido. La sacca, sostenuta da un reticolo di fili e cavi fissati al soffitto e alle pareti, era ovviamente piena di uova e mentre loro la guardavano, la regina ne depose un altro che si aggiungeva a quelle ammucchiate sul pavimento. Un paio di fuchi alieni che stavano eretti in una pozza di liquido accanto all’apertura dello sfintere spostavano delicatamente da una parte l’ultimo uovo mentre la regina cominciava a deporne un altro. (p. 52)
  • Non sto dicendo che dovremmo andare loro incontro sorridenti e abbracciarli. Non credo che riusciremmo mai a dividere lo stesso mondo con gli alieni; sono troppo simili a com’eravamo noi mezzo milione di anni fa, troppo egocentrici per rispettare forme di vita diverse. No, non sto suggerendo nulla del genere. Ma si presume che l’uomo sia un essere intelligente e civile. La guerra invece è stupida e la distruzione di un’intera specie è un’azione efferata, disumana. (p. 60)
  • — Abbiamo svolto alcuni test di condizionamento sulla regina, che non sembra particolarmente preoccupata della sorte degli individui adulti della sua specie. Abbiamo provato a ucciderne alcuni davanti ai suoi occhi e lei non ha avuto reazioni visibili di nessun tipo. Ma appena minacciamo o distruggiamo una delle uova si agita immediatamente.
    — Una cosa del tipo riporta qui il bastone o uccido i cuccioli?
    — Qualcosa del genere, esatto. E sembra che funzioni. La regina controlla i fuchi, anche se non comprendiamo se ciò avvenga mediante comunicazioni telepatiche, onde radiopatiche a frequenza estremamente bassa o altro. Noi... ecco... abbiamo an-che introdotto un soggetto umano in una stanza piena di fuchi alieni con un uovo e un saldatore con il quale minacciava di bruciarlo. Il tutto in presenza della regina. Nessuna di quelle creature gli ha torto un capello.
    — Cristo santo, ne avete di sangue freddo! (p. 61)
  • La regina era gigantesca, più grande di altre sue simili. Una forza della natura, inarrestabile, a cui era impossibile resistere, un’entità proveniente da una civiltà remota. Era la Distruttrice dei Mondi, una divoratrice di anime e solo un pazzo poteva pensare di opporvisi.
    La regina incombeva minacciosa, con le quattro mascelle interne che si spalancavano e fuoriuscivano in sequenza come gli incastri di una scatola cinese, in grado di dilaniare e divorare qualunque cosa, dal topo all’elefante. Ma a lei non interessavano né topi né elefanti. Voleva altre prede. Voleva... (p. 73)
  • Prima di lasciare l’edificio, Spears fece una piccola deviazione per raggiungere una delle camere delle uova più recenti. Sul pavimento spiccavano solamente dieci, dodici uova deposte al massimo un paio di giorni prima. Grazie ai dispositivi di sorveglianza installati ovunque, il generale sapeva di non correre alcun pericolo da parte delle creature a quello stadio di sviluppo. Inoltre, aveva dato ordine a un sottoposto di sbarrare le porte che in genere erano lasciate deliberatamente aperte in modo che i fuchi potessero accudire le uova a loro piacimento. In tal modo, poteva concedersi di rimanere qualche minuto in quella sorta di incubatrice senza essere interrotto dai nervosi alieni addetti alla cura delle nuove generazioni.
    Far visita alle uova lo riempiva di soddisfazione. I gusci elastici e carnosi, con i bordi superiori simili a petali ancora fissati strettamente l’uno all’altro per proteggere il loro prezioso contenuto toccavano una corda del suo cuore. Spears non era un uomo molto portato all’introspezione, un sognatore pronto a dispiacersi per un passato impossibile da mutare o un futuro ancora troppo lontano. Al pensiero preferiva l’azione e tuttavia in quel posto riusciva a cogliere una bellezza fredda e spietata. Davanti a sé aveva dei futuri guerrieri, discendenti dei più valorosi combattenti che l’uomo avesse mai conosciuto. E lui il combattimento, la lotta, la guerra ce li aveva nel sangue. (p. 74)
  • Spears sogghignò accarezzando l’uovo, come fosse la testa di un cane fedele. Le regine aliene erano in grado di riprodursi mediante una sorta di partenogenesi modifi-cata, mentre i fuchi erano prevalentemente neutri. Esistevano tuttavia alcuni maschi sessuati che, stando a quanto avevano scoperto i tecnici di laboratorio, erano in grado di accoppiarsi. Quando i maschi sessualmente attivi raggiungevano un numero critico, cominciavano a battersi a morte tra di loro finché non ne rimaneva uno solo, l’unico che aveva il diritto di accoppiarsi con una regina. Il cerimoniale che accompagnava i preliminari dell’accoppiamento era particolarmente aggressivo e solo se il maschio sopravviveva a quella lotta, ben più violenta degli scontri avuti con gli altri suoi simili, la regina accettava di sottomettersi a lui.
    Ma il trionfo del maschio era di breve durata. Pochi secondi dopo la conclusione di quel dispotico atto sessuale, la regina uccideva il malcapitato amante. A tale proposito, gli scienziati blateravano di diversità genetica, ma la cosa era irrilevante. Di fatto, se non c’erano maschi a disposizione, la regina era in grado di fare tutto da sé. E, nel caso in cui mancasse anche la regina, uno dei fuchi subiva quella che gli esperti definivano una tempesta ormonale al termine della quale il maschio stesso si trasformava in regina.
    Il generale scosse la testa senza smettere di sorridere. Quei bastardi erano maledettamente efficienti. Proprio quello che serviva a un comandante sul campo. In pochi mesi sarebbe stato possibile allevare e addestrare nuove schiere di soldati e anche se uno solo sopravviveva alla lotta, si poteva ricominciare tutto daccapo, all’infinito. (p. 75)
  • — La regina ha imparato a ubbidire ai comandi del generale, — esordì Powell appoggiandosi a una paratia e fissando il pavimento.
    — A ubbidire? — ripeté Hicks incredulo.
    Erano dentro la piccola nave già da molto tempo e Hicks cominciava a sentire i muscoli intorpiditi, ma voleva ascoltare tutto ciò che Powell era in grado di dirgli prima che qualcuno, o qualcosa, li interrompesse.
    — Ha iniziato ad addestrarla come un cane, usando l’accendino. Ha ordinato a un soldato di bruciare un uovo con un lanciafiamme proprio sotto gli occhi della regina, poi, quando lei si è calmata, ha fatto entrare un uomo nella stanza in cui era rinchiusa e nel momento in cui lei si è lanciata sulla preda ha fatto scattare l’accendino e lo ha avvicinato a un altro uovo. La regina ha imparato velocemente. Si potrebbe rimanere per ore nel locale in cui è rinchiusa insieme a una decina di fuchi senza il pericolo di essere toccati. È tutt’altro che stupida, quella.
    — Eppure, — continuò Powell, — sembra strano che sia pronta a sacrificare i fuchi senza esitare e che invece ubbidisca a Spears pur di proteggere le uova.
    Hicks si strinse nelle spalle. — Non dobbiamo dimenticare che è una creatura aliena. Probabilmente segue impulsi diversi dai nostri. Forse la sua responsabilità cessa nel momento in cui quelle dannate cose si schiudono.
    — È quello che sostiene anche Spears. Comunque sia, lei è in grado di controllare i fuchi. Se ciò avvenga telepaticamente o mediante un potere basato sull’empatia, non possiamo saperlo perché qui non disponiamo delle attrezzature necessarie per stabi-lirlo. Certamente non si serve di suoni, odori o segnali visivi, di questo siamo sicuri. In alcuni test abbiamo isolato un fuco in un locale sigillato ermeticamente a una notevole distanza dalla regina, senza che egli avesse alcuna possibilità di vederla o sentirla, eppure Spears è riuscito a fargli fare quello che voleva. (p. 78)
  • — I fuchi sono stupidi, — continuò Powell, — ma anche uno scimpanzé può essere addestrato in modo che riesca a sparare con discreta precisione. Inoltre pensiamo che lo stretto legame tra la regina e i fuchi le permetta di vedere quello che vedono loro. A questo aggiunga che secondo i nostri psicologi la regina è intelligente almeno quanto noi.
    — E potrebbe fotterci a suo piacimento.
    — L’espressione è calzante.
    Hicks si alzò e mosse qualche passo nel locale. — Ma... qual è il punto della questione? La Terra ormai appartiene al passato. Quando l’abbiamo lasciata era quasi completamente infestata. Ancora qualche anno e i pochi uomini rimasti saranno tutti morti. Allora, con un paio di bombe ai neutroni potremmo sterilizzare l’intero pianeta. Tutti i progetti di questo cowboy fanatico sono inutili.
    — No, no, qui non stiamo parlando di salvare la Terra o i suoi abitanti, — chiarì il maggiore. — Il problema riguarda Spears e i suoi progetti di gloria, anche se per certo non ne sono a conoscenza. (p. 79)
  • Spears sedeva nella navicella, in attesa che la tempesta magnetica passasse. Era stato uno stupido a non informarsi sull’attività magnetica solare; se l’avesse fatto avrebbe potuto sbarazzarsi più rapidamente dei tre disertori e tornare in fretta alla base. Se non avesse perso tempo, sicuramente avrebbe battuto sul tempo la perturbazione.
    D’altra parte, era inutile ragionare con il senno di poi. Gli conveniva invece sfruttare al meglio il tempo che aveva a disposizione. Voleva studiare in dettaglio alcuni scenari bellici e nel simulatore tattico erano già stati inseriti gli ultimi ordini a cui le truppe aliene avevano imparato a ubbidire. Non si poteva ancora parlare di una vera e propria unità da combattimento, ma qualche risultato l’aveva ottenuto. Era solo questione di tempo. E una volta terminato l’addestramento, i suoi soldati sarebbero stati inarrestabili. La parola di Spears avrebbe avuto più peso di quella di Dio stesso allorquando le sue truppe speciali fossero state pronte. Proprio così.
    Era solo questione di tempo. (p. 81)
  • Su altri pianeti, mondi di dimensioni modeste, si adottavano misure specifiche per controllare la situazione meteorologica di superficie. Su un pianeta a controllo climatico non si correva il rischio che le truppe s’impantanassero nel fango o congelassero nella neve nei momenti meno opportuni. E un buon comandante doveva pensare anche a quelle cose. Molte battaglie erano state perdute in passato non a causa del nemico ma per le piogge torrenziali o per l’abbassamento della temperatura. Il kamikaze, o Vento Divino, un tempo aveva salvato l’antico impero terrestre nipponico da un’invasione dal mare; migliori condizioni atmosferiche all’inizio della Guerra d’Indipendenza ne avrebbero rovesciato le sorti a favore degli stati del sud e le guerre australiane, l’azione poliziesca acturiana e il conflitto Berringetti si sarebbero conclusi diversamente se non avessero risentito in un modo o nell’altro dei capricci di una ecologia naturale. Quanto doveva essere irritante venire sconfitti da un banale monsone pur sapendo di essere superiori in numero e forze, di possedere vantaggi tattici a livello di terreno e di equipaggiamento e di poter implementare strategie nettamente migliori rispetto al nemico. Una sfortuna del genere avrebbe trasformato in credente anche un ateo. (p. 85)
  • Spears teneva la pistola a spruzzo di vernice a cinque centimetri dal cranio dell’alieno. La creatura aveva la bocca chiusa, ma l’odore del suo alito pestilenziale si sentiva ugualmente. Non ci avrebbe messo nulla a ucciderlo, Spears lo sapeva, ma sapeva anche che non l’avrebbe fatto. La regina aveva capito perfettamente che cosa sarebbe accaduto a lei e alle sue preziose uova se i fuchi avessero osato anche solo sfiorarlo con i loro artigli. Era essenzialmente una questione di controllo, di potere, e lui aveva entrambi. Per scoprire il tallone di Achille degli alieni c’erano voluti tempo e fatica, ma una volta individuatolo aveva avuto il coltello dalla parte del manico. Quello era il loro unico punto debole e lui sapeva perfettamente come sfruttarlo. (p. 86)
  • Hicks non temeva la morte. Correva a perdifiato verso quello che considerava il luogo più sicuro su quel piccolo pianeta ma se non ce l’avesse fatta a raggiungerlo, beh, pazienza. Da quando aveva incontrato per la prima volta gli alieni, molto tempo prima, gli pareva di vivere una vita in prestito. Quanti anni erano passati da allora? Dodici, quattordici anni standard? Newt all’epoca ne aveva dieci, ma per essere sicuro doveva domandarle quanti ne aveva adesso. In teoria avrebbe dovuto morire con gli altri della sua squadra, invece non era andata così e lui aveva cercato di dimenticare il passato facendo uso di alcol e psicofarmaci. Ma non aveva dimenticato, no. Il destino aveva deciso in un altro modo. La grande forza che muoveva l’universo per non parlare dei Marine Coloniali gli avevano ributtato tutto in faccia. E così, con il passare del tempo, si era imposto un nuovo scopo nella vita: distruggere tutti gli alieni, fino all’ultimo fuco, fino all’ultimo uovo. Il fatto che potessero ucciderlo prima di portare a termine la sua missione era l’unica cosa che lo preoccupava. Un tempo, in passato, aveva provato paura per sé, ma quei giorni erano ormai lontani, sepolti sotto altri ricordi. (p. 112)
  • Spears risvegliò per prima la regina, lasciandola all’interno della gabbia. Lei lo guardava attraverso le spesse pareti trasparenti mentre lui accendeva e spegneva ripe-tutamente l’accendino, in modo che la fiammella si riflettesse sul robusto materiale plastico dalla lucentezza cristallina.
    — Oh, sì, lo so che ti ricordi di me. È giunta l’ora che i tuoi piccoli si preparino a battersi. Se farai quello che ti chiedo, se i miei nuovi soldati mi ubbidiranno, potrai deporre migliaia, milioni di uova. Capisci quello che dico.
    Appoggiò le palme delle mani sulla superficie di plastica.
    La regina voltò impercettibilmente la testa nella sua direzione, ma non accennò a muoversi.
    In ogni caso lui non aveva bisogno di nessuna conferma. Era sicuro che lei avesse compreso qual era il suo ruolo. Indubbiamente non aveva capito le parole, ma il senso di quel gesto minaccioso sì. La regina era abbastanza intelligente da individuare un collegamento tra causa ed effetto. I fuchi, al contrario, erano stupidi, privi di inizia-tiva. Lei no: lei lo riconosceva, si ricordava di lui, dell’unico uomo capace di incuter-le paura. Spears sogghignò. Aveva ripreso il controllo della situazione. Il piano procedeva come stabilito e di lì a poco avrebbe ottenuto la ricompensa per tutte le sue fatiche. (p. 165)
  • La regina si fermò davanti a Spears, guardandolo dall’alto dei suoi quattro metri di statura.
    — Proprio così, puttana! Sono l’uomo che ha il fuoco! Quello che ti cuoce i bambini! Osa solo sfiorarmi e vedrai che bella frittata mi preparo!
    Al pari dei cani, gli alieni non erano in grado di sorridere. Tuttavia, dal modo in cui la regina muoveva le mascelle, pareva proprio che stesse ridendo. Allungò uno dei piccoli arti superiori e colpì l’accendino facendolo volare via.
    — Maledizione!
    Poi afferrò Spears e lo sollevò da terra. Bestemmiando e divincolandosi, lui si tolse il sigaro di bocca e cercò di bruciarla con l’estremità ardente. Stava accadendo il peggio! Non doveva, non poteva finire così! Lui aveva sempre tutto sotto controllo!
    La regina allungò un arto e strinse tra i possenti artigli il collo del generale.
    — No, non fatelo! Non datele retta! Sono io il vostro comandante! Ubbidite ai miei ordini! Fermatela! Fermatela!
    Non poté aggiungere altro. Il suo ultimo pensiero fu che qualcuno aveva commesso un errore. Ed ebbe anche il tempo di capire che quel qualcuno era proprio lui, che la regina stava solo aspettando il momento buono e che quel momento era arrivato...
    Con un movimento fulmineo la regina decapitò Spears. Lo fece con la stessa facilità con la quale un uomo strappa un fiore dallo stelo. Gettò il corpo nel fango, ai piedi della rampa, sollevò la testa del generale per un istante, poi si sbarazzò anche di quella. (pp. 168-169)

Explicit[modifica]

Gli alieni che si erano avvicinati correndo si fermarono e studiarono i nuovi arrivati. Dopo un attimo fecero dietro front e si allontanarono nella tempesta. La regina s’incamminò nella stessa direzione seguita dai suoi sudditi. I numeri luminescenti stampati sui crani rimasero visibili a lungo prima di sparire dietro l’incessante cortina di pioggia. Molto a lungo. — Lo hanno fottuto alla grande, — commentò Henry. Grazie a Dio.

Incipit di alcune opere[modifica]

Aliens. Il nido sulla Terra[modifica]

Nonostante la tuta pesante, Newt sentiva il freddo pungente della notte penetrarle nelle ossa. Il cingolato riusciva a fermare gran parte del vento gelido e il calorifero portatile che avevano posto all'esterno a guisa di falò era regolato al massimo, ma faceva an­cora freddo. Di più non si poteva fare; non c'era legno sul pia­neta Ferro e, anche se ci fosse stato, c'era da scommettere che non l'avrebbero bruciato. In quel mondo un grammo di legno era più prezioso del platino. Non si capiva come gli abitanti degli al­tri mondi potessero tagliarlo e sprecarlo.

Guerre Stellari: l'ombra dell'Impero[modifica]

Chewbacca ruggì tutta la sua furia e ira. Un soldato delle truppe d'assalto lo afferrò e fu scagliato nel pozzo. Altre due guardie arrivarono e furono sbattute via dal Wookiee come bambole di pezza gettate da un bambino...
Un altro secondo, e uno dei soldati di Vader avrebbe sparato. Chewie era grande e forte, ma non poteva vincere contro un fucile; sarebbe stato abbattuto...
Han prese a urlare al Wookiee, tentando di calmarlo.

L'uomo che non sbagliava mai[modifica]

La morte venne a cercarlo tra gli alberi.
Gli si parò dinanzi sotto forma di una pattuglia tattica: erano in quattro e camminavano con la classica disposizione a punta di freccia, uno davanti e tre dietro. Un numero ottimale per ottenere la massima sicurezza.

Matadora[modifica]

La morte venne a cercarla da un angolo della sala giochi.
Questa volta si trattava di un uomo solo, ma Dirisha — la don­na dalla pelle nera — capì che era bene addestrato da come si muo­veva; sicuro di sé, e con un perfet­to equilibrio. Non lo conosceva ma sapeva che era un ronin come lei, un giocatore della Musashi Flex. Forse l'aveva vista in azio­ne, oppure aveva sentito parlare di lei da qualcuno che la conosce­va. E ora voleva metterla alla pro­va. La solita storia.

La rivolta dei matador[modifica]

La morte venne a cercarlo nasco­sta dietro un sorriso.
Si presentò con le sembianze di un amico fidato, un consigliere di Wall di tanto tempo prima degli anni del terrore. Era uno degli uomini migliori di Marcus Jeffer­son Wall, un vero artista della prevaricazione verbale in una Ga­lassia in cui la bugia era divenuta un'arte; un uomo che aveva preso in giro i migliori congegni che la Confederazione potesse predi­sporre; un maestro della fuga ora­toria. Ma un tempo le sue menzo­gne erano sottoposte al diretto controllo di Wall, per i suoi fini personali, mentre ora il bugiardo aveva cambiato obiettivo. Che peccato, pensò Wall. Davvero!

Bibliografia[modifica]

  • Steve Perry, Aliens. Il nido sulla terra, traduzione di Gisella Bianchi, Sperling & Kupfer, 1998. ISBN 8820026155
  • Steve Perry, Aliens. Incubo, traduzione di Claudio Carcano, Sperling & Kupfer, 1998. ISBN 8820026163
  • Steve Perry, Guerre Stellari: l'ombra dell'Impero, traduzione di Anna Feruglio Dal Dan, Sperling & Kupfer, 1997. ISBN 8820023881
  • Steve Perry, L'uomo che non sbagliava mai, traduzione di Maura Arduini, Mondadori, 1986.
  • Steve Perry, Matadora, traduzione di Guido Zurlino, Mondadori, 1987.
  • Steve Perry, La rivolta dei matador, traduzione di Guido Zurlino, Mondadori, 1989.

Altri progetti[modifica]