Tanith Lee

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Tanith Lee (1947 – vivente), scrittrice inglese. Ha inoltre usato lo pseudonimo Esther Garber.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il pianeta dell'eterna notte[modifica]

Mezzo staed sotto il palazzo di Hirz, i giardini geometrici si adagiavano poco a poco nella curva della riva del lago. Lì, dove le ondulazioni verde-giada del liquido s'infrangevano sulla sabbia d'oro pallido, stavano una giovane donna tutta aurea e i tre robot che la servivano.
Oltre al palazzo di Hirz, nessun'altra costruzione era visibile lungo o sopra la riva. Quella parte della Yunea, per venti staed lungo il Cerchio nell'una e nell'altra direzione, era proprietà dei Hirz. A est si estendevano i possedimenti dei Domm, a hespa, il decadente dominio dei Thar.

Il signore della morte[modifica]

Narasen, la regina leopardo di Merh, stava in piedi accanto alla finestra e guardava la Signora della Peste aggirarsi per la città. La Signora della Peste indossava un abito giallo, perché il morbo era una febbre giallastra come la polvere che si alzava turbinando dalle pianure e avvolgeva la città di Merh soffocandola, gialla come il fango fetido in cui si era trasformato l'ampio fiume di Merh.

Il signore della notte[modifica]

Una notte, Azhrarn, Principe dei Demoni, uno dei Signori delle Tenebre, decise, per suo diletto, di trasformarsi in una grande aquila nera. Volò a est e a ovest, con le sue grandi ali, e poi a nord e a sud, fino ai quattro angoli del mondo, poiché a quel tempo le terra era piatta e galleggiava sull'oceano del Caos.

Il signore delle illusioni[modifica]

A un miglio dalle mura smaltate della città, dove si stendeva un deserto luccicante come vetro dorato, in una torre di pietra, una bella donna giocava con un osso.
«Lui verrà da me oggi?», chiedeva all'osso, cullandolo come un bambino. «O mi cercherà stanotte? Tutte le stelle brilleranno, ma lui brillerà di più. Certo, non oserà venire di giorno, perché offuscherebbe il sole col suo splendore. Il sole morirebbe di vergogna, e il mondo intero diventerebbe scuro. Ma sì, Nemdur verrà», disse la bella donna. «Nemdur, il mio Signore».

La Janfia[modifica]

Dopo otto anni, quella che è definita "mala sorte" diventa uno stile di vita. La situazione della persona non è più né drammatica né felice. Si acquista una specie di stato che può solo essere descritto come a-felicità. Non ci si aspetta niente, nemmeno il peggio, per la verità. Si gode di una certa rilassatezza, una sorta di equilibrio. Naturalmente non perfetto. Ci sono ancora momenti di rabbia e altri in cui ci si sente infelici. È molto difficile rinunciare alla speranza, l'ultima dea maligna liberata dal vaso degli orrori di Pandora. E, per la verità, è sempre dopo l'incontro con la speranza, sgorgata senza motivo, e che perisce non necessariamente per un nuovo colpo basso ma solo perché manca qualcosa che la sostenga, che arriva un improvviso mutamento dei sensi.

La pietra di sangue[modifica]

La notte in cui zia Cassi morì, io ero fuori a caccia. Quando lei trasse il suo ultimo sospiro di atmosfera Aerana revitalizzata, mi trovavo lassù, sull'Altopiano di Capomartello, sotto quarantamila stelle che ardevano come pire di diamanti. Probabilmente, proprio nell'istante in cui lei esalava l'ultimo fiato, io uccidevo. Io non volevo uccidere e forse era un presagio. Ma ho forse sentito che lei mi raggiungeva nell'oscurità bruciante di stelle e mi toccava con un dito freddo, mi indicava, mi segnava, mi condannava? Oppure ho creduto che non fosse altro che il vento gelido di Novo Marte?

Non mordere il sole[modifica]

Il mio amico Hergal si era ucciso di nuovo. Era la quarantesima volta che andava a sbattere con il suo avioplano contro il Monumento a Zeefahr, ed era necessario fargli un corpo nuovo. E quando lo andai a trovare al Limbo, girovagai per l'eternità, prima che un robot me lo rintracciasse. Questa volta aveva la carnagione scura, era più alto d'una trentina di centimetri, con i capelli molto lunghi e i baffi, tutti di scintillanti fibre dorate, e quelle stupide ali che gli spuntavano dalle spalle e dalle caviglie[1].

Tre giorni[modifica]

La casa era alta, imponente, con i muri tutti scrostati: sembrava cadente, prima del tempo. L'unica cosa che mi parve affascinante era l'attico buio, caratteristico di quel particolare tipo di edifici, che occhieggiava dal tetto spiovente. Sembrava dicesse: «C'è qualcosa di bello qui, dopotutto. O, almeno, potrebbe esserci qualcosa di bello, se fosse lecito.»

Note[modifica]

  1. Prima del testo c'è una "Nota del trascrittore": "Sebbene io abbia reso il Quattro BEE con l'inglese moderno, il vocabolario di slang Jang usato dall'autrice impallidisce nella traduzione. Perciò ho lasciato intatte quelle parole da lei impiegate, e ho incluso nella pagina seguente un glossario che costituisce una guida sufficiente, anche se imperfetta, al loro significato". Seguono poi il "Glossario dello slang Jang" e "Termini generali".

Bibliografia[modifica]

  • Tanith Lee, Il pianeta dell'eterna notte, traduzione di Roberta Rambelli, Libra Editrice.
  • Tanith Lee, Il signore della morte, Il signore della notte, Il signore delle illusioni, traduzione di Gianni Pilo, in "Storie di diavoli", Newton & Compton, 1997.
  • Tanith Lee, La Janfia, traduzione di Marzia Jori, in "Inverno Horror 1992. Vampiri", a cura di Ellen Datlow, Mondadori, 1992.
  • Tanith Lee, La pietra di sangue, traduzione di G. Giambalvo, Ed. Scorpio, 1986.
  • Tanith Lee, Non mordere il sole, traduzione di Roberta Rambelli, Libra Editrice.
  • Tanith Lee, Tre giorni, traduzione di Adria Tissoni, in "Il colore del male. I capolavori dei maestri dell'horror", a cura di David G. Hartwell, Armenia Editore, 1989. ISBN 8834404068

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