Walter Astori

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Walter Astori (Roma, 1980), scrittore italiano.

Incipit delle sue opere[modifica]

Omicidi nell'urbe[modifica]

Non era una coincidenza. Quell'uomo stava seguendo proprio lei. Inizialmente aveva ipotizzato che poercorressero solo la stessa strada, ma col passare del tempo il suo atteggiamento era diventato sospetto. Si era voltata già tre volte a controllare e lui era sempre lì, alle sue spalle. La prima volta aveva finto di parlare con un mendicante, la seconda di pregare verso un sacello, la terza non si era preoccupato nemmeno di dissimulare le sue vere intenzioni e camminava spedito nella sua direzione. Non abbastanza vicino da poterla raggiungere con un balzo, non abbastanza lontano da permetterle di seminarlo.
Nella direzione opposta procedeva un mercante di pecore di ritorno dal Foro Boario. Affrettò il passo per affiancarlo. Sperava che l'uomo dietro di lei allentasse la presa in presenza di altri. Accarezzò una delle pecore e colse l'occasione per chiedere il prezzo della lana. Badando a non farsi notare, reclinò il capo verso la spalla destra e lanciò un'occhiata di sottecchi all'indietro.
L'uomo aveva rallentato, ma per quanto potesse muoversi piano, a breve l'avrebbe superata. Doveva solo temporeggiare ancora col mercante. Pose altre due domande e attese pazientemente che l'uomo la oltrepassasse. Quando furono distanti pochi passi, i loro sguardi si incrociarono e lei poté osservarlo da vicino.
Indossava una tunica rabberciata che lo conteneva a fatica. Le spalle larghe, i muscoli delle braccia e il pugnale legato alla vita lasciavano ipotizzare che fosse un soldato o un gladiatore.

Omicidi nella domus[modifica]

La villa sorgeva alle pendici del monte Albanus. Era una costruzione a due piani, visibile già da lontano per il tetto in tegole rosse che spiccava tra il verde della vegetazione e l'azzurro del cielo. Mancavo da oltre un anno e sul lato orientale stava sorgendo un'ala completamente nuova che aveva preso il posto di un boschetto. L'intera struttura era così imponente che incuteva quasi soggezione.
Molti nobili comptravano e mantenevano ville suburbane solo per intrattenere e ospitare gli amici. Mio padre Spurio non faceva eccezione anche se, a parole, raccontava di aver deciso di ritirarsi in campagna per invecchiare serenamente, lontano dai complotti e dagli intrighi della politica romana che l'avevano visto protagonista per oltre un decennio all'ombra del dittatore Silla. Un proposito destinato a fallire: aveva ancora troppi affari in corso a Roma per lasciarla definitivamente.
Quella mattina ero partito presto dalla mia casa sul Palatino e iniziavo a essere stanco. Dopo quattro ore a cavallo pregustavo l'ozio e i piaceri che mi aspettavano ma, sin da quando lo schiavo guardiaporta ci lasciò entrare, capii che i miei propositi erano destinati a fallire.
Mi rivolse un sorriso così tirato che per un attimo ebbi l'impressione che non mi avesse riconosciuto. Ripetei due volte il mio nome. La seconda precisai anche che ero figlio di Spurio, il suo padrone, ma l'espressione con la quale mi fissava si addolcì appena. Mi bastò un'occhiata all'atrio per rendermi conto che qualcosa di molto grave era accaduto e sulla casa aleggiava un alone di tristezza. Alle spalle dell'impluvium era stato allestito un letto funebre e una donna vi giaceva distesa.

Bibliografia[modifica]

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