Wikiquote:Pagina delle prove

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Un castello di sabbia
DICONO DELLA PAGINA DELLE PROVE:

I sandboxer sono quelli che allenandosi nella sandbox, fanno a pugni coi propri errori. (Sempronio)

La sandbox può essere intesa come territorio di allenamento, come ginnastica pratica e intellettuale per potersi impadronire di una tecnica. (Tzara)


Mauro Leonardi (1957 – vivente), prete e scrittore italiano.

Abelis[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Come le somiglia, come gli assomiglia. Abelis è uno strappo nel tempo, uno squarcio che traguarda e dieci e vent’anni fa. Dieci anni fa, quando Lutet scappa con il bimbo nel grembo. Vent’anni fa, quando Lutet arriva bambina per entrare nel gineceo del Re.
  • Messere vent’anni fa aveva visto Lutet dove adesso vede Abelis e caspita cosa gli ricorda, caspita cosa gli ricorda. Lì in quella pelle delicata, in quel guardarsi attorno ingenuo ma per nulla stupido, caspita cosa c’è. C’era il monte Norpa, con l’aria dell’immenso castello, con le sorgenti che irrorano l’erba di buon’ora nelle luminose mattine estive e le squallide colline di fango bianco verso Cori, con le aie di terra battuta e il vento che getta la polvere contro la macchia boscosa. E poi l’odore del grano e i mulini a vento, e il cambiando di quando si lascia la verde campagna dietro Liri. C’era in Lutet, e adesso c’è anche in Abelis. Adesso c’è anche di più, perché in Abelis non c’è solo Lutet, ma anche qualcosa di suo padre. C’è quello sul volto di Abelis, ma anche dell’altro.
  • Lutet sogna e non sogna. Chiusa dentro un’inflessibile prigione invisibile che le ruba perfino il dolore. Questa sera, bimbo mio, chi ti accarezza?
  • Se volete, fate pure catene con i vostri impasti di menzogne: io ho congiurato con l’amore.
  • No, adesso Lutet non ha più niente da ricordare. Adesso può dormire. Ecco il vento sopra il mare. Sente delle ali remigare l’aria zitta, moto che svuota, riempie, svuota, riempie. Tutto è passato. A posto. Adesso dorme.
  • Se il Re morisse e suo figlio non fosse già cavaliere, tutte le armature perderebbero di colpo il loro potere, perché da quando il Re è nell’armatura tutte le altre sono collegate alla sua. Deve essere certo invece che, se alla morte del Re Abelis fosse già nell’armatura, il potere del padre passerebbe immediatamente dalla sua armatura a quella del figlio, e da Abelis a tutti i cavalieri. Quindi, poiché è impossibile che il Re viva a lungo, siamo costretti a fare di Abelis un bambino cavaliere.
  • La gente è angosciata dall’ignoto e per questo vuole essere inquadrata da regole fisse che la proteggano.
  • Quando gli inverni sono particolarmente rigidi, può accadere che i draghi, spinti dalla fame, arrivino dal nord fin dalle loro parti. In quei casi bisogna ordinare alle popolazioni di migrare provvisoriamente al sud perché i draghi trovino paesini abitati solo da cavalieri: devono pensare che Arileva abbia una popolazione non mangiabile, composta da cavalieri che non solo li combattono ma soprattutto che hanno la pelle di ferro.
  • “È per proteggere l’intero regno di Arileva dai mostri che diverrete cavalieri per sempre.” Cavalieri per sempre. I cadetti ascoltano con una fredda luce negli occhi e non sembrano intimoriti, anzi. Sono giovani, sono ragazzi, non immaginano cosa significhi “per sempre”; invece “invulnerabili”, “invincibili” sono parole comprensibili, che affascinano la loro giovinezza. Solo Abelis non capisce.
  • Così si stirano i pensieri della tua vita passata in modo che non facciano grinze. Così si stirano i pensieri del tuo futuro in modo che non facciano grinze. Così si inghiottono lacrime: lontano dal letto, perché le lacrime attirano i cattivi sogni. Quando hai panico e sei con i mostri, non perdere il controllo, la paura potrebbe bruciarti il cervello al momento giusto. In questo modo conosceranno subito il cavaliere che sei destinato a diventare.
  • Un cavaliere di Arileva non è un cavaliere come gli altri cavalieri del mondo. Gli altri cavalieri del mondo sono una cosa diversa dall’armatura che indossano. Giunti a sera, tolgono l’armatura. Finito il combattimento, slacciano l’elmo, la corazza, i gambali. Lasciano lo scudo, la spada e la lancia nell’armeria vicino al portone d’entrata. Li consegnano al valletto. Si lavano, mangiano, si distendono, riposano, e tutto ciò senza indossare l’armatura. Se hanno dei lividi o delle ferite, si fanno fasciare, medicare, curare. E tutto senza armatura. Ma questo non è possibile ai cavalieri di Arileva. Proprio non è possibile. Come una testuggine non può togliersi il guscio, così i cavalieri di Arileva non possono togliersi l’armatura. L’armatura per loro ha il luogo della pelle. Essi non indossano l’armatura: il giorno in cui divengono cavalieri è quello in cui l’armatura cola loro addosso mentre la pelle sublima via. L’armatura non si può più togliere. Come non ci si può più togliere la pelle, così non si può togliere l’armatura. Più ancora. Nessun cavaliere penserà di togliersi l’armatura, perché nessuno sa di aver avuto una vita precedente all’armatura. Sa unicamente di essere cavaliere.
  • ”Forse c’è il mio papà”. Ferriere finge di non aver sentito. “Come ti sei sognato una cosa simile?” mormora dopo un po’ come se niente fosse. “Non me l’ha detto nessuno”. “Te l’ha detto la mamma? Ti ha detto che lui è qui?” “La mamma non sa dove è. Dice solo che è vivo.” “Va bene, Abelis. Ma non mi hai detto se vuoi diventare cavaliere”. “Ma i cavalieri le sentono le carezze?”
  • ”I cavalieri salvano la gente e non c’è nessuno che li carezzi, ma tanto loro le carezze non le sentono”. (Ferriere)
  • Nel combattimento, nelle tattiche di guerra, nella disciplina, Abelis è splendido. L’ostacolo che non riusciamo a superare è che il bambino tiene totalmente riservato a sé il fondo dell’anima. Non riusciamo ad arrivare oltre una certa soglia di intimità, e io ne ho assoluto bisogno. L’armatura deve essere armonizzata con la personalità ma questa è espressa dai toni che assume la voce quando parla di cose nascoste. Vede, io ho bisogno di imparare la voce di Abelis. Quando sarà nell’armatura, per noi che saremo fuori, la sua voce sarà l’unico modo per vedere e toccare il suo corpo. Il suo corpo sarà solo il suono della sua voce. Tutto il resto cambierà perché sarà coperto dall’armatura, invece la sua voce sarà la stessa. È la sua continuità, ed è per questo che l’armatura deve armonizzare con la sua voce. Per questo ho bisogno che mi parli delle cose importanti della sua vita. (Ferriere)
  • Quando è lì, dentro di lui ogni cosa tace, anche i pensieri. Sale sul terrazzo, guarda le stelle e ascolta il vento. Fra le guglie del castello c’è sempre vento e Abelis vuole che gli sfiori la pelle. In questo modo il bambino chiede all’aria una provvista di carezze.
  • ”Cosa vuol dire che l’aria carezza la pelle?” “Tua mamma non te le faceva le carezze? Quando mia mamma mi carezza, le sue dita non rimangono fuori, sulla pelle. Succede qualcosa dentro, nel cuore. Capisci?” Blennenort tace e fa segno di non con la testa. “Ma tu non ce l’avevi una mamma?”
  • ”Che cosa è una mamma?” “Una che accarezza. Mia mamma lo fa anche adesso. Lei vede le stelle che stiamo guardando noi e sento il vento che accarezza. Lui passa da lei a noi portandoci le sue carezze”
  • ”Lutet? Per Blennenort Lutet è un nome che vuol dire qualcosa di nuovo. Qualcosa di buono. Di molto buono e di molto quotidiano. Buono come il pane? Sì, ma anche di più. Era strano. Per la prima volta si accorge di non trovare la parola. Ha dentro di sé la percezione precisa, esatta, di quel qualcosa che non sa chiamare. Saprebbe perfino indicare quale luogo della sua persona, della sua carne e della sua mente, è occupato da quella presenza che rimane innominata. Pane va bene, ma solo fino a un certo punto. Prova a pensare a un’altra cosa. Aria? Buona come l’aria che respiro. Fresca.
  • Ecco di nuovo però l’incertezza, il disagio. Ecco di nuovo quel vuoto, quello spazio dentro di sé, quella concavità capace di esprimere una nostalgia che non viene colmata dal pensiero dell’aria come non viene colmata dall’idea del pane. Freschezza è una parola giusta, ma aria risulta insufficiente. Respira una volta, Blennenort. A respirare l’aria quella solitudine non passa. Sottile forse è il vocabolo giusto. Ecco: non solo buono e fresco ma anche sottile. Respira di nuovo quella splendida aria e si dice che è sottile, più sottile di un pensiero, di un’intuizione, della soluzione di un enigma. Ma rispunta l’insoddisfazione. Ecco di nuovo quel malessere, quel fastidio, quel sentirsi fuori posto. Anzi senza un posto. Proprio come quel luogo vacuo, quel posto concavo che avverte dentro di sé così preciso, rotondo, circolare, regolare.
  • La parola Lutet suggerisce che dovrebbe trovare fuori di sé una cosa così, un posto così, un dove così. Ma come fa a trovarlo se neppure sa immaginare di che cosa si tratti? In quell’istante a Blennenort si rivela come una nuova questione del suo esistere. C’è qualcosa di lui che da solo non riesce ad essere.
  • ”Sono cose difficili da spiegare”, dice Abelis a bassa voce, meditabondo “forse potrei riuscirci solo con un amico”. “Se vuoi tu e io potremmo diventare amici”. “Tu e io?” Abelis sembra sbalordito da quella proposta. “Ma tu hai qualche segreto da raccontarmi?” domanda. “Segreto? Che segreti?”. “Per essere amici bisogna raccontarsi i segreti. Io ti racconto i miei segreti e tu mi racconti i tuoi. Tu ce l’hai qualche segreto da raccontarmi?”. “Ti ho spiegato come è il buio qua dentro e la faccenda delle ferite…”. “Sì, ma io vorrei sapere di prima. Di quando non eri cavaliere”. Blennenort zittisce.
  • Ma quella notte Blennenort ha qualcosa di unico, inaudito: attraverso la visiera scendono delle lacrime. Una cosa impossibile, mai accaduta prima, perché i cavalieri non piangono. A loro è consentito solo parlare o tacere. O sospirare, o gemere, o cigolare, o lamentarsi, o godere della vittoria. Ma non piangere. Non lacrimare. Nell’elmo non sono previsti condotti per le lacrimazioni.
  • ”Ma poi? Blennenort, in una lettera non si può scrivere solo “ti amo”. Dai retta a me. Per Lutet la tua lettera sarà preziosa. La terrà arrotolata vicino al letto. Vorrà leggerla e rileggerla. “Oh sì! Proprio così. Che bello! Un’intera pergamena piena di “ti amo”. Un intero mondo pieno di “ti amo”. Sai, Messere, io ho ricordato qualcosa in questi giorni. Le dicevo “ti amo tantissimo” e lei domandava “quanto è tantissimo?”. E io rispondevo “moltissimo”. “Ma quanto è moltissimo?”. “Moltissimo è tantissimo”. “Ma quanto?” e faceva così con le mani come per misurare, come per dire tanto così o di più, così e così? E siccome era sempre troppo poco, io dice “di più” finché ho cominciato a dire “ti amo senza misura”. Ma quanto è senza misura?”. “In maniera indicibile, impensabile”. E così mi ha fatto capire che “ti amo” è la parola più grande che esista, e con essa si può fare solo quello che ganno tutti gli amanti e che facevamo anche noi fino a morirne. Ripeterla, Messere. Ripeterla fino a morirne.”
  • Ferriere forse comincia a capire qualcosa. Che lì ad Arileva solo quei due, Lutet e Blennenort, avevano capito, e nessuno prima. Quella strana parola che è amore. Che detta così può essere rivoltata a piacere e può voler dire tutto, ma che detta “ti amo” vuol dire solo una cosa: “È importante per me che tu esista”.

Il Signore dei Sogni[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Giuseppe non è chiamato semplicemente a imparare a leggere il suo sogno, ma a collocare ciò che sogna nell’àmbito di ciò che gli accade.
  • Dio ha un progetto su di me e mi chiede non solo di sceglierlo, ma di costruirlo insieme a Lui.
  • Spesso, per comprendere ciò che ci sorprende, non c’è bisogno di capire come funziona. La «stranezza» che accade nelle nostre vite non è un rebus da risolvere ma un mistero da accogliere.
  • C’è bisogno di tempo per capire che il senso del sogno di una vita non si coglie attraverso la mera saggezza, ma rinsaldando la relazione con Dio: infatti non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni?
  • Dio vuole che l’uomo entri liberamente nei Suoi progetti e, per quanto in modo limitato, li elabori insieme a Lui.
  • Dio comanda quello che Giuseppe vuole, Giuseppe vuole quello che Dio comanda, Giuseppe ama ciò che Dio ha messo in lui. Questa è la libertà: legami di qualità. Quale legame più grande di quello che ci lega a Dio? Di quello che ci fa dire: voglio quello che Tu vuoi?
  • Un’intera vita riletta a partire da Dio: i sogni, l’inimicizia, l’essere venduto come schiavo, l’Egitto e infine il nuovo incontro con loro. Un Dio che magari viene anche a raccontarci con «sogni» la nostra vocazione, ma che poi, per insegnarci chi è Lui, sceglie di innestare il proprio progetto nella storia di ciascuno, perché lascia alla nostra libertà di scoprire il significato più vero degli eventi.
  • Per capire la contemplazione bisogna amarla. Vale per tutto e sempre: per capire bisogna amare. Conosciamo solo ciò che amiamo o desideriamo. E si desidera qualcosa per amarla. Se no, non è un desiderio, ma una fissazione. Come amare la contemplazione? Amando il proprio essere sognatori.
  • Sognare non è essere sconnessi dalla realtà, ma starci dentro con tutti e due i piedi. E sono gli altri, quelli che stanno su un piede solo, che sono strani, che zampettano come fenicotteri e invece sono uomini.
  • Vogliamo essere contemplativi? Chiediamoci se siamo pronti per la diversità. Se siamo pronti a essere gli unici che sapranno cosa c’è dentro: la parte interna della nostra vita è bella. Quello che abbiamo sotto la pelle è bello. Il viso arrossisce perché siamo vivi. Perché siamo vivi dentro. Gli occhi si abbassano, le mani si congiungono, le gambe ci mettono in piedi, perché qualcosa dentro di noi si emoziona, prega, si innamora e cede il posto. Ecco perché.
  • Se vuoi vedere il tuo viso, il tuo sguardo, i tuoi vestiti, hai bisogno di stare davanti a uno specchio. Per vedere che aspetto ha la tua vita dentro di te, ti devi mettere davanti al tuo sogno. Contemplare è chiudere gli occhi per guardare, e per guardare con amore. È difficile guardare sé stessi se si pensa di essere brutti.
  • Nelle camere delle donne che non si piacciono non ci sono specchi. Per contemplare devo volermi bene di quel bene che mi dice «mi piaci».
  • La contemplazione nasce dall’amore. Solo dall’amore. Come tutto, del resto.
  • Quando l’ormai vecchia Rose– la narratrice del racconto – butta il gioiello nel mare dove giace il relitto del Titanic, da esso nasce un corteo che, senza essere formalmente nuziale, ne ha però tutte le apparenze. Questo è il leit motiv del film, come un susseguirsi di tante vite che non riescono a incarnare il sogno nella realtà. 
  • La vecchia Rose conclude il film dicendo: «Lui mi ha salvato in tutti i modi in cui una persona può essere salvata», e questa frase, a ben pensarci, può essere detta con tutta verità solo di Cristo. Sono parole che, addirittura, rendono possibile una lettura religiosa, assoluta, di quell’amore. I due amanti sono di volta in volta, come maestro e discepolo. Jack salva la vita a Rose all’inizio del film, alla fine, e durante tutto il film, liberandola dai legami sociali. E Rose fa lo stesso con Jack. Lo va a prendere nei bassifondi in cui era stato relegato dalla società e lo salva. Proprio come avviene per Dio: un dio pagano però, quello che si immaginano gli uomini. Un dio che vive in un paradiso perfetto in cui non entrano i conflitti della vita vera, cioè la tensione amore-morte: l’unico rapporto con la creatura è, al massimo, quello di concedersi, benignamente e senza sporcarsi le mani, di farle da motore immobile.
  • L’amore irreale, cioè da sogno inteso come non-realtà, non funziona. Non perché è irreale, ma perché non è amore. L’amore vero è sempre reale perché solo ciò che è reale è vero. Per vero intendo che ha un posto, un peso, nella mia vita. È vero solo quello che mi porta più dentro la mia vita, che rende la mia vita più mia. Tutto ciò che conferma chi sono è reale e quindi vero. Il senso della mia vita non è qualcosa che riempie la mia vita, ma è la mia vita. Ha il suono del mio nome.
  • L’amore vero è anche quello di una dodicenne che si innamora di un ragazzo e che ha solo il suo numero di telefono su WhatsApp e l’unico appuntamento che ha con lui è quando apre la fotina del profilo e la ingrandisce e se lo guarda con amore. È amore vero perché a dodici anni l’amore lo vivi così. È vero perché lei è così: una bambina che sta crescendo. Ma per una donna adulta quell’amore non sarebbe vero: ha bisogno di un amore in carne e ossa, di incontrarlo, di ballare con lui, di uscire con lui, di baciarlo. Vivere un amore irreale è un ossimoro, è non amare. La parte d’irrealtà di un amore irreale tiene quell’amore all’esterno, fuori dalla vita di chi pretenderebbe di amare. Non tocca la vita vera. Magari la stravolge, ma non ci entra dentro. È, anche, e terribilmente, un amore che distrugge quello che lui o lei è. Questo significa irreale.
  • Se caratteristica della persona contemplativa è stare con entrambi i piedi nella realtà, la Rose di Titanic è una donna che fa l’esatto contrario. Che vuole non «guardare» ma solo e semplicemente essere guardata.
  • L’attesa di una donna è un prepararsi a qualcosa di cui presagisce l’esistenza, ma che ancora non conosce. È un prepararsi per qualcuno che arriverà e che – pensa tra sé – mi riguarderà tutta anche se neppure so che volto ha e come lo riconoscerò. Me ne accorgerò dal semplice fatto che la mia vita cambierà: irresistibilmente, ma anche liberamente, mi toccherà. E anche io «sceglierò» di essere toccata. Cioè, ne sarò amata e l’amerò. 
  • Le donne dell’Antico Testamento che da sterili divenivano madri di figli importanti, quelle di cui ho parlato più sopra sono – come ho già detto – preludio della Vergine Madre: la verginità è, per così dire, la sterilità portata al suo culmine. Maria quindi è la donna dell’attesa. Anzi dell’Attesa. Anzi, essa stessa è l’Attesa.
  • Non so esattamente a che cosa pensasse Recalcati quando ha scritto «essere madri non significa coltivare il proprio ma aprirsi all’Altro», ma queste parole descrivono perfettamente quanto ho nel cuore quando parlo dell’Annunciazione. Per me «non coltivare il proprio» significa la decisione della verginità, ovvero rinunciare a «coltivare il proprio» nel senso di non coltivare una forma di maternità come quella di ogni altra donna; e «aprirsi all’Altro» – scritto dall’autore in maiuscolo – lo interpreto come un aprirsi al mistero di Jahvè, di Dio. Mistero quanto mai fitto quando si consideri che Maria si sente contemporaneamente spinta alla verginità ma anche, secondo una modalità misteriosa e che non conosce, coinvolta molto da vicino nella venuta del Messia. 
  • Maria non si stupì affatto della presenza di un angelo. Fu invece l’angelo a stupirsi di lei. Maria vedeva il Creatore in tutte le creature, e vederlo negli occhi di un angelo le sembrava altrettanto sublime che vederlo in quelli di un uomo. Non la stupiva scorgere ovunque il Creatore. Era intenta a normali lavori domestici. Aveva forse un panno in mano o una spazzola di legno che a un certo punto le erano caduti non perché fosse rimasta trasecolata dall’apparizione di Gabriele, ma per lo stesso identico motivo per cui a ciascuno di noi cascano di mano le penne e gli smartphone. Gabriele ha il volto di un giovane molto bello, dai lineamenti molto delicati. Capelli leggermente ondulati, castani. Occhi verdi. Niente ali però, questo no. Solo una veste candida. È lui a stupirsi. Molto, molto più di Maria. Gabriele è un arcangelo eviterno abituato a guardare fisso l’eterno Dio, e sa bene tutta l’opaca caligine che avrebbe trovato arrivando sulla terra. Aveva ancora fresca una certa esperienza con Zaccaria (cfr Lc 1). Proprio per questo si stupì. Di Maria. Si stupì molto. Non si aspettava di vedere il Creatore guardando una creatura. Di vedere una creatura “tutta così piena di Creatore. Così stracolma, così piena di grazia, così kecharitoménê. Devo aver sbagliato strada, pensò Gabriele. Credevo d’esser sceso sulla terra, e guarda un po’ sono arrivato in cielo. Si guardava attorno nella stanza mentre Maria curava cose casalinghe impercettibili a un angelo, e quel principe del cielo pensava: «Guarda un po’, qui è tutto pieno di cielo. È tutto pieno degli spirituali sorrisi che si sorridono nei cieli, delle trepidanti parole che alitano su da noi nei cieli». Era molto stupito, Gabriele, di fronte a Maria. Era stupefatto. Non aveva mai visto nulla di simile. Con nessuna creatura aveva mai visto Dio comportarsi in simile modo. Gabriele disse «il Signore è con te» (Lc 1, 28) e non lo aveva mai detto a nessuno. Una cosa così non l’aveva mai detta. Era una prima volta, una primizia. Di tutta la creazione, di tutte le creazioni. Mai vista una cosa simile, pensava Gabriele, mentre Maria lo guardava e non si stupiva più di tanto. E lui proprio di questo era stupefatto. Dell’atmosfera famigliare, normale, che lo sguardo di Lei, le sue mani, la sua presenza, creavano. Lei era quasi seduta a terra (forse a filare o a pulire) e lui, che veniva dal più alto dei cieli, era molto affascinato da quelle dita, da quelle mani. E si chiedeva se stesse filando o forse solo pulendo, e si stupiva di essere affascinato da una cosa così semplice e umile.
  • Io che adesso sono qui e dovrei dire le parole che tutta la Creazione si attende da sempre, sono qui e sto rimandando. Sono perplesso perché non capisco se Lei sta filando o sta pulendo. Perché filare e pulire sono due cose molto diverse. Pulire – pulire per terra – lo fanno le serve, le schiave. Invece filare lo fanno le principesse. Le mani che filano e ricamano non possono essere le stesse che puliscono. Le prime devono essere delicate e morbide, e non potrebbero esserlo se pulissero perché a chi cucina, spazza, lava, le mani diventano dure e rudi. Poco e male sensibili ai fili delicati, ai ricami. Io sono qui e guardo Lei che sta all’origine della Chiesa e vedo dietro Lei i secoli dei secoli in cui monache e suore saranno divise in categorie ben precise: le coriste e le converse, rispecchiando così le divisioni delle società del loro tempo. Le prime fileranno, e saranno della classe sociale superiore, e le seconde puliranno, e saranno della classe sociale inferiore. Sarà così, ed è sempre stato così tra gli uomini di tutti i tempi. Solo da noi, in paradiso, non ci sono queste divisioni. Ma, qui, con Lei, io più guardo, più non capisco. Quelle mani – le Sue mani – mi sembrano come il roveto ardente che incantò Mosé (Es 3, 3). Adesso puliscono ma, no, ecco adesso ricamano. Spazzano e filano, cucinano e filano. O io non sono più quello che sono, un Principe eviterno del Paradiso, o qui c’è qualcosa che non ho mai visto».
  • Si ridestò Gabriele, e capì. Era qualcosa che non aveva mai capito per bene. E il motivo era che aveva vissuto solo e sempre in cielo. Non era mai sceso giù sulla terra. Capì quale fosse il motivo per cui Dio, che pur aveva da guardare tutto il Cielo che voleva, si ritrovava sempre a guardare giù, a guardare Lei, una piccola ragazza silenziosa, un’intimità della terra così tutta raccolta nell’umiltà. Lo scopriva spesso Gabriele, il Dio Uno e Trino, che sbirciava rapito quella Donna e le dita di Lei che insieme filavano e pulivano.
  • Così gli sfuggì di dire: «Da sempre Ti ha guardata». Fu in quel momento quando Cielo e terra si riconobbero e finalmente Gabriele riuscì a dire: «Darai alla luce un figlio e lo chiamerai Emmanuele, Gesù: Dio è con noi» (Cfr Mt 1, 23; Lc 1, 31; Is 7, 14). A quelle parole, sfiorò appena con la mano il grembo di Lei e Lei guardò in alto e una Presenza Luminosa li avvolse. Il suo cuore, di umiltà e purezza cristallina, rifulse in modo così eminente nella sua trasparenza, da lasciare commossi. Senza parole. Senza fiato. Quel Cuore così meraviglioso viene avvolto dalla Luce dello Spirito e si unisce liberamente all’Amore, a quella Luce che fa sembrare ombra quella della terra. Quella luce, così intensa e calda, è tanto presente nella povera stanza qualunque di un qualsiasi giorno qualunque come mai in nessuna reggia è avvenuto. Si toccano, Lei e la Luce, e il suo sorriso è tutt’uno con quella Luce che si concentra e diventa intensissima. Poi un’ombra avvolge tutto (cfr Lc 1, 35). E poi, solo, si sente il battito di un cuore che inizia il proprio palpito.
  • L’Annunciazione è proprio l’inizio di qualcosa di nuovo. Perché l’Incarnazione dà il via alla Redenzione, ed è l’inizio della Chiesa, cioè di una nuova creazione. Maria è l’Arca della Nuova Alleanza. Cioè significa che è come se Dio, nell’arca di Noè, preparasse la sua Misericordia perché già nell’Arca della Nuova Alleanza vedeva Maria. E quindi è come se vedesse l’Incarnazione del Figlio per costruire una nuova umanità.
  • Alicia è un meraviglioso esempio della donna che sa attendere. Dell’amore che sa strappare chi ama dall’irrealtà. Che ama il reale e non l’ideale. Che lo sa distogliere dall’ideale nel senso più deleterio e pericoloso per alimentare invece la parte vera, reale.
  • Maria è la sposa che aiuta Giuseppe a essere sé stesso, a essere «Signore dei Sogni». Maria – donna dell’attesa – è per questo, prima di tutto, donna e madre. Così la presenta il Vangelo di Giovanni, quel quarto Vangelo che mai indica l’apostolo adolescente con il nome proprio, ma che lo designa sempre con l’espressione «discepolo prediletto»: allo stesso modo Giovanni non chiama mai la sposa di Giuseppe con il nome di Maria, ma la indica sempre come «donna» o «madre», proprio a sottolineare che quella è la sua definizione, quello è il suo nome. 
  • Perché molte volte il «per sempre» ha la forma dell’arabesco e non conosce solo la linea retta.
  • L’universo è infinito perché ci crediamo, dimostrarlo non è possibile, ma crederlo sì. Così è l’amore. Così il matrimonio. Così la vita. C’è perché ci sono due persone che si amano, ieri, oggi, domani. Nessun calcolo da dimostrare, ma tutto da mostrare.
  • Per me è importante che tu esista»: l’amante vero quale che sia, padre, madre, marito, moglie, fidanzata, figlio, amico, mistico, fratello, dirà queste parole per esprimere la bontà, la felicità, dell’esistenza dell’altra persona: in sé stessa e per me. Dice di sì alla vita dell’altro, conferma la propria esistenza e quella dell’altro. C’è un pensiero di felicità per l’esistenza dell’amato e quindi anche per la propria esistenza. C’è la scoperta del tu e c’è la scoperta dell’io.
  • È la rivelazione contemporanea che le due esistenze sono diventate più belle, più preziose, più felici. Si dice sì all’altro e si riceve sé stessi nuovamente: si dice sì in modo nuovo al proprio io (non all’amor proprio) e lo si dice a partire dall’altro. Quando si entra nell’amore, cioè quando ci si innamora, si assapora il proprio essere pieni, colmi. Non c’è nulla di sbagliato, nulla di cui rimproverarsi, nessun errore, nessun rammarico. Si riposa in quella pace: quella scoperta, quella scoperta reciproca, appaga completamente. 
  • L’amore è ciò per cui l’amante rende più felice in senso reale la vita dell’amato: in particolare la donna che attende, e che quindi inizia a essere madre, porta nella realtà la persona che ama.
  • Come si fa a essere vigili come Giuseppe? Risposta: andando a dormire. «Dormire», in questo contesto, significa lasciarsi andare alle mani di Dio, al sogno di Dio. Il nostro sogno si realizzerà perché, in ultima analisi, è il sogno di Dio.
  • Per «considerare queste cose» ci vuole la luce spenta, la tenda tirata, la porta chiusa, la testa sul cuscino e gli occhi al soffitto. E lasciare che i pensieri vadano via con la forza di gravità più forte che ci sia: l’abbraccio del nostro letto e della nostra stanza. Lì arrivano Dio e gli angeli.
  • Maria aveva un altro motivo per andare da Elisabetta «in fretta»: il desiderio di confidarsi con qualcuno di quanto aveva nel cuore.
  • La rivelazione della Trinità – che presumibilmente Maria ha avuto nel momento stesso dell’Incarnazione – può essere fatta solo dallo Spirito Santo, da Dio, perché può essere colta solo nella fede soprannaturale, cioè nella Grazia, in quella Grazia di cui Maria è colma («hai trovato Grazia presso Dio»), ma di cui solo Dio è la fonte, e che solo Lui può dispensare come e quando vuole. 
  • Noi siamo il nome che portiamo, viviamo la vita che abbiamo, ci verrà chiesto conto della storia che abbiamo vissuto.
  • La bellezza di Maria, in ultima analisi, non è altro che la visibilità della Sua bontà, della Sua verità, della Sua santità. Perché Maria altro non è che il Tempio dello Spirito Santo, cioè il volto visibile che lo Spirito Santo ha voluto assumere nella storia umana. 
  • Se è vero che essere donna e madre significa saper attendere, vuol dire che l’essere donna si esprime innanzitutto nel dono del tempo. Donare tempo significa attendere senza esigere, senza avere un progetto, senza domandare, senza anticipare.
  • Come negare che prima la Creazione e poi la Redenzione altro non siano se non grandi, enormi, sogni di Dio? E che questo Sognatore, Dio, ha bisogno di una grande Donna, Maria, che sappia attendere il Suo Sogno, Lei Donna in Attesa?
  • La capacità di sognare non è qualcosa che esula dalla realtà, non è un vuoto vaneggiare che nulla ha a che vedere con la vita: sognare è prendere molto seriamente la nostra vita, è essere fino in fondo ciò che vogliamo e dobbiamo essere. È vivere con entrambi i piedi, messi, radicati, in quella vita che assumo come mia nella sua interezza. «Sono un seminarista dunque faccio il seminarista». È la normalità in cui si è incarnato il Verbo. «La superficialità non è cristiana» scriverà anni dopo in un’omelia il fondatore dell’Opus Dei (J. Escrivá, È Gesù che passa, n. 174). 
  • L’oggetto del sogno è la vita, l’ordinarietà della vita, la profondità della vita. È in questo luogo dove possiamo trovare ciò che a volte sembra mancare alla nostra esperienza e che può tradursi nel fuggire in «sogni impossibili», cioè un sogno estraneo al nostro vissuto, a qualcosa che non esiste. I sogni di cui parlo non sono illusioni o utopie, ma un compito: quello di trasformare nel sogno che ci anima lo spazio reale che ci è dato di vivere. 
  • Non è solo importante ciò che mi aspetto dalla vita, ma soprattutto quello che la vita mi chiede. Il sogno non è altro che cimentarsi con tutte le proprie energie nel realizzare al cento per cento la propria identità, la propria vita.
  • Tutte le storie nascono da Dio e tutte le storie a lui ritornano. Tutti i protagonisti di quelle storie costruiscono la propria identità solo a partire dal sogno di Dio e rimanendo dentro quel sogno.
  • Siamo in due a giocarcela. Perché parto dal Suo sogno creatore di amore verso di me e a quello voglio tornare. Lui mi dà la vita, io la prendo e parto accompagnato dalla Donna giusta, quella che asseconda il sogno: sarà Maria o una donna che in qualche modo la incarna. In ogni caso non posso dimenticare che il mio viaggio ha per destinazione casa, cioè la casa del Padre.
  • Io sono il sogno di Dio. Dio ha sognato me e non un progetto su di me. La mia vita non è la realizzazione del progetto di Dio su di me. Ma la mia vita è la storia di amore di Dio con me. E le storie di amore sono imprevedibili, anche quelle con Dio. Aveva creato il paradiso terrestre e ora eccoci qua. Ha fallito il suo sogno Dio?
  • Che vocazione ho? È una domanda che vuole una risposta poco educata, cioè un’altra domanda. Domanda: che vocazione ho? Risposta: chi sei? Da dove vieni? La tua storia di fronte a che cosa ti ha portato? A un certo punto della vita bisogna decidere chi si vuole essere, non cercare la regola che dice dopo quanti anni di fidanzamento ci si sposa. Le regole servono per vivere al meglio quello che ho deciso di vivere, ma non «per vivere». Per vivere, serve la vita che scelgo.
  • Le domande importanti sono come tende: vanno scostate per vedere che cosa c’è fuori e far entrare la luce e l’aria.
  • Il vero sogno, quello che appartiene alla vita di ciascuno di noi, ci modella ancor prima che esso diventi chiaro perché ha in sé la forza di creare dentro di noi lo spazio per essere accolto.