A. C. H. Smith

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A C. H. Smith (1935 – vivente), scrittore britannico.

Dark Crystal[modifica]

Incipit[modifica]

C'era solamente Jen. Jen solo.
Il suo gioco preferito consisteva nel suonare il flauto e immaginare che altri Ghelfling, sollecitati dalla sua musica, sbucassero da dietro gli alberi vicini, strisciando silenziosi alle sue spalle, mentre lui se ne stava seduto accanto alla cascata. Li immaginava sorridenti perché convinti che le rocce li nascondessero alla sua vista. E quando lui avesse smesso di suonare e si fosse voltato di scatto cogliendoli di sorpresa mentre si muovevano, sarebbero stati costretti a restare per sempre con lui nella valle degli urRu.
Ma si trattava solamente di un gioco che giocava da solo.

Citazioni[modifica]

  • Passando attraverso il Cristallo la luce si rifrangeva in numerosi raggi che si proiettavano verso il basso. Quelli più vicini alla verticale finivano in un pozzo, scavato nella roccia viva proprio al di sotto del Cristallo, dove si fondevano in un lago di fuoco. Intorno al bordo del pozzo si estendeva una vasta sala cerimoniale, di forma triangolare; nei punti del pavimento colpiti dai raggi rifratti dal Cristallo si formavano cerchi di vivida luce scura. Nove di queste pozze luminose erano vuote, mentre in ciascuna delle altre nove c'era uno dei sinistri Skeksis, esseri simili a rettili. E tutt'e nove, con gli occhi semicoperti dalle palpebre grevi al di sopra delle mascelle a becco, fissavano furtivamente la porta. Se ne stavano immobili entro gli spessi strati di mantelli che coprivano i loro corpi scheletrici e squamosi da eoni, e non ne toglievano mai uno. Solo quando uno si disfaceva, lo sostituivano con un altro. Immobili e massicci, assorbivano la radianza cosmica del Cristallo che li sovrastava, ma gli occhi che non ammiccavano mai non erano immobili, e gli artigli si torcevano mentre si guardavano intorno, in attesa dell'arrivo del loro Imperatore.
  • Cosa mai avrebbe potuto apprendere Jen sul proprio conto, avendo come paragone quelle creature così totalmente diverse, tanto più grandi di lui, e almeno cento volte più pesanti? Tutto quello che lui imparava – ed era molto – glielo insegnavano sotto forma di regole. Non potevano fare degli esempi, non solo a causa della loro differenza fisica, ma anche perché tutta la loro sapienza era fatta di concetti. Tutto quanto avveniva e veniva appreso era istantaneamente tradotto in idea dagli urRu, idea che andava ad unirsi alle altre accumulatesi lungo gli eoni come la polvere sui loro mantelli. Le spirali e le rune incise nell'epidermide delle loro teste erano incisioni di pensiero codificato che rappresentavano un'interpretazione simbolica di tutto il passato di ogni urRu, da cui, in qualunque momento, chi avesse saputo interpretare sistematicamente quei segni, sarebbe stato in grado di leggere il futuro. L'abituale tristezza delle loro espressioni, e la marcata lentezza delle loro voci basse e sonore erano la caratteristica delle loro nature cerebrali. Chiunque avesse incontrato un urRu, poteva sulle prime pensare che fossero oppressi da un senso collettivo di colpa tanta era la mancanza di spontaneità del loro modo di fare.
  • – Maestro, cosa succede?
    UrSu ansimò prima di rispondere.
    – Nacqui... – disse, e il resto della frase si perse in un mormorìo indistinto.
    Jen piegò la testa per indicare che non aveva capito. Il Maestro agitò debolmente una mano come a dirgli di aver pazienza, e finalmente riuscì a mormorare: – Nacqui sotto un cielo tempestoso.
    Jen deglutì a vuoto, sforzandosi di mantenere la calma. – Per favore – disse. – Sono io, Jen.
    Il vecchio saggio tornò a sollevare la mano, e mosse le labbra come per guidare le parole. – Un Cristallo cantava... – ansimò. – Un Cristallo cantava i tre divenuti uno. La colonna oscura, la colonna, la colonna rosea... e la luce...
    Jen si avvicinò, chinandosi per parlargli.
    – Ascolta – mormorò il Maestro. – Devi capire. Tu devi... Dopo novecentonovantanove triadi più una triade... La Grande Congiunzione, cantava il Cristallo... Io nacqui, ah... anche Skeksis...
    Jen rimaneva lì immobile, timoroso all'idea che la sua vita dovesse cambiare, smarrito al pensiero delle responsabilità che, nel suo sconnesso mormorìo, il Maestro dava l'impressione di volergli imporre. Non aveva idea del significato di quei frammenti di cognizioni – se si trattava di cognizioni e non di parole prive di senso mormorate da un essere agonizzante – più di quanto non riuscisse a immaginare cosa avrebbe potuto fare per venire in aiuto al suo Maestro.
    – Sei malato. Devi riposare – gli disse.
    Se riusciva a calmarlo, sarebbe andato a chiamare UrIm il Guaritore, che, con la sua sensibilità all'aura, avrebbe imposto le mani e poi forse tutto sarebbe tornato come prima.
    UrSu non l'aveva sentito. – Tre volte sei erano gli urSkeks – proseguì cantilenando, come se così gli riuscisse meglio di respirare. – Oscuro il Cristallo, oh... Tempestoso il cielo, grande dolore, gli Skeksis, essi... Male, oscurità, il loro governo...
    Jen si sforzava di dare un senso a quelle parole sconnesse, perché il Maestro gli aveva detto che doveva capire, ma nello stesso tempo era disperato perché s'era reso conto che UrIm, che aveva visto sulla soglia della caverna, doveva aver già visitato il suo Maestro, e se si era allontanato significava che non c'era più niente da fare.
    – Grande potere – continuò lentamente urSu dopo aver ripreso fiato. – Non ancora, non rinnovato, non Skeksis, non se i Ghelfling, tu, ah... – emise un gemito di dolore. – Tu lo renderai intero, tu devi, tu devi, tutto intero, Ghelfling. Di nuovo.
  • Il passato tallonava sempre il presente per cercare di distruggerlo? UrSu gli aveva detto che una domanda bidimensionale come quella era priva di spiegazione e quindi di senso. – Forma un triangolo che congiunga passato, presente e futuro, e allora ciascuno dei due spiegherà il terzo.
    – Tutto è energia – aveva detto in un'altra occasione urSu. – L'energia esiste solo quando si può creare un nesso, un collegamento. Unisci una cosa a un'altra e avrai l'energia che ti serve a vivere. Unisci uno a uno e ancora a uno e nulla sarà più come prima. Guarda la mia faccia, Jen. Quello che tu vedi adesso nacque quando tre diventarono uno. Guarda attentamente, adesso, con la massima concentrazione, e potrai vedere che tre diventeranno nuovamente uno.
    – Cosa significa, Maestro? È difficile da capire. Non puoi dirlo in modo più semplice?
    – È già semplice quanto può esserlo. Per questo ti è difficile capirlo.
  • – Tu hai bisogno di domande, non di risposte, come la caverna ha bisogno della montagna.
    Jen cercò di dominare il panico che lo stava invadendo. – Ma, urZah, tu sei capace di vedere il futuro, non è vero? Ti prego, dimmi almeno cosa accadrà.
    – Il futuro è molti futuri – rispose urZah dopo una lunga pausa, mentre gli altri continuavano a cantare in coro e il sole compariva all'orizzonte. – Noi li vediamo tutti. Sta a te cercare quale sarà il tuo. – Indicò un'incisione nella pietra più vicina: rappresentava tre cerchi concentrici chiusi in un triangolo. – Ti dirò questo – continuò. – Molto presto i tre fatti uno guarderanno giù. Chiunque toccherà la roccia sentirà violente vibrazioni. Se fino a quel momento non avrai trovato il futuro che devi cercare, e reso intero ciò che è stato rotto, quel che era luce oscura, allora nulla potrà essere intero, e l'oscurità sarà il destino di tutte le creature di Thra.
    – Ma io ho paura di quello che è scuro, urZah.
    – E hai ragione. L'oscurità imprigiona la luce. L'oscurità distrugge tutto ciò che esiste, ingoia tutta l'energia. È il male.
    – Cos'è il male? – chiese Jen.
    – Il male non esiste – rispose urZah. – Il male è disarmonia fra le esistenze. E adesso va, Ghelfling, con le tue domande.
  • Il complicato disegno sui pavimenti del Castello del Cristallo Oscuro rappresentava un sentiero. Chiunque lo vedeva non aveva dubbi in proposito, ma quello che veniva lasciato all'interpretazione individuale era il punto d'inizio e quello d'arrivo, oltre allo scopo del tragitto.
    Con le sue biforcazioni e intersecazioni, i suoi archi, i suoi cerchi e le sue spirali che portavano di stanza in stanza, avrebbe potuto essere interpretato, secondo un modo di vedere trascendentale, come la strada che un pellegrino doveva percorrere per raggiungere i più alti gradi dell'illuminazione. Il viaggiatore, fatto in origine di materia bruta, si sarebbe a poco a poco elevato fino a diventare un puro spirito, senza però mai procedere in linea retta ma seguendo un percorso contorto, che continuava anche quando pareva che il percorso fosse stato compiuto. (Perché anche l'anima, fatta di puro spirito, ha ancora dei compiti da assolvere, e per questo il ciclo del disegno dei pavimenti si snodava all'infinito.)
    Gli Skeksis, tuttavia, non la pensavano a questo modo. Il presupposto che la pura spiritualità fosse superiore alla materia bruta era qualcosa che sfuggiva alla loro comprensione. Uno dei significati del labirinto fu chiaro ai loro occhi il giorno successivo a quello dei funerali dell'Imperatore: era la via che conduceva al trono.
    Colui che aspirava a stringere fra gli artigli lo scettro, sapeva come seguirne il tracciato. Doveva farlo con apparente umiltà, con rispetto, dimostrando di volersi sottomettere a una debita disciplina. Così quei tre – il Maestro delle Cerimonie, il Generale dei Garthim e il Ciambellano – stavano percorrendo da alcune ore il labirinto, con la dovuta solennità, sotto lo sguardo attento degli altri Skeksis. I tre seguivano le circonvoluzioni del percorso, ne studiavano le difficoltà, si soffermavano alle biforcazioni, e scoprivano infine che portavano invariabilmente al punto di partenza.
  • – Scusami – disse Jen. – Vorresti dirmi una cosa? Tu sei una femmina?
    Aughra scoppiò in una sonora risata. Sebbene quella boccaccia spalancata coi denti rotti e anneriti fosse disgustosa, la risata rincuorò Jen.
    – Femmina – rise lei. – Sì, il pezzo rimasto è femmina. Il pezzo andato a male maschio. Troppo da fare. Ah, ah!
    – Cosa è successo all'occhio che puoi avvitare e svitare? – chiese Jen che andava prendendo coraggio.
    – Occhio? Bruciato.
    – Terribile.
    – Valeva la pena – Si toccò l'orbita vuota. – Visto Grande Congiunzione. Visto cosa fatto Cristallo. Io sola. Nessun altro visto. Io guardato Cristallo! – concluse con enfasi.
    Jen annuì, come se avesse capito una sola parola, e continuò a masticare. Quel formaggio era proprio buono.
    – Solo uno. Me – ripeté Aughra. – Eccetto Skeksis, naturalmente. Ah! Ma è diverso. Quando intonano quel canto, allora qui, dappertutto su Thra c'erano cristalli risonanti.
  • Ridacchiando, Aughra allungò un braccio verso un banco e prese un triangolo alchimistico di ottone. Con l'altra mano si tolse l'occhio e lo tenne in modo che guardasse Jen attraverso il triangolo.
    – Vedi? – chiese. – Tre cerchi. Tutti insieme. Concentrici, eh? Tre soli fratelli. Grande lite su figlia di luna. Questa è storia che raccontano, chiedi ai Podling. Loro vogliono storie. Lei si annegò, loro si divisero e quando tornano insieme, zac! – Aughra batté il triangolo sul tavolo facendo increspare in cerchi concentrici la superficie del succo nella brocca. – Grossa battaglia. O grande amicizia. Non so dire.
    – Capisco – disse Jen. – Adesso possiamo cercare quella scheggia di cristallo?
    – Aspetta, Ghelfling – rispose Aughra rimettendo a posto l'occhio. Depose il triangolo sul banco e si alzò per frugare nei cassetti mentre continuava a parlare. – Tu vuoi sapere di Grande Congiunzione. Quando viene tu stai meglio sottoterra. Sicuramente. Forse fine del mondo. O principio. Fine e principio sono la stessa cosa. Grande cambiamento. Buono, cattivo, non so. Fine di Aughra, fffft... Anche tua fine. Anelli di fumo? E allora? Un giorno tutti diventiamo fumo, no? Anche venuti da fumo, un giorno. Non so. Forse fumo non cattivo. Galleggia in aria. Vede mondo. Eh? – E scoppiò a ridere istericamente.
  • Dal seggio imperiale adorno di complicate sculture, il Generale dei Garthim scoccava occhiate al Maestro delle Cerimonie, seduto al suo fianco. Cosa stava macchinando? Il suo atteggiamento di distacco era solo una posa studiata ad arte per mostrare agli altri la sua superiorità spirituale e stabilire quindi il diritto di usurpare il trono alla prima occasione? Guardando gli altri, però, gli pareva che fosse tempo sprecato. Forza, avidità e spietatezza erano le qualità che gli Skeksis apprezzavano in chi aveva il comando. Il Generale dei Garthim allungò il braccio per afferrare un pentolone quasi vuoto in cui stava mangiando il Tesoriere. Vi infilò dentro la testa per ripulirlo con la lingua, e quando l'ebbe leccato per bene lo gettò via. Guardò di soppiatto il Maestro delle Cerimonie e gli parve di scoprire un'ombra di disgusto nella sua espressione. Bene. Questo gli offriva la possibilità di prendere l'iniziativa. Forse sarebbe stato in grado di escogitare qualche stratagemma per diffamare il Maestro delle Cerimonie, superbo della propria dignità e della sua supremazia nell'osservare il cerimoniale. Più presto quel bacchettone avesse seguito il Ciambellano nella landa selvaggia, più sicuro si sarebbe sentito lui sul trono.
  • La soglia era bloccata dalla mole massiccia di uno Skeksis, che li guardava. Sulla faccia del Ciambellano era dipinta un'espressione cordiale, intesa a ingraziarsi i Ghelfling.
    Fizzgig saltò su un davanzale, e stando lassù in bilico si voltò verso Kira per indurla a seguirlo. Lei stava per farlo, ma poi si accorse che Jen non si era mosso.
    Il Ciambellano alzò la mano, senza sfoderare gli artigli, nello stesso gesto della notte precedente. – Fermatevi – sibilò. – Sono amico. Amico di Kelffinks. Ieri notte io salvato voi da Garthim. Io nemico? No, io amico. State, per favore.
    Jen guardò il mostro che avrebbe potuto afferrarlo e ridurlo in brandelli. – Mi hanno detto che gli Skeksis uccidono i Ghelfling – ribatté.
    Il Ciambellano sbuffò. – Puah! È per stupida profezia che dice Kelffinks mettere fine potere di Skeksis. Stupido – e scrollò la testa.
    Jen stava calcolando che lo Skeksis non avrebbe potuto varcare la soglia a meno che non abbattesse le pareti che sovrastava di tutta la testa. Ma quello non era il modo di agire degli Skeksis, che, nelle aggressioni, ricorrevano sempre ai Garthim. No, e poi, con un po' di fortuna, lui e Kira avrebbero potuto scappare dalla finestra. Per sicurezza arretrò di qualche passo per tenersi alla larga da quegli artigli. Prima di scappare, voleva sapere tutto quello che lo Skeksis aveva da dirgli.
    – Stupida profezia – diceva il mostro. – Ma Skeksis spaventati. Paura di Kelffinks, sì. Piccoli Kelffinks. Errore, grande errore. State, per favore. Io amico.
  • Lo Skeksis li teneva troppo saldamente perché potessero liberarsi, ma non fece quello che temevano, cioè strangolarli come aveva fatto anni prima con la madre di Kira. No, era evidente che voleva qualcosa da loro, e che non aveva intenzione di ucciderli.
    – Prego ora voi venite con me, eh? – disse il Ciambellano. – Sì, Skeksis e Kelffinks ora vivere in pace insieme, sì. Per favore.
    Jen, che aveva le braccia libere, infilò la mano nella tunica impugnando il cristallo.
    – Noi ora andiamo – continuò il Ciambellano avviandosi. – Altrimenti sarà troppo tardi.
    Con uno scatto fulmineo, Jen estrasse la scheggia e gliel'affondò nel braccio. Il cristallo emise un bagliore accecante, e il tunnel tremò mentre dal tetto cadevano piccole pietre.
    Nella landa selvaggia, all'orizzonte, urSol il Cantore alzò un braccio. Improvvisamente vi era comparso un profondo squarcio che sanguinava abbondantemente. La fila degli urRu arrancava verso il castello. Nel cielo, i tre soli stavano sempre più avvicinandosi l'uno all'altro.
  • Il Ciambellano fece una profonda quanto ironica riverenza all'onnisciente Imperatore. Protendendo il braccio offrì Kira al trono cominciando nel contempo un lungo e minuzioso sproloquio su come fosse riuscito a scovarla e a catturarla grazie alla sua abilità e scaltrezza. Avrebbe voluto continuare aggiungendo un'agghiacciante descrizione del destino degli Skeksis se lui non fosse riuscito nell'impresa, quando fu interrotto dal Maestro delle Cerimonie.
    Kelffinks Krakweekah! – strillò, indicando Kira, e si passò un artiglio di traverso alla gola per indicare quello che si proponeva di farle. Il Maestro delle Cerimonie aveva già fatto un passo avanti per afferrare la vittima destinata al sacrificio, quando il Generale dei Garthim lo fermò alzando lo scettro.
    Il Maestro delle Cerimonie rimase dov'era, ma sfoderò egualmente il lungo e acuminato coltello sacrificale, che tenne pronto mentre fissava il Generale dei Garthim. Gesto e occhiata erano inequivocabili.
    Intanto, il Ciambellano non era rimasto solo a guardare, e aveva cominciato a protestare: il Ghelfling era suo prigioniero e spettava a lui decidere cosa farne.
    Il Generale dei Garthim chiamò a sé con un cenno lo Scienziato, e gli mormorò qualcosa a bassa voce. Lo Scienziato annuì più volte. Poi il Generale dei Garthim si rivolse all'assemblea e dichiarò: – Kelffinks na Rakkash!
    Non tutti gli Skeksis approvarono la decisione. Qualcuno dubitava dell'abilità dello Scienziato. L'Artista, per esempio, aveva già pensato a come poteva servirsi della testa di Kira. Il Buongustaio pregustava già il sapore del resto del corpo, e tutti sapevano perfettamente quali erano le vere intenzioni del Generale dei Garthim. Forse, il vecchio Imperatore era morto per mancanza di vliya Ghelfling. Adesso, se lo Scienziato avesse trovato il modo di allevare i Ghelfling in cattività, con una produzione regolare di vliya, la salute del nuovo Imperatore non avrebbe più avuto nulla da temere, e lui sarebbe rimasto per sempre saldamente sul trono. Ma, come stava blaterando in quel momento il Maestro delle Cerimonie, lo Scienziato era capace solo di ottenere qualche risultato con i Podling, e basta. Inoltre, tutti lo consideravano un pazzo che si era automutilato. Non sarebbe stato meglio per tutti, chiese il Maestro delle Cerimonie, festeggiare la loro raggiunta salvezza col coltello sacrificale che lui impugnava?
    Al Generale dei Garthim non piaceva come si stavano mettendo le cose. Lui stesso non nutriva un'eccessiva stima nei confronti dello Scienziato, però riteneva che gli altri lo stimassero. Quale di loro si sarebbe tagliato una mano o una gamba per puro amore della scienza?
  • Le mani dello Scienziato tremavano di eccitazione mentre assicurava Kira alla sedia nel laboratorio. Era eccitato non solo all'idea di ottenere vliya da una Ghelfling dopo tanto tempo in cui si erano dovuti accontentare di succo di Podling, ma anche perché sapeva che il Generale dei Garthim non ricordava l'esatta quantità di vliya contenuta in un Ghelfling. Lui invece lo ricordava con esattezza, ed era sicuro di poterne sottrarre una buona parte per proprio uso senza essere scoperto. Si voltò a guardare Aughra, chiusa nella gabbia. Non si fidava di lei. Se ne avesse avuto l'occasione, sapeva che avrebbe fatto la spia, solamente per fargli dispetto e poter ridere alle sue spalle. Adesso però sembrava addormentata. Aveva cercato di morderlo, quando lui le aveva preso l'occhio, quella maligna brutta strega. Dopo di allora se ne era rimasta immersa in un cupo silenzio. Lui aveva deposto l'occhio sul banco di lavoro, ma non aveva ancora deciso cosa farne.
    Cercando di dominare l'agitazione inserì il cristallo e il tubo inclinato nel supporto sotto cui aveva sistemato una grossa brocca, da cui avrebbe poi versato parte del contenuto nella fiaschetta destinata al Generale dei Garthim. Il resto l'avrebbe nascosto e tenuto per sé.
  • Dal tempo della divisione avvenuta dopo l'ultima Grande Congiunzione, un avvenimento di tantissimo tempo prima, gli Skeksis avevano abbandonato gli urRu a se stessi nella loro valle. Avevano dovuto fare così: l'oggetto e la sua immagine speculare potevano unirsi solo annullandosi a vicenda. Inoltre gli Skeksis non avevano mai avuto bisogno degli urRu, vecchi visionari, privi di senso pratico e ossessionati solo dalla loro vita collettiva interiore, i cui valori erano diametralmente opposti a quelli degli Skeksis.
    Poco dopo la divisione, gli Skeksis avevano scoperto che, scheggiando il Cristallo, potevano intrappolare energie malvagie che, a livello molecolare, erano visibili solo nella sfumatura più cupa che il Cristallo aveva assunto. Dopo alcune ricerche, lo Scienziato aveva spiegato che il Cristallo possedeva una connessione a spirale nella sua struttura, da cui derivava la proprietà di far ruotare il piano di polarizzazione di un raggio di luce polarizzata. Quando i tre soli erano congiunti direttamente al di sopra di esso, emanavano una forza polarizzata tale da svolgere la spirale, rischiarare il colore del cristallo e produrre un raggio focalizzato della massima concentrazione. Ma se il Cristallo fosse stato scheggiato, il collegamento a spirale sarebbe rimasto intatto. La luce della Grande Congiunzione avrebbe irradiato d'energia solo gli Skeksis, ma di un'energia tutta particolare, oscura, piena di malvagità.
    Gli Skeksis si erano avvantaggiati di questa cognizione e ne avevano approfittato tenendo sotto il loro controllo il Cristallo nella fortezza, che avevano ricavato dalla montagna che lo conteneva. Attraverso le linee di energia che circondavano il pianeta, essi avevano trasmesso incessantemente impulsi dannosi, fomentando la miseria e la debolezza e risucchiando per i loro fini tutte le energie geodinamiche. Il lampo che Jen aveva visto era stato concentrato sulle Pietre Erette e di lì rinviato al castello. Gli Skeksis controllavano i punti nevralgici del pianeta mediante l'agopuntura terrestre. Per tutti questi motivi essi avevano sempre ignorato gli urRu. Le spie di cristallo non li avevano mai sorvegliati, né erano stati fatti oggetto delle scorrerie dei Garthim. All'infuori delle Pietre Erette, nulla, in quella valle remota, avrebbe potuto costituire una minaccia per la tirannia degli Skeksis. La valle degli urRu era un'enclave di nozioni, la provincia delle nuvole, nient'altro.

Explicit[modifica]

Fra i singhiozzi, Jen sentì una voce che lo chiamava. – Ghelfling, ascoltami. – Alzò gli occhi. L'urSkek in cui si erano fusi urIm il Guaritore e skekUng il Generale dei Garthim, gli stava parlando mentre ondeggiava nel raggio del Cristallo. Nel suo viso si leggevano la saggezza degli urRu e la conoscenza degli Skeksis.
Jen si alzò reggendo fra le braccia il corpo di Kira, e, piangendo, andò a porsi davanti al semicerchio degli urSkek.
Quello che gli aveva rivolto la parola riprese a parlare. – Il mondo che noi dividemmo è stato riunito grazie al vostro coraggio e al vostro sacrificio. Ci avete liberato dal mondo di prima per farci vivere in questo. Dal delitto ora nasce la vita. Ghelfling, tieni stretta a te la tua compagna. Fa parte di te, come noi facciamo parte l'uno dell'altro. Tu hai ridato al Cristallo il suo vero potere. Crea il tuo mondo nella sua luce.
L'urSkek alzò la mano trasparente, deflettendo il raggio di luce su Kira, che si mosse fra le braccia di Jen e aprì gli occhi, mentre la sua ferita si richiudeva. Il canto raggiunse il punto culminante. Tenendosi abbracciati, Jen e Kira videro gli urSkek risalire lungo i raggi ed entrare nel Cristallo e di qui passare in un'altra dimensione astrale.
Nella sala tornò a regnare il silenzio. I tre soli si divisero ponendo fine alla Grande Congiunzione.
FINE, in cui il mondo eternamente rotante gode di un nuovo inizio...

Incipit di Labyrinth[modifica]

Nessuno vide il gufo, bianco al chiar di luna, nero sotto le stelle, nessuno lo udì planare sulle silenti ali di velluto. Il gufo vide tutto.
Si piazzò su un albero, artigliato a un ramo, e fissò la ragazza nella radura sottostante. Il vento mugghiava, faceva dondolare il ramo, trasportava di qua e di là le basse nubi nel cielo crepuscolare. Sollevò i capelli della ragazza. Il gufo guardava con i suoi occhi tondi e scuri.
La ragazza si allontanò lentamente dagli alberi verso il centro della radura dove luccicava uno specchio d'acqua. Era immersa nei suoi pensieri. Ogni passo la portava più vicino al suo scopo. Teneva le mani aperte, appena tese in avanti. Il vento sospirò fra gli alberi. Il mantello le si avvolse attorno al corpo snello e i capelli si scompigliarono, coprendole in parte il volto illuminato dagli occhi grandi. Aveva le labbra socchiuse.

Bibliografia[modifica]

  • A.C.H: Smith, Dark Crystal, traduzione di Beata della Frattina, Mondadori, 1983.
  • A.C.H. Smith, Labyrinth, traduzione di Mariagiovanna Anzil, Bompiani, 1986.

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]