Achille Giovanni Cagna
Achille Giovanni Cagna (1847 – 1931), scrittore italiano.
Alpinisti ciabattoni
[modifica]Caltignaga, Caltignaga! Chi discende?
Sor Gaudenzio sporse il capo dallo sportello, ma il treno si era già rimesso in moto, e vide solo il campanile del villaggio che scappava come un disperato in mezzo ad un campo di meliga.
Citazioni
[modifica]- Fuori del paese il fragore delle ruote si spense sul coltrone della strada polverosa, e dopo altri dieci minuti di scombussolìo, ecco finalmente Buccione; ecco il lago lucente, metallico, agitantesi con vivido risucchio nell'aere bigio e freddo della sera!
Il battello, piccolo, svelto, aspettava sbuffando ai capricci del vento il suo pennacchio di fumo denso e grasso.
Primo a scendere fu l'aristocratico giovinotto che era sempre stato sulle spine a contatto del suo prossimo, e non vedeva l'ora di disinfettarsi. (cap. Sor Gaudenzio in viaggio, p. 9) - I verdi pendii nereggiavano; le torricelle dei paesucoli campati sul dorso delle morene ergevano lo spettro nero sul cielo terso sfumante nella chiarità tenue del crepuscolo. Il lago rispecchiava una lucentezza verdognola, e sfumava lontano nella nebbia. L'isola di San Giulio sorgeva pallida sul pelo delle acque; Orta inoltrava nel lago col suo promontorio popolato di ville e di giardini, e più in alto sul cocuzzolo del monticello le cappelle del Santuario riverberavano in roseo scialbo l'ultimo lucore vespertino.
Ritto sulla prua, lo sguardo nel vuoto, le braccia conserte come il giovane Aroldo, lo zerbinotto elegante pareva finalmente in casa sua. (cap. Sor Gaudenzio in viaggio, pp. 10-11) - Allo sbarco di Orta il battello si fermò.
Il ponte e la piazzetta erano ingombri di curiosi e di villeggianti che venivano a godere il solito spettacolo dell'approdo.
Le signore vestite di verde, di rosa, o di bianco, inguantate, incappellate, ravvolte entro a scialletti variopinti che scendevano fino al busto, lasciando scoperte le ridondanze pavonesche delle tournures, dei culissons pavesati di nastri e di cincigli. E frammezzo a quelle chiazze di colore allegro, un ripieno di barcajuoli, di pezzenti, e di garzoni d'albergo che assediavano i nuovi arrivati. (cap. Sor Gaudenzio in viaggio, p. 11) - Sul lago bujo soffiava una brezzolina refrigerante. Dall'opposta riva, verso Pella, alcuni lumicini tremolanti foravano il grembo nero della montagna rifrangendo raggi perpendicolari sullo speglio delle acque.
Il misterioso elegante ritto sul ponte d'imbarco, con le braccia conserte come Bonaparte, guardava nel vuoto.
Tutto intorno silenzio imponente, le onde gemevano un lieve fruscio di risacca.
Le barchette allineate lungo la riva, spiccavano nere sull'acqua bigia, come coccodrilli addormentati. (cap. Sor Gaudenzio in viaggio, p. 24) - Sul lago si rispecchiava la scialba chiarità del cielo albeggiante.
L'isoletta di San Giulio sorgeva sbiadita, frolla, macerata dalle brume notturne; le montagne avevano chiazze di verdone cupo, e le insenature impiastricciate di nuvolaglie biancastre. (cap. Al Santuario, p. 25) - Sor Gaudenzio fece molte considerazioni recondite sul volume carnoso di quella bella damona, e pensò che pur troppo, certe cose della terra si guardano da lontano come la luna. (cap. Al Santuario, pp. 27-28)
- Giunsero sulla prima spianata, alla cappella dell'Ossario. Di là già si spiegava il panorama del lago e delle montagne. Si fermarono per respirare un poco, guardandosi intorno, senza neanche por occhio sul paesaggio che si svolgeva abbasso.
Andarono invece a guardare i teschi e gli stinchi dell'Ossario. Gaudenzio, soffermando l'attenzione sopra un cranio che portava un berrettino nero, sclamò:
— Quela lì l'era la crapa d'un pret.
E ricominciarono la salita.
La strada era battuta da contadini, uomini, donnicciole e ragazzi, attruppati in un mucchio. Venivano in pellegrinaggio avendo fatto Dio sa quanto cammino a piedi, per visitare il Santuario. (cap. Al Santuario, pp. 29-30) - I Gibella e lo strupo dei contadini arrivarono sulla spianata principale che ha il terrazzo prospiciente sul lago.
Il sole già alto arrazzava nel vasto aere le sue batterie fulgenti. Il lago affondato, simile a lastra di nichelio, marezzato di increspature argentee, rimpiccioliva come guazzetto sotto l'ampia e lucidana imponenza del cielo. Le barchette disperse nell'azzurro, parevano scarabei galleggianti sul guazzo lucente: l'isoletta di San Giulio con le sue casine, con i suoi giardini, si adagiava raccolta sull'onde come zattera fiorita in aspettativa del vento per voleggiare lontano. (cap. Al Santuario, pp. 30-31) - Sulla riviera folgorava un aureo tramonto. Il lago, i monti, il cielo annegavano nei più sfacciati colori della cromolitografia.
Il bacino era una stemperatura di lapislazzuli, l'isola di San Giulio una vigorosa pennellata di roseo carnoso con lumeggiature di croceo fiammeggiante; le montagne intorno ponzavano dal grembo verde vellutato, greppi muschiosi, e garzaje fitte arrosate con toni caldi di aranciato; i culmini rocciosi libravano le creste ambrate nella luminosa vastità del cielo.
Orta già brulicava per la festa dell'indomani, la piazzetta aveva una gaiezza insolita. (cap. La grana di Re Mimulfo, p. 50) - Orta, come sapete, conserva il suo nome da tempo antico, e già i vetusti rogiti fatti prima del 900 dicono: Actum in mercato stagni, ubi dicitur Horta; e fu Ottone primo che con suo diploma la elevò al grado di Villa. L'Isola prese nome da San Giulio pervenuto sulla riviera col fratello Giuliano sul cadere del quarto secolo. (il professore: cap. La grana di Re Mimulfo, p. 71)
- Secondo la tradizione cristiana, i santi Giulio e Giuliano vennero alla riviera nell'anno 388; edificarono le chiese di Ameno, Armeno e Gozzano, quindi San Giulio mosse verso l'Isola traghettando sopra il suo mantello disteso sull'acqua.
Approdato felicemente, il Santo cacciò via i draghi ed i serpenti che infestavano lo scoglio, e pose tosto mano alla costruzione della Basilica che da lui prese nome. Morì San Giulio verso il 400, ed il suo corpo scese nel sepolcro ove dormono i santi Audenzio, Elia, Demetrio e Filiberto. (il professore: cap. La grana di Re Mimulfo, pp. 72-73) - A Oira scese un nugolo di gente.
Sulla spianata fulminava un sole trionfante, rifrangentesi in un tremolìo di lucori guizzanti sul grande speglio del lago.
Oira si allungava con le sue casettine colorite sulla spiaggia, inerpicandosi per un lato su su nel verde ed ombreggiato scenario della montagna. (cap. Dove si va?, p. 84) - La sala da pranzo, bassa a soffitto, aveva il balcone prospettante sul lago; stando a tavola si vedeva l'isola di San Giulio, e la riva di Orta fino a Gozzano.
In alto, sulla costa della morena, si allungava il villaggio di Ameno, e più lungi si ergevano nell'aere lucido, la torre di Buccione, e la sagra di Mesma. (cap. Dove si va?, p. 85) - E pensava [il professor Augustini]: C'è un mondo, una moltitudine che non intende queste soavi effusioni dell'anima. La volgarità pratica dei baratti quotidiani offusca le gioie schiette, legittime del pensiero. I volghi procedono asserragliati schiacciando gli entusiasmi ed il sentimento sotto il loro passo armentale.
Il cinismo utilitario ha buttato fra i ciarpami della rettorica le effusioni delle anime elevate. Non si osa più essere allegri se non a banchetto, non si canta se non si è ubbriachi; non si osa più confessare l'amore, la fede, l'entusiasmo, perché la caricatura, la satira, la freddezza triviale, assassina, sono lì in agguato per mettere la coda e le orecchie d'asino agli ingenui del sentimento.
È lecito solo adoprarsi, arrabattarsi per gli interessi della bottega.
Un onesto negoziante della giornata vive le settimane ed i mesi lontano dalla famiglia: passerà le notti nelle locande, in ferrovia, in carrozza, per il suo commercio del vino o del formaggio, ma non trova il tempo di passare un'ora al capezzale di un suo bambino infermo. — Così si va americanizzando il mondo. E sia pure; ognuno secondo la sua natura! — Ma intanto il professore si compiaceva del fervore adolescente del suo figliuolo, e gli alitava più che poteva, nella vergine coscienza, il sentimento del bello e del buono.
Egli ben sapeva che in questo modo non agguerriva il suo Carlino contro il formidabile scetticismo del mondo grezzo; ma che monta? Il sentimento quando non sia buono per gli altri, ha virtù intrinsiche che sorreggono e confortano colui che ne sente nell'anima i bagliori. (cap. Dove si va?, pp. 101-102) - Oh caro mio, quando si è ignoranti di tutto, è inutile essere milionario. Le ricchezze sono per molti un sacco di piombo da portare.
La sete del guadagno fa lavorare come cani gli uomini gretti ed egoisti a beneficio dell'umanità. Guai se non ci fossero questi lavoratori ciechi, questi cirinei del capitale! La natura, figliolo mio, è grande nella sua sapienza! Dunque, Carlino, avanti sempre così; borsa leggiera, e cuore aperto. (professor Augustini: cap. Dove si va?, p. 103) - Pioggia e vento imperversavano sulla riviera. Il lago, ravvolto nella fumea densità di vapori biancastri, si agitava scomposto flagellando la spiaggia.
Nel mezzo, oltre l'isola, le onde verdastre subbugliavano in gorgogliamenti vorticosi, e giù in fondo nella bruma fredda, sfumavano in una striscia livida piena di minaccie.
I colli di Gozzano e di Ameno, maceravano sotto un fitto velo di piova. Orta pareva sommersa nella nebbia e nel freddo; il Motterone ergeva nel cielo nuvoloso la sua immane schiena di cavallone chiazzata di fiocchi e di batuffoli di nuvolaglia bianca. (cap. L'uggia del cattivo tempo, p. 107) - Erano già molto in alto. Una guardata di falco. Pella appariva come schiacciata in fondo, sopra uno spazio largo un palmo. Il lago tremolava, vibrando una lucentezza azzurrina di cielo, l'isola pareva un giocattolo galleggiante. (cap. Alla ricerca del latte, p. 145)
- Il sole tramontava rapidamente: l'enorme suo disco fiammeggiante gravitava come a spezzarsi sull'orizzonte irto di culmini rocciosi. Il cielo laggiù co' suoi colossali aggruppamenti di nuvoloni purpurei, riproduceva in una grandiosità cosmica, i fantasiosi carri trionfali di Guido Reni. Tutto intorno, sorrisi di luce, di trasparenze, e pennellate di carminio; e giù nelle valli si accumulavano, si condensavano e salivano insidiose le brume grigie della sera. (cap. Alla ricerca del latte, pp. 173-174)
- Erano nel bel mezzo del lago, e filavano verso Pettenasco. La nebbia diradava, il sole piatto, opaco, sbarbato di raggi, gravitava sbiadito nella fumida coltrice che sommergeva tutta la riviera.
Le montagne avevano tinte di un verde livido che metteva i brividi; il Motterone sfumava nella nebbia, pigliando nella sua giacitura mezza riva del lago, ed una covata di villaggi e di casolari. Torreggiava nel cielo grigio, immane marsupio di macigno, come in procinto di colmare la scodella del lago col suo groppone di dromedario. (cap. Aure fresche, e mal di denti, p. 186)
È un romanzo, un'invenzione?... Domanderanno taluni – Ma voi, o signora, a cui intitolo questo lavoro, voi sola potreste dire: È verità.
Io lo so, voi non la direte mai questa parola, e forse per la prima inarcherete le ciglia affettando di credere al romanzo – Non importa; per quanto facciate, la vostra coscienza non la penserà così; nelle recondite fibre del vostro cuore, ve ne saranno di quelle che gemeranno per dolore,... e diciamolo pure, per rimorso.
Riandando colla mente sui fatti che espongo, ricordandovi di quei personaggi che assai meglio di me conosceste, voi sola potete farvi una chiara idea del mio intendimento nello accingermi all'impresa di narrare la storia di uno sventurato artista.
Bibliografia
[modifica]- Giovanni Achille Cagna, Alpinisti ciabattoni, Milano, Giuseppe Galli editore, 1888.
- Giovanni Achille Cagna, Un bel sogno, Milano, C. Barbini, 1871.
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