Incubi & deliri

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Stephen King.

Incubi & deliri, antologia di Stephen King del 1993.

Introduzione[modifica]

  • Da bambino credevo a tutto quello che mi raccontavano, a tutto quello che leggevo, a tutti i messaggi che mi inviava la mia torrida immaginazione. Mi è costato non poche notti insonni, ma ha anche riempito il mondo in cui vivevo di colori e forme che non avrei mai scambiato, nemmeno per una vita intera di notti tranquille. Già allora sapevo, vedete, che c'erano persone nel mondo, troppe per la verità, le cui facoltà immaginative erano intorpidite, se non del tutto annichilite, che vivevano cioè in uno stato mentale analogo all'acromatopsia, vale a dire in bianco e nero. Ho sempre provato compassione per loro, mai sognando (almeno allora) che molti di questi individui privi di fantasia provavano nei miei confronti pietà o addirittura disprezzo, non solo perché ero vittima di un numero indefinito di paure irrazionali, ma soprattutto per la mia profonda e incondizionata credulità. «Quel ragazzo», devono aver pensato alcuni di loro (di certo mia madre), «comprerebbe il ponte di Brooklyn non una volta sola, ma a ripetizione, per tutta la vita.» (p. 1)
  • Io credo che mito e immaginazione siano in realtà concetti quasi intercambiabili e che la credenza sia la sorgente di entrambi. Credenza in che cosa? Non credo che conti molto, a dir la verità. Un dio o tanti. O nel fatto che una monetina possa far deragliare un treno merci. (p. 4)
  • L'idea alla base di ciascuno dei racconti contenuti in questo volume è scaturita in un momento di credenza ed è stata sviluppata in uno slancio di fede, felicità e ottimismo. Questi sentimenti positivi hanno tuttavia i loro corrispondenti oscuri, fra i quali la paura dell'insuccesso non è sicuramente il peggiore. Almeno per me, la sensazione peggiore è il dubbio assillante che abbia già detto tutto quanto ho da dire e che mi sia ridotto ormai ad ascoltare lo starnazzo indefesso della mia stessa voce perché, se sto zitto, il silenzio fa troppa paura. (p. 5)
  • Nelle recensioni di tutti i romanzi lunghi che ho scritto, da L'ombra dello scorpione a Cose Preziose, sono stato accusato di prolissità. In certi casi le critiche erano fondate; in altre riconosco solo i latrati stizziti degli uomini e delle donne che hanno accettato l'anoressia letteraria degli ultimi trent'anni con una docilità remissiva che io trovo preoccupante. Questi critici autoproclamatisi diaconi della Chiesa della Letteratura Americana Attuale danno l'impressione di considerare la generosità con sospetto, la tessitura con dispetto e qualunque tentativo di scrittura ad ampio respiro con odio esplicito. (p. 5)
  • Il tempo passa, ma i pilastri fondamentali restano, e per me lo scopo non è cambiato, il fine ultimo è ancora quello di arrivare a te, Fedele Lettore, prenderti per i capelli della nuca e, sperabilmente, spaventarti al punto da costringerti ad andare a dormire lasciando accesa la luce del bagno. Si tratta ancora di vedere l'impossibile... e poi raccontarlo. Si tratta ancora di far credere a te ciò che credo io, almeno per un po'. (p. 6)
  • Continuo a considerare i racconti opere importanti, qualcosa in grado non solo di arricchire la vita, ma addirittura di salvarla. E non dico metaforicamente. La buona scrittura, le storie valide, sono il percussore della fantasia e lo scopo della fantasia, secondo me, è offrirci consolazione e riparo da situazioni e momenti della vita che altrimenti sarebbero insopportabili. Posso solo parlare sulla base della mia esperienza, naturalmente, ma per me la fantasia, che così spesso mi ha tenuto sveglio e in preda al terrore da bambino, mi ha sostenuto attraverso alcuni terribili momenti di spaventosa realtà da adulto. Se le storie che nascono da quella fantasia hanno ottenuto lo stesso effetto per alcune delle persone che le hanno lette, allora posso ritenermi assolutamente felice e assolutamente soddisfatto. (pp. 6-7)
  • Ripetete con me il catechismo:
    Credo che una monetina possa far deragliare un treno merci.
    Credo che nelle fogne di New York ci siano alligatori, per non dire di topi grossi come pony Shetland.
    Credo che si possa strappar via l'ombra a una persona con un picchetto da tenda.
    Credo che esista davvero Babbo Natale e che tutti quei tizi vestiti di rosso che si vedono in giro per le strade a Natale siano i suoi aiutanti.
    Credo che intorno a noi ci sia un mondo invisibile.
    Credo che le palline da golf siano piene di gas velenoso e che, a tagliarne una in due respirando l'aria che ne viene fuori, si resti uccisi.
    Soprattutto, credo nei fantasmi, credo nei fantasmi, credo nei fantasmi.
    Ci siamo? Pronti per partire. Qua la mano. Si va. Conosco la strada. Non avete che da reggervi forte... e credere. (pp. 8-9)

Incipit[modifica]

La Cadillac di Dolan[modifica]

Ho aspettato e vigilato per sette anni. Lo guardavo andare e venire. Dolan. Lo guardavo entrare in ristoranti alla moda in smoking, ogni volta con una donna diversa al braccio, sempre fra le ali protettrici delle sue guardie del corpo. Ho visto i suoi capelli passare dal grigio ferro a un signorile color argento, mentre i miei si diradavano fino alla calvizie totale.

La fine del gran casino[modifica]

Voglio raccontarvi della fine della guerra, la degenerazione della razza umana e la morte del Messia. È una storia epica, che meriterebbe migliaia di pagine e uno scaffale intero di volumi, ma voi (se ci sarà ancora qualche «voi» a leggere quel che scrivo) dovrete accontentarvi della versione liofilizzata.

Bambinate[modifica]

Signorina Sidley era il suo nome e insegnamento il suo cognome.
Era una donna piccola che doveva allungarsi per scrivere nella parte superiore della lavagna, come stava facendo ora. Alle sue spalle nessuno dei bambini ridacchiava o bisbigliava o ruminava caramelle segrete nascoste nelle mani a coppa.

Il Volatore Notturno[modifica]

Nonostante il brevetto da pilota, Dees non cominciò veramente a interessarsene prima del terzo e del quarto omicidio, quelli avvenuti all'aeroporto del Maryland. Poi sentì l'odore di quella speciale combinazione di sangue e viscere che i lettori avevano imparato ad aspettarsi da Inside View.

Popsy[modifica]

Sheridan stava procedendo lentamente lungo la fiancata priva di finestre dell'ipermercato, quando vide il bambino uscire dall'ingresso principale sotto l'insegna luminosa di Cousintown. Come minimo poteva avere tre anni ed essere di corporatura forte, ma in ogni caso non poteva averne più di cinque.

Ti prende a poco a poco[modifica]

Autunno nel New England e a tratti spunta la terra tra il senecione e la verga aurea, in attesa della neve che dista ancora quattro settimane. I canali di drenaggio sono ostruiti dalle foglie, il cielo ha assunto un perpetuo grigiore d'attesa e le stoppie si drizzano in filari ordinati come soldati che abbiano trovato un modo impensabile di morire in piedi.

Denti Chiacchierini[modifica]

Guardare nella vetrinetta era come gettare uno sguardo, attraverso un vetro sporco, su quel periodo centrale della sua giovinezza, gli anni dai sette ai quattordici, quando non sapeva resistere al fascino di oggetti di quel genere. Hogan si chinò di più dimenticandosi il sibilo sempre più intenso del vento e il rumore granuloso delle raffiche di sabbia che colpivano le vetrine.

Dedica[modifica]

Dietro l'angolo, lontano dai portieri, le limousine, i taxi e le porte girevoli dell'ingresso del Le Palais, uno dei più antichi e maestosi alberghi di New York, c'è un'altra entrata, una porta piccola, anonima e inosservata.
Martha Rosewall vi arrivò una mattina alle sette meno un quarto, con la sua vecchia borsona blu di tela in una mano e un sorriso sulle labbra.

Il dito[modifica]

La prima volta che sentì grattare, Howard Mitla era solo nell'appartamento al Queens dove viveva con la moglie. Howard era uno dei meno noti commercialisti di New York. Violet Mitla, una delle meno note assistenti di sedia newyorkesi, aveva aspettato che finisse il telegiornale prima di fare una scappata all'angolo a comprare del gelato.

Scarpe da tennis[modifica]

Quando notò le scarpe da tennis la prima volta, John Tell lavorava alla Tabori Studios da poco più di un mese. La Tabori aveva sede in un edificio che in passato aveva portato il nome di Music City e che, agli albori del rock e delle scalate in classifica del rhythm and blues, era stato considerato un'autentica istituzione.

E hanno una band dell'altro mondo[modifica]

Quando Mary si svegliò, si erano persi. Lo sapeva lei e lo sapeva anche Clark, anche se sulle prime non lo volle ammettere. Aveva stampata in faccia la sua espressione da «Ho le palle per traverso perciò sta' attenta a non rompermele», per cui la bocca gli diventava sempre più piccola finché cominciavi a pensare che stesse per scomparire del tutto.

Parto in casa[modifica]

Tenuto conto che era probabilmente la fine del mondo, Maddie Pace riteneva di fare un buon lavoro. Un ottimo lavoro. Pensava per la verità che stava fronteggiando la Fine di Tutto meglio di chiunque altro sulla terra ed era sicura che la stava fronteggiando meglio di qualunque altra donna incinta sulla terra.

La stagione delle piogge[modifica]

Erano le cinque e mezzo del pomeriggio quando finalmente John ed Elise Graham imboccarono la strada giusta per il piccolo agglomerato che si trovava al centro di Willow, nel Maine, come il granello al centro di una discutibile perla. Il villaggio era a meno di cinque miglia dall'Hempstead Place, ma avevano sbagliato strada due volte.

Il mio bel cavallino[modifica]

Il vecchio sedeva sulla soglia del granaio nel profumo delle mele, a dondolarsi, a desiderare di non desiderare di fumare non per via del dottore ma per via del cuore che ormai gli sfarfallava in continuazione. Guardava quello stupido figlio di un cane di Osgood fare una conta veloce con la testa appoggiata al tronco e voltarsi e pescare subito Clivey e ridere, spalancando la bocca tanto da fargli vedere come i denti gli si andavano già marcendo e immaginare l'odore che poteva avere il suo alito: quello del fondo di una cantina umida. E dire che quel moccioso non poteva avere più di undici anni.

Spiacente, è il numero giusto[modifica]

ATTO I[1]

APERTURA IN DISSOLVENZA:
BOCCA DI KATIE WEIDERMAN, PPP
Sta parlando al telefono. Bella bocca. Fra qualche secondo vedremo che anche tutto il resto di lei è bello.

KATIE

Bill? Oh, dice di non sentirsi molto bene, ma è sempre così fra un libro e l'altro... soffre d'insonnia, pensa che ogni mal di testa sia il primo sintomo di un tumore al cervello... appena si metterà a lavorare a qualcosa di nuovo, starà benissimo.

La Gente delle Dieci[modifica]

Pearson cercò di gridare ma lo sgomento gli tolse la voce e dalla bocca gli uscì soltanto un gorgoglio strozzato, il suono di un uomo che geme nel sonno. Prese flato per provare di nuovo, ma prima ancora che potesse cominciare, una mano gli afferrò il braccio sinistro appena sopra il gomito in una stretta vigorosa.

Crouch End[modifica]

Tullio Dobner[modifica]

Quando la donna finalmente se ne andò, erano quasi le due e mezzo di notte. Davanti alla stazione di polizia di Crouch End, Tottenham Lane era un ruscello morto. Londra dormiva... ma Londra non dorme mai profondamente e i suoi sogni sono agitati.

Nicoletta Spagnol[modifica]

Quando la donna se ne fu finalmente andata, erano quasi le due e mezzo del mattino. Fuori dalla stazione di polizia di Crouch End, Tottenham Lane si presentava come un fiumiciattolo stagnante. Londra era addormentata... ma naturalmente Londra non dorme mai profondamente, e fa sogni inquieti.

La casa di Maple Street[modifica]

Anche se aveva solo cinque anni ed era la più giovane dei figli Bradbury, Melissa aveva occhi acuti e non fa meraviglia che sia stata lei la prima a scoprire che era accaduto qualcosa di strano alla casa di Maple Street, durante l'assenza della famiglia recatasi per l'estate in Inghilterra.

Il quinto quarto[modifica]

Ho accostato dietro l'angolo della casa di Keenan, sono rimasto seduto per un momento, poi ho girato la chiave e sono sceso. Quando ho sbattuto la portiera, ho sentito le scaglie di polvere che si staccavano dal batticalcagno e cadevano in strada. Non sarebbe andata avanti così ancora per molto.

Il caso del dottore[modifica]

Credo che ci sia stata una sola occasione in cui ho risolto un caso delittuoso anticipando il mio un po' favoloso amico Sherlock Holmes. Dico credo perché la mia memoria ha cominciato ad annebbiarsi lungo i bordi quando sono entrato nel mio nono decennio; ora che mi avvicino al mio centenario dalla nascita, c'è nebbia da un lato all'altro. Può darsi che ci sia stata un'altra occasione, ma se così è non lo ricordo più.

L'ultimo caso di Umney[modifica]

Era una di quelle mattine di primavera così perfettamente L.A. che non potevi fare a meno di aspettarti di vedere da un momento all'altro in qualche angolo quella piccola ® che è il simbolo del marchio depositato. I fumi di scarico dei veicoli che transitavano sul Sunset sapevano vagamente di oleandro, gli oleandri profumavano vagamente di fumi di scarico e il cielo sovrastante era limpido come la coscienza di un fanatico battista.

A testa bassa[modifica]

«Abbassa la testa! Tieni giù quella testa!»[2]
Non è senz'altro la più difficile delle imprese sportive, ma chiunque abbia provato vi dirà che non è da poco lo stesso: usare una mazza a sezione circolare per colpire in pieno una palla rotonda. È abbastanza complicato perché quei pochi che lo sanno fare bene diventino ricchi, famosi e venerati: i Jose Canseco, i Mike Greenwell, i Kevin Mitchell.

Agosto a Brooklyn[modifica]

All'Ebbets Field cresce la sanguinella
(dove Alston ce l'ha fatta)
fila su fila
mentre l'asse del giorno ruota nell'imbrunire
io li vedo ancora, con l'odore verde
dell'erba del campo interno appena tagliata
che pesa sul crepuscolo della giornata:
disegnati dai riflettori,
appena accesi e già assaliti
da battaglioni di falene inquiete
e insetti nel turno di notte;
sotto, uomini anziani e tassisti fuori servizio
bevono tazzone di Schlitz nei posti da 75 cent,
questo Flatbush reale quanto le vellutate strade di Harlem
dove il jive riempie i juke-box nel giugno del '56.

Note[modifica]

Qualche tempo dopo la pubblicazione di Scheletri, la mia precedente raccolta di racconti, una lettrice mi manifestò la sua soddisfazione. Mi dis- se che era riuscita a razionare la lettura, concedendosi un racconto per sera per circa tre settimane. «Ma ho saltato le note in fondo», aggiunse, osservandomi attentamente (credo che pensasse che avrei potuto saltarle addosso, infuriato da quel terribile affronto). «Io sono una di quelle persone che non vuole sapere come il mago fa i suoi trucchi.»

Il mendicante e il diamante[modifica]

Un giorno l'arcangelo Uriel si presentò a Dio con un'aria sconsolata.[3]
«Che cosa ti affligge?» chiese Dio.
«Ho visto una cosa molto triste», rispose Uriel e si puntò il dito fra i piedi. «Laggiù.»
«Sulla terra?» domandò Dio con un sorriso. «Oh, non manca certo la tristezza laggiù! Be', diamo un'occhiata.»

Citazioni[modifica]

  • Dopo aver scritto per vent'anni narrativa popolare ed essere stato considerato un imbrattacarte dai critici più intellettuali [...] sono pronto a testimoniare che il mestiere è tremendamente importante, che il procedimento spesso defatigante di scrivere, riscrivere e poi scrivere ancora è necessario per produrre un buon lavoro e che lavorare sodo è l'unica pratica accettabile per coloro di noi che hanno qualche talento ma scarsa o nessuna genialità. (p. 806)
  • Il racconto dell'orrore dovrebbe essere una specie di cattivo cane da guardia che vi morsica se vi avvicinate troppo. (p. 812)

Note[modifica]

  1. Il racconto inizia con una "Nota dell'autore: Le abbreviazioni delle sceneggiature sono semplici ed esistono, secondo l'opinione di questo autore, soprattutto perché coloro che scrivono sceneggiature possono sentirsi come fratelli di loggia. In ogni caso, sappiate che PP significa primo piano; PPP significa prìmissimo piano; INT. significa interno; EST. significa esterno; SOG. significa soggettiva. Probabilmente le conoscevate già tutte, vero?".
  2. Prima del racconto c'è una "Nota dell'autore: intervengo a questo punto, mio fedele lettore, per informarti che questo non è un racconto ma un saggio, quasi un diario. È apparso la prima volta su The New Yorker nella primavera del 1990.".
  3. Altra "Nota dell'autore: questa storiella, una parabola indù nella sua forma originale, mi fu raccontata dal signor Surendra Patel di Scarsdale, nello stato di New York. L'ho adattata liberamente e mi scuso per coloro che la conoscono nella sua forma autentica, in cui i personaggi principali sono Shiva e sua moglie Parvati.".

Bibliografia[modifica]

  • Stephen King, Crouch End, traduzione di Nicoletta Spagnol, in "Il colore del male. I capolavori dei maestri dell'horror", a cura di David G. Hartwell, Armenia Editore, 1989. ISBN 8834404068
  • Stephen King, Incubi & deliri, traduzione di Tullio Dobner, Sperling Paperback, 1999. ISBN 8878249459

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