Alberto Magnaghi (geografo)

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Antica carta geografica (primi anni del Cinquecento) attribuita al Vespucci

Alberto Magnaghi (1874 – 1945), geografo italiano.

Amerigo Vespucci[modifica]

Incipit[modifica]

Chi sia anche mediocremente informato sulla storia dell'Epoca delle Grandi Scoperte Geografiche sa che fra le figure più alte e meglio rappresentate di quel periodo meraviglioso, fulcro della storia del Mondo moderno, ve n'è una la cui vera essenza ancora ci sfugge, e che non riusciamo neppure oggi a fissare in un contorno netto e definito: Amerigo Vespucci.
Nessuno fra i viaggiatori e i navigatori di ogni tempo ebbe una letteratura così ampia e con così estese ramificazioni; su nessuno si allargarono tante e così appassionate discussioni e caddero giudizi così vari e difformi: dall'esaltazione entusiastica alla denigrazione accanita e brutale; dalla valutazione larga e complessiva, che vuole attenersi a criteri composti e sereni, alla critica soverchiamente guardinga, che lascia sempre dietro di sé sospetto e diffidenza e a quella che per voler tutto comporre con limitazioni e concessioni ci abbandona un giudizio freddo e incolore: ondate di luce e nubi oscuratrici si alternano di continuo nel sovrapporsi e nel coprire, talvolta per intero, la figura del navigatore fiorentino.

Citazioni[modifica]

  • Fra gli scrittori che hanno saputo più degnamente valutare i documenti relativi al Vespucci, uno emerge di gran lunga sugli altri: Alessandro di Humboldt. Di fronte ai due volumi (IV e V dell'op. cit.[1]) che Humboldt, forse la più grande e completa figura di geografo che sia mai esistito, ha dedicato al Vespucci, non si può anche oggi non sentirci presi dalla più forte ammirazione per la signorile, pacata larghezza di vedute, per la dottrina immensa che dovunque trascorre come fiume placido e potente, per l'equilibrio della critica sempre alta e serena: oggi ancora, a distanza di parecchi decenni, l'opera di Humboldt ci appare come una di quelle antiche strade[2] romane sulle quali, sia pure con qualche deviazione, corrono le vie moderne. (cap. I, p. 15)
  • È tempo di liberare la figura del navigatore fiorentino da questo colossale equivoco che la opprime da quattro secoli, di considerarlo autore di racconti fantastici e inventati che ne fanno una specie di Giovanni di Mandeville dell'Epoca delle Grandi Scoperte. (cap. I, p. 17)

Precursori di Colombo?[modifica]

Incipit[modifica]

A vent'anni di distanza dall'inizio del viaggio di Marco Polo (1271) due Genovesi, i fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi, nel maggio 1291 lasciavano con due navi il porto di Genova dirigendosi allo stretto di Gibilterra, onde proseguire verso occidente «per mare Oceanum ad partes Indiae». Due date, due avvenimenti che sono forse il simbolo più alto e più sfolgorante della gloria accesa su due nomi: Venezia, Genova. Nessuna età (salvo l'ancora discusso tentativo di Eudosso di circumnavigazione dell'Africa nel sec. II a. C.) aveva conosciuto ardimenti paragonabili a questi: da un lato la terraferma percorsa nel senso della sua massima larghezza da occidente all'oriente estremo; dall'altro il tentativo, in direzione opposta, di aprire una via inesplorata attraverso l'Oceano pauroso e immenso.

Citazioni[modifica]

  • [...] resta assodato che l'origine della tradizione della prigionia dei Vivaldi in Etiopia non è genovese, e neppure italiana, ma appare qui[3] derivata dall'Abissinia stessa. Mercanti abissini al Cairo avranno detto, non sappiamo in che epoca, che nel loro paese si trovassero dei prigionieri europei; ed è probabilissimo che questi fossero genovesi perché, fra tutti erano i Genovesi quelli ch'eran soliti spingersi così lontano a S. dell'Egitto. Il pensiero sarà corso ai fratelli Vivaldi, e la leggenda trovò poi, per conservarsi, il terreno preparato dalle condizioni della cartografia verso la metà del sec. XV, allorché il Senegal poteva apparire una via d'accesso all'Abissinia dall'Atlantico. (cap. II, p. 27)
  • [...] l'immenso verso dantesco che chiude la grande avventura del viaggio di Ulisse:
    «Infin che 'l mar fu sopra noi richiuso»
    rimarrà il più degno suggello dell'audacia gloriosa dei due Liguri, che avevano tentato per mare un'impresa ch'era forse, nella realtà e nell'immaginazione, al di sopra di quello ch'era stato osato sino allora dall'ardimento umano. (cap. XIV, p. 154)

Note[modifica]

  1. Examen critique de l'Histoire de la Géographie du Nouveau Continent, Paris, 1839.
  2. Nel testo "stade".
  3. Nel codice dal titolo Itinerarium Ususmaris, della seconda metà del secolo XV.

Bibliografia[modifica]

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