Alberto Manguel

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Alberto Manguel

Alberto Manguel (1948 – vivente), scrittore argentino naturalizzato canadese.

La biblioteca di notte[modifica]

  • Ho trascorso mezzo secolo a raccogliere libri. Con immensa generosità, i miei libri non mi hanno mai chiesto nulla, e mi hanno offerto in cambio ogni genere di illuminazione. [...] I miei libri sanno infinitamente più di me, e sono loro grato che sopportino addirittura la mia presenza. Talvolta mi sembra di abusare di questo privilegio. (p. 10)
  • Se la biblioteca del mattino riverbera l'eco di un severo ordine del mondo ragionevolmente auspicabile, la biblioteca di notte sembra gioire nell'allegra e sostanziale confusione del mondo. (p. 19)
  • Ogni lettore esiste per assicurare a un certo libro una piccola immortalità. La lettura è, in tal senso, un rito di rinascita. (p. 31)
  • L'esistenza di qualunque biblioteca [...] dà al lettore il senso di che cosa sia veramente la sua forza, una forza che combatte i vincoli del tempo, portando nel presente schegge del passato. Gli permette di affacciarsi, anche se segretamente e da lontano, nella mente di altri esseri umani, e di conoscere qualcosa di sé attraverso le storie accumulate a suo beneficio. Ma, soprattutto, dice al lettore che la sua forza consiste nella facoltà di ricordare, attivamente, attraverso la sollecitazione della pagina, momenti selezionati dell'esperienza umana. (pp. 32-33)
  • L'esperienza di un uomo può diventare, attraverso l'alchimia delle parole, l'esperienza di tutti, e quell'esperienza, distillata nuovamente in parole, potrà servire a ciascun lettore per qualche fine unico e segreto. (p. 35)
  • Mi piace immaginare che, il giorno dopo il mio ultimo, la mia biblioteca ed io ci sgretoleremo insieme, cosicché anche quando non ci sarò più, sarò ancora in compagnia dei miei libri. (p. 37)
  • L'ordine genera ordine. Una volta che si stabilisce una certa categoria, questa ne suggerisce o ne impone delle altre, cosicché nessun metodo di catalogazione, su carta o su scaffale, è mai chiuso in se stesso. [...] A un certo punto di questo processo di riordino, per fatica, noia o frustrazione, dovrò interrompere questa progressione geometrica. Ma c'è sempre la possibilità di continuare. Non esistono categorie definitive in una biblioteca. (p. 39)
  • Una biblioteca è un'entità in continua crescita; sembra moltiplicarsi senza l'aiuto di nessuno, si riproduce tramite acquisizioni, furti, prestiti, donazioni, evidenziando lacune che emergono attraverso associazioni di idee, esigendo integrazioni di ogni genere. (p. 54)
  • Ogni biblioteca traduce il caos della scoperta e della creazione in un sistema strutturato di gerarchie o in una frenesia di libere associazioni. (p. 57)
  • Ci sono notti in cui sogno una biblioteca completamente anonima, nella quale i libri, privi di titolo e di autore, formano un torrente narrativo ininterrotto nel quale tutti i generi, gli stili e le storie confluiscono, dove nessun protagonista e nessun luogo vengono identificati, un torrente dove posso immergermi sempre, in qualunque punto. [...] In una biblioteca così esisterebbe un unico libro suddiviso in qualche migliaia di volumi e, con buona pace di Callimaco e di Dewey, nessun catalogo. (p. 59)
  • Anche se i libri sono creazioni caotiche, il cui significato più recondito è sempre oltre la portata del lettore, l'ordine in cui li dispongo conferisce loro una certa definizione (per quanto banale) e un certo senso (per quanto arbitrario). (p. 61)
  • In una biblioteca, non c'è scaffale che rimanga vuoto a lungo. Come la Natura, le biblioteche aborriscono il vacuum, e il problema dello spazio è implicito nella natura stessa di ogni collezione di libri. È questo il paradosso di ogni biblioteca. Se infatti da un lato si prefigge, in misura maggiore o minore, di raccogliere e conservare una testimonianza del mondo, la più esaustiva possibile, questo compito risulterà alla fine ridondante, perché si potrebbe attuare soltanto quando i confini della biblioteca coincidessero con quelli del mondo intero. (p. 62)
  • Ogni biblioteca è, per necessità, una creazione incompleta, un work-in-progress, e ogni scaffale vuoto preannuncia i libri che verranno. (p. 74)
  • L'enciclopedia mondiale, la biblioteca universale, esiste, ed è il mondo stesso. (p. 81)
  • Il potere dei lettori non sta nell'abilità di raccogliere informazioni, di ordinare e catalogare, ma nella loro capacità di interpretare, associare e trasformare ciò che leggono. Per le scuole talmudiche, come per quelle islamiche, uno studioso può trasformare la fede religiosa in forza attiva attraverso l'arte della lettura, perché la conoscenza acquisita attraverso i libri è un dono di Dio. [...] Per le culture del Libro, la conoscenza non risiede nell'accumulo di testi e di informazioni, e nemmeno nell'oggetto libro in sé, ma nell'esperienza tratta dalla pagina e trasformata in nuova esperienza, nelle parole riflesse sia nel mondo esterno che nel lettore stesso. (p. 83)
  • Spesso ai libri in quanto tali viene attribuita un'autorità fittizia e l'edificio «biblioteca» viene superstiziosamente visto come il monumento simbolico di quell'autorità. [...] Perfino oggi, quando all'atto intellettuale viene riconosciuta ben poca o nessuna importanza, i libri, letti o meno che siano, e indipendentemente dall'uso e dal valore che si dà loro, sono spesso circondati da un prestigio che incute timore. (p. 84)
  • Sogniamo una biblioteca della letteratura creata da tutti e appartenente a nessuno, una biblioteca che sia immortale e che porterà misteriosamente ordine nell'universo, eppure sappiamo che ogni scelta ordinata, ogni regno catalogato dell'immaginazione, istituisce una gerarchia tirannica di esclusione. Ogni biblioteca tende a escludere, perché la sua selezione, per quanto vasta, chiude fuori dalle proprie mura scaffali infiniti di scritti che, per ragioni di gusto, conoscenza, spazio e tempo, non è stato possibile includere. Ogni biblioteca evoca il suo fantasma oscuro; ogni ordinamento porta con sé, nella sua ombra, una biblioteca di assenze. (p. 95)
  • Ogni biblioteca accoglie e rifiuta. Ogni biblioteca è per definizione il risultato di una scelta, ed è necessariamente limitata nel suo ambito. Ed ogni scelta ne esclude un'altra, quella non fatta. L'atto della lettura corre sempre parallelo a quello della censura. (pp. 95-96)
  • Il peso dell'assenza è una caratteristica di ogni biblioteca tanto quanto i vincoli di ordine e di spazio. (p. 99)
  • Ogni biblioteca, per il fatto stesso di esistere, evoca il suo doppio, proibito o dimenticato: una biblioteca invisibile ma formidabile di libri che, per ragioni convenzionali di qualità, soggetto e perfino di dimensioni, non sono stati ritenuti degni di dimorare sotto questo tetto. (p. 103)
  • [A causa della fluidità della letteratura] Nessuna biblioteca è ciò per cui è stata istituita, e il destino di una biblioteca spesso non è deciso da chi l'ha creata per i suoi meriti, ma da chi desidera distruggerla per le sue presunte pecche. (p. 104)
  • Le biblioteche, per loro stessa natura, possono sostenere ma anche mettere in discussione l'autorità di potere. Come depositari di storia o fonti per il futuro, guide o manuali per i tempi difficili, simboli di autorità passate e presenti, i libri di una biblioteca rappresentano ben più di quanto contengano nel loro insieme, e sono stati considerati, sin dall'inizio della scrittura, una minaccia. Poco importa il motivo per cui una biblioteca viene distrutta: ogni censura, riduzione, frammentazione, saccheggio o bottino dà origine (perlomeno come presenza spettrale) a una biblioteca più forte, più chiara e più durevole di libri banditi, saccheggiati, depredati, frammentati o ridotti. Può essere che questi libri non siano più consultabili, che esistano soltanto nel vago ricordo di un lettore o nell'ancor più vago ricordo di una tradizione e di una leggenda, ma hanno acquisito una sorta di immortalità. [...] Le biblioteche che sono svanite o a cui non è mai stato concesso di esistere sono molte di più di quelle che visitiamo, e formano gli anelli di una catena circolare che ci accusa e ci condanna tutti. (p. 109)
  • I libri si riuniscono per l'estro di un collezionista, per dare espressione a una comunità, per l'avvicendarsi delle guerre, per il passare del tempo, per la trascuratezza o per l'attenzione, per l'imponderabilità della sopravvivenza, per la cernita casuale di un robivecchi, e ci possono volere secoli prima che la loro congregazione acquisti la forma riconoscibile di una biblioteca. (p. 142)
  • Le stanze dove gli scrittori (una sottospecie di lettori) si circondano delle cose di cui hanno bisogno per il loro lavoro acquistano una qualità animale, quasi fossero una tana o un nido, predono la forma del loro corpo e offrono riparo ai loro pensieri. (p. 152)
  • Fatto di testi e di talismani, di icone e di strumenti di ogni genere, lo studio di un lettore o di uno scrittore assomiglia a un santuario, eretto non a una divinità ma ad un'attività. La bella mostra che fanno di sé gli strumenti del mestiere ne dichiara la natura di laboratorio; il suo ordine (o disordine) non rispetta le esigenze di una normale biblioteca, sebbene privata. Lo studio non è la versione, in scala ridotta, della struttura più grande – la biblioteca – che talvolta lo contiene. Lo studio ha una missione diversa: fornisce uno spazio concreto dove meditare e compiacersi, dove credere nel potere degli oggetti e confidare nell'autorità di un dizionario. (p. 153)
  • Uno studio dà al suo proprietario, al suo lettore privilegiato, quello che Seneca chiamava euthymia, una parola greca che, spiegava Seneca, significa «benessere dell'anima», e che lui traduceva come «tranqvillitas». L'euthymia è l'aspirazione ultima di ogni studio. Euthymia, il ricordo senza distrazioni, l'intimità del momento di lettura, un tempo segreto all'interno di una giornata «pubblica» – ecco che cosa cerchiamo in uno spazio di lettura privato. (p. 160)
  • Per quanto attenta sia la nostra lettura, i testi ricordati spesso subiscono curiose trasformazioni; si frammentano, si contraggono o si fanno imprevedibilmente lunghi. [...] Ma né la solida biblioteca sui miei scaffali né quella mutevole della mia memoria detengono a lungo un potere assoluto. Nel tempo, i labirinti delle mie due biblioteche misteriosamente si intrecciano. E spesso, grazie a ciò che gli psicologi chiamano la perseveranza della memoria (un fenomeno psichico per cui una certa idea viene considerata vera anche quando sia stato dimostrato che è falsa), la biblioteca della mia mente finisce per sopraffare quella di carta e inchiostro. (p. 166)
  • Possiamo vivere in una società che si fonda sui libri eppure non leggere, oppure possiamo vivere in una società dove i libri sono ritenuti un semplice accessorio ed essere lettori nel senso più vero e profondo. (pp. 182-183)
  • C'è un abisso incolmabile tra il libro che è stato decretato un classico dalla tradizione e il libro (quello stesso libro) che abbiamo fatto nostro per istinto, emozione e comprensione: con esso abbiamo sofferto, abbiamo gioito, l'abbiamo tradotto nella nostra esperienza e, nonostante ci sia giunto tra le mani sommerso da strati di lettura, in fondo siamo noi a scoprirlo per primi, un'esperienza sorprendente e inaspettata [...] Questo modesto ius primae noctis garantisce ai libri che chiamiamo classici la loro unica, utile immortalità. (pp. 183-184)
  • Ogni lettore ha trovato il suo incantesimo per assicurarsi il possesso di una pagina che, per magia, diventa nuova e immacolata, come se nessuno l'avesse mai letta prima. Le biblioteche diventano i nascondigli segreti e gli scrigni di questi incantesimi. (p. 184)
  • Scorriamo gli infiniti scaffali delle biblioteche, scegliendo questo o quel volume senza una ragione precisa: per la copertina, per il titolo, per un nome, per qualcosa che qualcuno ci ha detto o non ci ha detto, per un presentimento o un ghiribizzo, per sbaglio, perché in quel libro pensiamo di poter trovare un racconto particolare o un personaggio o un dettaglio, perché pensiamo che sia stato scritto per noi, perché pensiamo che sia stato scritto per tutti tranne che per noi e vogliamo scoprire perché siamo stati esclusi, perché vogliamo imparare, ridere o perderci nell'oblio. (pp. 186-187)
  • I lettori e i non lettori hanno sempre vissuto fianco a fianco, e i non lettori sono sempre stati la maggioranza. [...] A variare non sono le proporzioni di questi due gruppi di umanità, ma il modo in cui società diverse giudicano il libro e l'arte di leggere. [...] La nostra società accetta il libro come un dato di fatto, ma la lettura – un tempo ritenuta utile e importante, ma anche potenzialmente pericolosa e sovversiva – oggi è accettata con condiscendenza come un passatempo, un diversivo lento che manca di utilità e che non contribuisce al bene collettivo. [...] Nella nostra società la lettura non è altro che un'attività ancillare. (pp. 187-188)
  • Citare è un continuo conversare con il passato per dare un contesto al presente. Citare è attingere alla Biblioteca di Babele; citare è riflettere su quanto è già stato detto, e se non lo facciamo, parliamo in un vuoto dove non v'è voce umana che possa risuonare. (p. 188)
  • Il Web è quasi istantaneo; non occupa alcun tempo se non l'incubo di un costante presente. Tutta superficie e niente volume, tutto presente e niente passato. (p. 189)
  • Il Web è solo uno strumento. Non dobbiamo incolparlo del nostro atteggiamento superficiale nei confronti del mondo in cui viviamo. La sua virtù è la brevità e la molteplicità delle informazioni; non ci può anche fornire concentrazione e profondità. I media elettronici ci possono aiutare (e lo fanno) in mille modi pratici, ma non in tutti, e non li si può accusare di non fare quello a cui non sono destinati. Il Web non sarà il contenitore del nostro passato cosmopolita, come un libro, perché non è un libro e non lo sarà mai, nonostante le infinite forme e gli innumerevoli gadget escogitati per forzarlo in quel ruolo. Né può essere una biblioteca universale. (p. 191)
  • La nostra esistenza fluisce, come un fiume impossibile, in due direzioni: dall'infinita messe di nomi, luoghi, creature, stelle, libri, rituali, ricordi, illuminazioni e pietre che chiamiamo mondo alla faccia che ci fissa ogni mattina dallo specchio; e da quella faccia, da quel corpo che racchiude un centro che non vediamo, da ciò che ci definisce quando diciamo «io», a tutto ciò che è Altro, al di fuori, oltre. Il senso di ciò che siamo individualmente, legato al senso di essere, collettivamente, cittadini di un universo inconcepibile, conferisce alla nostra vita qualcosa di simile a un significato. (p. 194)
  • Le biblioteche continueranno a sopravvivere finché noi continueremo ad attribuire parole al mondo che ci circonda, e a conservarle per i futuri lettori. (p. 194)
  • I libri ci garantiscono una miriade di possibilità: la possibilità di cambiamento, la possibilità di illuminazione. Può essere che non esista libro, per quanto ben scritto, che possa rimuovere un grammo di dolore dalla tragedia in Iraq o in Ruanda, ma può anche darsi che non esista libro, per quanto mal scritto, che non permetta un'epifania al suo lettore predestinato. (p. 195)
  • Le storie, le cronologie e gli almanacchi ci offrono l'illusione di un progresso, anche se abbiamo di continuo la prova che esso non esiste. C'è trasformazione e c'è passaggio, ma che sia in meglio o in peggio dipende semplicemente dal contesto e dall'osservatore. (p. 195)
  • I limiti che ci definiscono come gruppo sociale devono essere costruttivi o cautelativi, non intenzionalmente distruttivi, se devono avere un significato collettivo sano, se l'offesa di una vittima deve essere letta come un'offesa alla società nel suo insieme, in forza della nostra umanità comune. La giustizia [...] non deve soltanto essere fatta, deve anche essere vista. La giustizia non deve cercare una soddisfazione privata, ma deve rafforzare pubblicamente l'impulso salvifico della società di imparare. Se c'è giustizia, ci può essere speranza, anche di fronte a una divinità apparentemente bizzosa. (pp. 204-205)
  • Una biblioteca, di qualunque dimensione essa sia, non ha bisogno di essere letta interamente per essere utile; ogni lettore beneficia di un giusto equilibrio tra conoscenza e ignoranza, ricordo e oblio. (p. 211)
  • Non mi sento in colpa verso i libri che non ho letto e che forse non leggerò mai; so che i miei libri hanno una pazienza infinita. Mi aspetteranno sino alla fine dei miei giorni. (p. 212)
  • Conservare e trasmettere la memoria, imparare dall'esperienza degli altri, condividere la conoscenza del mondo e di noi stessi sono alcuni dei poteri (e pericoli) che i libri ci conferiscono, e le ragioni per cui li custodiamo con amore e li temiamo. (p. 221)
  • Il buio, le parole e la luce formano un circolo virtuoso. Le parole generano la luce, e poi ne compiangono la perdita. Con la luce leggiamo, con il buio parliamo. [...] Con la luce leggiamo le invenzioni degli altri; con il buio, siamo noi a inventare storie. (pp. 224-225)
  • Possiamo immaginare i libri che ci piacerebbe leggere, anche se non sono mai stati scritti, e possiamo immaginare biblioteche piene di quei libri che vorremmo possedere, anche se non sono alla nostra portata, perché amiamo sognare una biblioteca che rifletta tutti i nostri interessi e le nostre manie – una biblioteca che, nella sua varietà e complessità, rifletta in pieno i lettori che siamo. (p. 243)
  • Il testo elettronico che non ha bisogno di pagine può tranquillamente accompagnarsi alla pagina che non ha bisogno di elettricità; l'uno non deve necessariamente escludere l'altra per servirci al meglio. L'immaginazione umana non è monogama né deve esserlo. (p. 267)
  • Se la Biblioteca di Alessandria era l'emblema della nostra ambizione di onniscienza, il Web è l'emblema della nostra ambizione di onnipresenza; la biblioteca che conteneva tutto è diventata la biblioteca che contiene qualsiasi cosa. Alessandria si reputava, con grande modestia, il centro di un cerchio tracciato dal mondo conoscibile; il Web, come la prima definizione di Dio elaborata nel XII secolo, si ritiene un cerchio il cui centro è in ogni luogo e la cui circonferenza non è in nessun luogo. (pp. 267-268)
  • Per quanto affascinante ci possa sembrare il sogno di un universo conoscibile fatto di carta e di un cosmo sensato fatto di parole, una biblioteca, anche se colossale per proporzioni o ambiziosa e infinita nel suo intento, non potrà mai offrirci un mondo «reale», nel senso in cui è reale il mondo quotidiano di sofferenza e felicità. Ci può invece offrire un'immagine aperta di quel mondo reale che [...] [ci concede] la possibilità di sperimentare, conoscere e ricordare qualcosa che abbiamo intuito in un racconto o immaginato grazie a una riflessione filosofica o poetica. (pp. 268-269)
  • Il sospetto che noi e il mondo siamo fatti a immagine di qualcosa di meravigliosamente e caoticamente coerente che sfugge alla nostra comprensione, e di cui però noi siamo parte; la speranza che il nostro cosmo esploso e noi stessi, sua polvere di stelle, abbiamo un significato e un metodo ineffabili [...] l'idea che ciò che possiamo conoscere della realtà è un'immaginazione fatta di linguaggio... tutto questo trova la sua manifestazione materiale in quell'autoritratto che chiamiamo biblioteca. E il nostro amore per essa, e il nostro desiderio di vederne di più, e il nostro orgoglio nel vederla compiuta [...] sono dimostrazioni tra le più felici e commoventi che, nonostante tutte le tribolazioni e le sofferenze di questa vita, possediamo una fede in un metodo dietro la follia che è più intima, più consolatoria e forse più redentrice di quanto ogni divinità gelosa si possa augurare per noi. (p. 269)
  • [Non] cerco rivelazioni di sorta, dato che tutto ciò che mi viene detto è necessariamente limitato da ciò che sono in grado di sentire e di capire. Non cerco una conoscenza, oltre a quella che in un qualche modo segreto già ho. Non cerco un'illuminazione, a cui non posso ragionevolmente aspirare. Non cerco esperienza, perché alla fine posso essere consapevole soltanto di ciò che è già in me. E allora [...] che cosa sto cercando? Consolazione, forse. Forse consolazione. (p. 270)

Bibliografia[modifica]

  • Alberto Manguel, La biblioteca di notte, traduzione di Giovanna Baglieri, Archinto, 2007. ISBN 9788877684967

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