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Angela Vettese

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Angela Vettese, 2012

Angela Giovanna Vettese (1959 – vivente), storica dell'arte, storica della filosofia italiana, accademica e curatrice italiana.

Citazioni di Angela Vettese[modifica]

  • Al principio della storia di Agnetti c'è una skepsi radicale, un dubbio esteso che si traduce in afasia: dopo gli studi artistici e scientifici, dopo gli esordi come pittore informale nei primi anni Cinquanta, cessa completamente di dipingere. Uccide il corpo dell'opera e inizia a intrattenere con l'arte un rapporto di puro desiderio, precludendosene la pratica diretta. La sua appassionata attività accanto ad "Azimuth", con gli amici Castellani e Manzoni, e tutto un contesto umano che fu da lui profondamente influenzato, mette in luce come egli si concedesse di anticipare l'opera partecipando al momento ideativo, e d'altra parte amasse proseguirla, dopo la sua realizzazione, attraverso interventi scritti che solo con una forzatura potrebbero essere definiti interpretazioni critiche: il lavoro di un altro diventa lo spunto per una nuova partenza, per un'opera nuova che si snoda però solo sul piano verbale. Ciò che Agnetti in quegli anni evitava, avendo scelto di delegarlo ad altri, era il momento esecutivo dell'oggetto e, con esso, l'atto di appropriazione che si realizza nella firma.[1]
  • Dopo aver cercato di turbare i sogni dell'epistemologia, Agnetti attacca anche la quiete delle certezze tecnologiche. Negli anni del baby-boom e della pace manomette una calcolatrice da ufficio in modo che a ogni numero, nei martelletti che battono sulla carta, corrisponda una lettera: il risultato di qualsiasi operazione è zero in significato, ma dieci in lucida follia. Il codice razionale numerico, sostituito da una misteriosa grammatica combinatoria, diventa un formidabile stimolo alla creazione anche da parte degli spettatori. La Macchina drogata (1968), ormai inadatta a fini pratici, si fa oggetto disposto a narrare una storia e pretesto per un formidabile happening.[2]
  • La contezza del valore del patrimonio artistico italiano? C’è, mancano dirigenze dinamiche che non dormano sugli allori di quello che custodiamo. Gli staff sono spesso piccolissimi, i budget bassi, le relazioni internazionali non favorite come si potrebbe. Difficile distribuire responsabilità ma certo, continuando a dire che abbiamo un patrimonio immenso, poco a poco stiamo erodendone la visibilità per scarsità di investimenti.[3]
  • Siamo un Paese dove l’arte contemporanea stenta a farsi rispettare nei concorsi universitari. È una disciplina che ha a che fare con artisti viventi più che con archivi, con un ambito globale più che territoriale, con un mercato spesso demonizzato, come se la committente nell’arte antica non fosse altrettanto speculativa o comunque fatta dal denaro e dalle sue dinamiche. È un po' assurdo che curare mostre o valutare gli artisti italiani che il ministero promuove nel mondo non sia considerata attività di ricerca. Non si fa storia dell’arte contemporanea con gli stessi metodi dell’arte antica. Occorrerebbe prenderne atto.[3]

Note[modifica]

  1. Da Vincenzo Agnetti, un artista che recupera l'opera per indagarne le ragioni della crisi, attaccando le certezze della tecnologia, citato in Vincenzo Agnetti, a cura di Achille Bonito Oliva e Giorgio Verzotti, catalogo della mostra del Mart, Skira, Ginevra-Milano, 2008, p. 182.
  2. Da Vincenzo Agnetti, un artista che recupera l'opera per indagarne le ragioni della crisi, attaccando le certezze della tecnologia, citato in Vincenzo Agnetti, p. 183.
  3. a b Dall'intervista di Adalgisa Marrocco, Abbiamo un patrimonio artistico immenso e investimenti scarsi. "Lo sfogo di Angela Vettese", huffingtonpost.it, 20 agosto 2020.

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