Luigi Barzini (1874-1947)

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Scipione Borghese (sinistra) con Luigi Barzini (destra) al loro arrivo a Berlino nel corso del raid Pechino-Parigi

Luigi Barzini senior (1874 – 1947), giornalista, scrittore e corrispondente di guerra italiano.

Citazioni di Luigi Barzini Senior[modifica]

  • Brescia, 16 settembre, notte. Sono inebbriato d'aria e di luce. Discendo dal dirigibile Zodiac dopo un viaggio di due ore. Due ore, dice l'orologio. Ma io ho perduto ogni cognizione del tempo, e non ho coscienza della durata del mio volo meraviglioso. È stata una incommensurabile parentesi di sogno nella mia vita, un periodo d'estasi dal quale non so distaccarmi, e che ripercorro confusamente con la memoria come per non abbandonarlo, per prolungarlo, per goderlo ancora senza fine nella immaginazione.[1]
  • Così giovane e già così Barzini? Sì.[2]
  • La civiltà è una cosa bellissima, ma orribilmente monotona.[3]
  • Un viaggio in dirigibile è stato molte volte descritto; basta aprire un libro di aeronautica moderna per conoscere ogni fase, ogni manovra, ogni mistero. Ma io credo che la folla, alla vista del prodigioso naviglio aereo, non si chieda soltanto come la macchina funzioni. Ogni spettatore nel suo desiderio è a bordo, è un passeggero dell'aria, e vuol sapere che cosa si sente, che cosa si prova lassù. Egli pensa che potrà salirvi un giorno realmente, e vuole che gli si narri questo suo viaggio, vuol conoscerlo come conosce già le corse in treno e le navigazioni sul piroscafo pure ignorando i particolari della locomotiva e la tecnica navale.[1]

A traverso la Siberia[modifica]

  • Vladivostok è nuova, e ha tutta la freschezza e la gaiezza della gioventù - che fa a meno delle comodità e del tempo buono. Curiosa città che mostra fra palazzi moderni e chiese sontuose ampi pezzi di campagna selvaggia, rocce e colline senza sentieri, quasi che i suoi edifici fossero stati posati in fretta nel bel mezzo d’una regione inesplorata.
    Hanno cominciato a tracciare delle vie larghe e dritte che si tagliano ad angolo retto, vie immense che si arrampicano sul monte che fronteggia la baia e si distendono in direzione della costa. Poco per volta gli edifizî, come una cristallizzazione, si sono andati attaccando ai bordi di queste vie in progetto, lasciando grandi rettangoli di terra brulla, il cui effetto è così strano.
    È una città in formazione, ma che sorge sopra un progetto, invece di venir su alla nostrana crescendo e allargandosi secondo il bisogno.
    Poco per volta i grandi edificî – che sono tutti nati in questi ultimi due anni – cacciano via le casupole di legno che si ritirano verso il ponente, sulla baia Amur, come un armento in fuga, mostrando in distanza le loro groppe di zinco affollate. E sul bund, sulla via principale – che è l’unica via in qualche punto pavimentata - si allineano gli alberghi di primo ordine, i grandi magazzini – che potrebbero competere con quelli di qualsiasi città europea – gli uffici, i palazzi governativi, le banche. Fuori della città, sotto i forti, si vedono enormi edificî rossi che formano dei veri sobborghi: sono caserme, e caserme, e caserme. (da Vladivostok, lunedì 1 luglio 1901)
  • Certo è che Vladivostok potrà divenire la San Francisco dell'Impero Moscovita, e l'attivo movimento del primo tratto orientale della Transiberiana, che non arriva che a Kabarovsk, sull'Amur, mostra quale estensione potrà prendere il commercio d’importazione che le ditte straniere si propongono. Poiché qui si tratta di sola importazione. L’esportazione è rappresentata da pellicce e legname soltanto, e non vi è ombra d’industrie.
    Inoltre Vladivostok non rappresenterà soltanto una porta della Russia, ma dell'Europa intera; Vladivostok e Talienwan saranno le due bocche dello sterminato rettile di ferro transiberiano, per le quali esso si prepara a mangiare tanta parte del commercio orientale. (da Vladivostok, lunedì 1 luglio 1901)
  • Quello che è sorprendente in Vladivostok è che essa non ha nessun carattere di città orientale: è russa. Non si direbbe che all'epoca della guerra di Crimea questa terra fosse ancora cinese (ed è proprio per la guerra di Crimea che non lo è più; l’Orso Russo non potendo mangiar di là, mangiò di qua). Vi sono dei cinesi, ma così pochi in proporzione che non guastano, e poi parlano russo e portano il berrettone di pelo. Su cinquantamila abitanti, militari compresi, non vi sono quattromila cinesi. (da Vladivostok, lunedì 1 luglio 1901)
  • Si finisce col dimenticare di essere nell'Estremo Oriente ad un passo dalla Cina e due dal Giappone; ci si crede in piena Russia d’Europa. (da Vladivostok, lunedì 1 luglio 1901)

Avventure di un paio di stivali[modifica]

Incipit[modifica]

Con la modica spesa di mezza rupia mi sono fatto trascinare in «rickshas», piccola vettura tirata da un indigeno, il quale corre continuamente in modo spaventoso. Secondo l'abitudine, la vettura si è regolarmente rovesciata, girando l'angolo d'un mercato, e io sono caduto fra le ceste di banane e arance.
Un nuvolo d'indigeni si è precipitato a raccogliermi e a ripormi sul seggiolino disertato, reclamando una mancia che mi sono guardato dal pagare.

Citazioni[modifica]

  • [...] nell'«hackeries» – così si chiama quest'altra vettura – si ha la vicinanza poco profumata del guidatore. Preferisco cadere dieci volte dal più fracassato dei «rickshas».

U.R.S.S. l'impero del lavoro forzato[modifica]

Incipit[modifica]

La Russia bolscevica accoglie lo straniero con una correttezza formale e posata.
Arrivando ci si aspetta, non si sa perché, un apparato più severo e rivoluzionario, qualche cosa nella buona tradizione cinematografica, baionette in canna, comandi rauchi, volti feroci, un po' di confusione comunista. Invece no.
Le giovani guardie della «Ghepeù»[4] di frontiera, che compaiono sul treno ancora in moto a ritirare i passaporti, vestono con una eleganza vecchio stile il caratteristico cappotto dei soldati russi, lo stesso del tempo zarista – quella specie di pittoresca tunica avana attillata al busto e ricadente gonfia a gonna dai fianchi fino a terra –, portano il berretto a piatto dei vecchi tempi, e, se il loro sguardo è insistente ed inquisitivo, la loro parola è deferente e breve. Le mani esperte dei doganieri penetrano in ogni angolo delle vostre valigie ma poi non disdegnano di rimettere le cose a posto. Vi è quasi troppo ordine, troppo silenzio, troppo raccoglimento.

Citazioni[modifica]

  • Perfino la parola Russia è scomparsa, condannata come reazionaria. Non si dice più che U.R.S.S.: una sigla che cancella i confini con l'intenzione di includere eventualmente il resto del mondo. (cap. 2, p. 16)
  • Per fermare gli impulsi vagabondi delle masse il bolscevismo è ricorso agli stessi metodi di Ivan il Terribile e di Boris Goudonov.
    Si è stabilito un passaporto interno che inchioda. Nessuno può muoversi senza permesso. L'operaio è legato all'officina e il contadino alla «collettivazione». (cap. 2, p. 18)
  • I cani, anche quelli non randagi, sono completamente scomparsi dalle città russe, come sono scomparsi i gatti e tutti gli altri animali domestici delle classi parassitarie (insetti esclusi). Vi sono stati periodi della tragedia bolscevica in cui la fame ha fatto utilizzare le più imprevedibili commestibilità. I cani e i gatti si sono trovati nell'alternativa di essere mangiati o di morire di fame, per mancanza della tessera del pane. Comunque sia, sono estinti. (cap. 4, p. 40)
  • Sulle sofferenze della vecchia Russia si sono formate molte leggende. Mancava la libertà ma non mancava il pane. Ci voleva una dura carestia o una lunga guerra perché, sulle zone private dei raccolti dalla siccità o dalla requisizione, si arrivasse alla fame. (cap. 10, p. 136)
  • Con quattro parole [la terra ai contadini], una frase magica netta come un colpo di spada, Lenin offriva alle fantasie e alle passioni un orientamento, la soluzione radicale e fulminea a quell'antico problema rurale che era stato l'incubo dell'Impero, la ragione di tutte le sommosse, le rivolte, e congiure, l'anima stessa della rivoluzione. Da Pietro il Grande a Nicola II, la storia russa si annoda attorno alla questione agraria (cap. 10, pp. 140-141)
  • La gioventù che esce dalle università sovietiche e che formerà le future classi dirigenti è di una ignoranza stupefacente, fuori delle sue specializzazioni. Chiusa nella rigidità di dottrine assolute come in una prigione, privata di termini di paragone e di elementi di giudizio, manca di senso critico e di equilibrio spirituale. Crede alla propria superiorità nell'universo ed alla propria perfezione. È fanatica, dogmatica, invasa da un misticismo conquistatore, combattiva, inflessibile, piena di un orgoglio esasperato. Ignora o nega la parte che il talento straniero ha nella ricostruzione russa, e considera la scienza come un prodotto del bolscevismo. Troppo sicura di sé per dubitare della sua competenza, si slancia al lavoro, entusiasta, attiva, col più grande disprezzo per chi, più anziano, le ingombra il passo. (cap. 11, pp. 192-193)
  • L'utopia comunista è forzata ad una revisione perpetua dei suoi postulati. Per cercare di far scaturire negli uomini al lavoro una più intelligente volontà di sforzo, ha dovuto rinunziare alla livellazione sociale ristabilendo differenziazioni di compensi, di regimi di vita, di classi sociali. Per tentare di riuscire il comunismo deve farsi meno comunista. (cap. 12, p. 240)
  • Lo spionaggio mantiene il terrore. Nelle scuole rurali si educano i bambini a sorvegliare le loro famiglie e a riferire quello che sentono e quello che vedono fra le pareti domestiche. Il contadino si chiude nella sua impassibilità come in una corazza. (Cap. 13, p. 244)

Explicit[modifica]

Auguriamo alla Russia un più grande progresso: quello del benessere sociale, della equità e della bontà diffuse nella vita degli uomini. Le gigantesche opere figlie e generatrici della potenza dell'U.R.S.S. ci sembreranno infinitamente più apprezzabili e degne quando non le vedremo più ergersi come isole sinistre sopra un torbido mare di povertà, di sofferenza, di schiavitù, di paura, di dolore, di odio, di fanatismo. L'operosità, la mitezza e la pazienza delle masse russe meritano il premio ed il conforto di una esistenza più alta, più lieta, più umana.

Incipit di alcune opere[modifica]

Al fronte[modifica]

2 giugno 1915.

Ho vissuto i primi sei giorni della guerra sulla fronte friulana. Al settimo giorno tutte le persone che non abitano permanentemente quelle terre, giornalisti compresi, sono state invitate a ritirarsi. In questo momento e nelle condizioni attuali la misura è giustificata. L'opinione pubblica non interpreti l'allontanamento della stampa dai campi di battaglia come un provvedimento di politica interna. Sento il dovere di dirlo subito, altamente, onestamente: il popolo non si lasci trascinare da quel fondo vago di diffidenza che è nel nostro carattere per immaginare che il momentaneo esilio dei corrispondenti dalla guerra abbia lo scopo di nascondere alla nazione dei possibili mali. Vi sono molte cose da nascondere, è vero, ma al nemico. E per celarle a lui bisogna celarle a tutti.

Dall'impero del Mikado all'impero dello Zar[modifica]

La vecchia Europa considera il Giappone un po' come suo figlio adottivo. Gli ha tirato gli orecchi per correzione, quando si è mostrato troppo intraprendente; si sa, con gl'interessi non si scherza; ma in fondo ha serbato sempre per esso una profonda simpatia. Una simpatia tanto più viva in quanto che si compone di vanità soddisfatta, di amor proprio lusingato. Le vittorie del Giappone, i suoi progressi prodigiosi vengono riguardati dall'Europa quasi come sue vittorie e suoi progressi.

Gl'italiani della Venezia Giulia[modifica]

Il Luogotenente Hohenlohe, inaugurando l’esposizione Adria a Vienna nel maggio (1913) ebbe a dire che Trieste non appartiene a nessuna nazionalità. Questa affermazione basta ad illuminare i suoi intendimenti di governo. Negare la nazionalità italiana a Trieste è come negare la luce del sole. Il viaggiatore che arriva da certe regioni del regno d’Italia deturpate d’esotismo, vivendo a Trieste e nelle paesane città dell’Istria prova l’impressione di trovarsi a contatto di una nazionalità più pura, più schietta, più viva di quella che ha lasciato. L’italianità vi si compenetra tutta di un calore rovente di cosa percossa.

La metà del mondo vista da un’automobile[modifica]

Il 18 Marzo 1907, a mezzogiorno (data per me memorabile), ero allo scrittoio, completamente immerso nello studio dell’organizzazione ferroviaria nord-americana. In quel tempo mi dedicavo con passione ai problemi della strada ferrata, ne scrivevo e ne parlavo, pascevo il mio spirito di regolamenti e di orari nazionali ed esteri. All’improvviso una lunga scampanellata del telefono, posato proprio sul mio tavolo da lavoro, mi strappò violentemente dalle reti ferroviarie degli Stati Uniti.

L'Argentina vista come è[modifica]

Da bordo del Venezuela, 12 ottobre.

Chi può udire senza commozione profonda il grido che si leva da una nave carica d'emigranti, nel momento della partenza, quel grido al quale risponde la moltitudine assiepata sulle banchine, urlo disperato di mille voci rauche di pianto? Gridano addio! E par che gridino aiuto!...

Nel mondo dei misteri con Eusapia Paladino[modifica]

Un viaggio nel mondo dei misteri spiritici: ecco una spedizione allettevole per un redattore viaggiante. Io l'ho intrapresa, e sono giunto alla prima tappa. Vi presento la mia guida: la signora Eusapia Paladino, di professione medium.
Essa è di fama mondiale, e la sua rinomanza è in questi giorni rinfrescata da polemiche clamorose. Fra chi nega e chi afferma il medianismo, la celebre Eusapia si mantiene di una serenità inalterabile. È indifferente a tutto quello che si scrive, anche per l'eccellente ragione che essa ha la fortuna d'ignorare l'arte del leggere e dello scrivere; e nessuno osa informarla verbalmente delle dispute di cui è oggetto per paura delle sue collere. Eusapia è collerica e capricciosa. Non ammette il dubbio intorno alle sue virtù straordinarie, e tronca ogni discussione in proposito emettendo le sue più pittoresche ed energiche contumelie del fiorito dialetto napoletano.

Una porta d'Italia col Tedesco per portiere[modifica]

Un po’ di storia. Abbiamo occupato l’Alto Adige nel novembre del 1918 e vi abbiamo stabilito un governo militare. Fu un governo sentinella. Ebbe l’ordine di non urtar niente, di muoversi in punta di piedi per lasciar dormire l’Alto Adige, così come l'avevamo trovato, fino al momento in cui si sarebbe presa qualche decisione. Il Ministero non aveva un programma. Imbarazzato fra le necessità nazionali, l’incubo del Consiglio Supremo, la propria ignoranza e il feticismo per una libertà demagogica, esso sceglieva il minimo comun denominatore di tutte queste influenze. Oscillava così fra una vaga volontà di energia e il desiderio che questa energia non trapelasse, come Tartarin che chiamava il leone ma a bassa voce per non esserne udito. Raccomandava concisamente «tatto e moderazione». Non sapeva quel che si dovesse fare, ma prescriveva che fosse fatto «a gradi». Dimenticava quella grande ed eterna regola fondamentale che nei momenti di crisi prescrive di fare le cose spiacevoli ma necessarie tutte in una volta e di far poi un po’ alla volta quelle bene accette, per la stessa ragione per cui s’ingoja d’un colpo la medicina amara e si centellina lentamente il buon liquore. La politica saggia è quella che si adatta alla natura degli uomini. Ma bisogna sapere qual’è la medicina e qual’è il liquore. Il Governo non pensò nemmeno d’informarsi in modo conclusivo, non ordinò studi ed inchieste a tecnici provetti: era già abituato ad affrontare i più formidabili problemi del mondo senza conoscerli.

Note[modifica]

  1. a b Da Due ore in dirigibile, Corrriere della Sera, Milano, 17 settembre 1909.
  2. Citato in Marzio Breda, L’Italia che si specchia in Barzini, Corriere.it, 31 marzo 2017.
  3. Da Nell'estremo oriente, Madella, 1915.
  4. Il Direttorato politico dello Stato, più nota con l'acronimo GPU (pronunciato Ghepeù), fu la polizia segreta del regime sovietico fino al 1934.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]