David E. Reed

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David E. Reed (1927–1990), giornalista americano.

Massacro a Stanleyville[modifica]

  • I Simba erano alquanto trasandati. Alcuni indossavano parti di uniformi militari, altri informi calzoni kaki; alcuni non indossavano altro che laceri calzoncini corti. Taluni portavano berretti dell'Armée Nationale Congolaise, altri cappelli da cowboy o elmetti d'acciaio verniciati in blu, abbandonati dalle truppe dell'ONU. Qualche conquistatore sfoggiava cappellini da donna, rubati nelle case degli europei. Alcuni si pavoneggiavano addirittura con paralumi intesta. E altri, avendo scovato deliziose mutandine da donne nel boudoir di qualche signora, se l'erano infilate sopra i calzoni. (pp. 38-39)
  • Quando Lumumba era un giovane uomo politico intraprendente, aveva cercato di assicurarsi l'appoggio degli indigeni facili a gabbarsi promettendo loro che, una volta conquistata l'indipendenza, sarebbero divenuti tutti «bianchi». Si sarebbero arricchiti... avrebbero abitato in grandi case, proprio come gli europei, e avrebbero guidato automobili europee. Nessuno sarebbe più stato costretto a lavorare. O almeno, così affermava Lumumba.
    In tutto il Congo orientale, masse di indigeni ignoranti sono ancor oggi persuase che soltanto la morte di Lumumba abbia impedito alla promessa di avverarsi. Questi congolesi ritengono responsabili della fine del primo ministro gli «imperialisti» americani e belgi. Credono che Lumumba tornerà una seconda volta sulla terra per mantenere la promessa. Naturalmente, gli imperialisti belgi e americani, ma soprattutto i ricchi e potenti americani, faranno del loro meglio per dare scacco matto a Lumumba. Ma Lumumba vincerà, inevitabilmente. (pp. 58-59)
  • Chiunque abbia vissuto in Africa sa che gli africani di rado sono puntuali e spesso non si danno neppure la pena di andare agli appuntamenti. (p. 62)
  • Sebbene si servissero spesso del gergo marxista e benché la «nazionalizzazione» fosse un gioco prediletto, a quei tempi, nelle nazioni sottosviluppate, essi non parlavano mai di impadronirsi delle aziende di proprietà di stranieri. (p. 85)
  • I Batetela e i gruppi affini sono una popolazione notevole. Il loro numero non è grande, non arrivano, probabilmente, al milione, eppure la storia del Congo è stata determinata in vasta misura da loro. I Batetela sono, a esempio, formidabili guerrieri. Prima dell'arrivo dei belgi, i loro eserciti spadroneggiavano dappertutto nell'est del Congo, distruggendo o asservendo tutti gli uomini inferiori per forze che incontravano sul proprio cammino. Durante il colonialismo, i Batetela formarono la spina dorsale della Force Publique, il brutale esercito organizzato dai belgi per mantenere l'ordine pubblico nel Congo. I Batetela e le tribù imparentate con loro sono noti, inoltre, e temuti come stregoni. (p. 89)
  • Poche persone fuori dell'Africa hanno mai sentito parlare dei Batetela. Eppure uno della loro tribù riuscì, in sole dieci settimane e tre giorni, a scuotere il mondo intero. Quest'uomo fu Patrice Emery Lumumba, il primo ministro del Congo. (p. 90)
  • Il Congo era assolutamente impreparato all'indipendenza. I belgi avevano dato l'istruzione elementare a un gran numero di congolesi, ma soltanto allo scopo di farne dei buoni impiegati d'ordine e degli zelanti collaboratori. I congolesi non avevano virtualmente alcuna possibilità di compiere studi superiori. Al momento dell'indipendenza, vi erano meno di trenta laureati in una popolazione che ammontava a tredici milioni di individui. Ma, quel che è ancora più grave, i belgi non impartirono mai ai congolesi alcun insegnamento per quanto concerneva l'arte di autogovernarsi. In ogni altra colonia africana, dieci o quindici anni di intesa preparazione precedettero l'autogoverno; ma nel Congo, i belgi consegnarono le redini meno di due settimane prima dell'indipendenza. (p. 93)
  • Bell'uomo, alto un metro e ottanta, con il pizzetto, Lumumba irradiava fascino e sicurezza di sé. A differenza della maggior parte dei suoi compatrioti, traboccava di energia nervosa. (p. 94)
  • Lumumba non fece virtualmente alcun tentativo di governare il paese, e trascorse invece gran parte del suo tempo tenendo verbose conferenze stampa, durante le quali faceva piovere insulti sull'ONU e i belgi e le altre potenze occidentali. (p. 95)
  • Il movimento dei Simba fu fondamentalmente una sollevazione delle tribù del Maniema... una lotta tra i privilegiati e gli esclusi, tra quelli cui toccava il bottino e quelli che ne rimanevano privi. Se si servivano del gergo marxista, lo facevano soltanto perché non avevano una loro ideologia o una loro etichetta politica. (p. 99)
  • La stregoneria, non l'ideologia, era il cemento che teneva insieme l'esercito dei Simba. Non vi era mai stata penuria di stregoni nella provincia del Maniema, ed essi si affrettarono ora ad aderire alla causa dei Simba, grati, forse di essere realmente apprezzati da qualcuno. Con gli stregoni come officianti, le reclute dovevano passare per una cerimonia di iniziazione. Venivano loro praticate incisioni sulla fronte e sul petto, poi i medici-stregoni strofinavano polvere di carbone di legna o altre potenti pozioni sui tagli. Ogni recluta veniva avvolta nella pelle di un animale e le veniva detto di allontanarsi; dopo che aveva percorso pochi passi, un Simba sparava un colpo in aria. La recluta veniva ricondotta indietro. «Tu sei un Simba!» proclamava lo stregone. «Hai il dawa. Sei immune dai proiettili» (p. 100)
  • L'esercito dei Simba era come una colonna di siafu, il nome swahili delle formiche migratrici. I soldati divoravano tutto ciò che veniva a trovarsi sul loro cammino. (p. 104)
  • Ciombe, il primo ministro del governo centrale a Léopoldville, era, naturalmente, il demone numero uno dei Simba... o meglio il demone numero due, il primo posto in classifica essendo riservato agli imperialisti americani. (p. 106)
  • Per i Simba, Lumumba era una divinità: tutti sapevano ch'egli sarebbe tornato presto sulla terra per riparare a ogni ingiustizia. (p. 119)
  • Il movimento dei Simba era una rivolta di accattoni; chiunque non fosse un accattone era ovviamente un nemico. (p. 121)

Bibliografia[modifica]

  • David E. Reed, Massacro a Stanleyville, traduzione di Bruno Oddera, Longanesi & co., 1967.

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