Andrea De Carlo

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Andrea De Carlo

Andrea De Carlo (1952 – vivente), scrittore italiano.

Citazioni di Andrea De Carlo[modifica]

  • I libri sono di chi li legge.[1]
  • Sospesi sulla superficie salata, si lasciano oscillare, con gli occhi socchiusi e gocce d’acqua sulle ciglia. Macno dice “ti rendi conto?”
    “Sì”, dice Liza, senza sapere esattamente a cosa si riferisce ma pensando che si rende conto.
    […] ”Ti rendi conto? Come siamo schiacciati dalla forza di gravità di solito? Come siamo contratti per resistere alla pressione? La fatica terribile che facciamo per stare in piedi e camminare e sollevare oggetti, sostenere un ruolo e convincere e sedurre, far stare insieme gli elementi di un modo di essere, il punto di vista e l’angolazione e tutto il resto?” La sua voce riverbera rallentata e acquatica, ma ansiosa, anche.
    Liza lo guarda, e le sembra di capire quello che lui dice indipendentemente dalle sue parole.
    Macno dice “Ti rendi conto dello schifo di vita rigida che dobbiamo fare di solito, di come tutto quello che si costruisce è fatto di materiali duri e freddi, di linee violente. Da quando nasciamo siamo scaraventati tra piani angolati privi di flessibilità, noi che siamo così morbidi ed elastici di natura. Pensa a cos'é una città, o una strada, o una casa. Per trovar scampo non facciamo che passare da un sedile di automobile a una poltrona a un letto. Possiamo lasciarci andare solo lì, in spazi inerti e confinati.”
    “E non siamo mai abbastanza vicini all'acqua”, dice Liza, le labbra a pelo d’acqua.
    “No”, dice Macno. Scrolla la testa, si lascia galleggiare. Dice “In epoche lontane ci sono state civiltà d’acqua. C’erano vasche, piscine, fontane nelle città e nelle case. Un tempo anche questa città era piena di luoghi d’acqua, e ci si andava anche per discutere di politica, prendere decisioni e altro.” […] “Poi è venuto il cristianesimo” […] “I cristiani avevano orrore dell’acqua. Avevano orrore della natura morbida ed elastica dell’uomo. Così ci sono stati secoli e secoli di sporco rigido e asciutto. La gente era tenuta dalla religione lontano dai fiumi e dai laghi e dal mare, non poteva più usare l’acqua nemmeno per lavarsi.”[…]”Ci pensi , l’orrore sporco del Medioevo, del Quattrocento, del Cinquecento, del Seicento e del Settecento e dell’Ottocento, di questo secolo fino a pochi anni fa?”
    Liza respira immersa nel liquido tiepido, attenta all'ansia di Macno e ai suoi pensieri.
    Macno dice “Pensa a cosa sono ancora oggi i bagni nelle case della gente. Le piccole stanze rigide dove adempiere alle necessità corporali e rimuovere in fretta lo sporco. Pensa a come tutti cercano di strappare il piacere che possono dalle vasche strette e corte e poco profonde. A come a volte due amanti ci si infilano insieme e cercano di rimanerci più a lungo possibile, schiacciati tra i bordi, con le ginocchia sollevate, senza riuscire a muoversi né girarsi, guardando le piastrelle fredde e il gabinetto poco lontano. E fuori ci sono pavimenti e muri, mobili e scale e marciapiedi e strade duri e privi di flessibilità. E rumori violenti e aria difficile da respirare.”
    Stanno immobili nell'acqua, assorti nel leggero ronzìo delle lampade, nello sgocciolio lento.
    Liza si avvicina a Macno; gli dice “Ma adesso siamo qua, e siamo scampati.”[2]
  • Vivrei solo negli stadi intermedi, se potessi, senza punti di partenza e di arrivo o scopi da raggiungere; me ne starei immerso in un continuo traballamento provvisorio riparato dal mondo, con pensieri circolanti non focalizzati, in attesa di niente. (O in attesa di tutto: cambiamenti e trasformazioni e aperture di nuovi orizzonti sorprendenti da un secondo all'altro.)[3]

Arcodamore[modifica]

Incipit[modifica]

Mio cugino compiva gli anni dieci giorni prima di Natale, e sua moglie gli aveva organizzato una festa a sorpresa, ha telefonato per dirmi che dovevo assolutamente andarci. Da quando mi ero separato e vivevo solo avevano preso a farsi vivi almeno un paio di volte al mese, erano sempre pronti a offrirmi assistenza organizzativa e consigli esistenziali e inviti mondani. Io non facevo niente per scoraggiarli, anche se per anni non ci eravamo frequentati né avevamo mai avuto molto in comune: ogni tanto andavo a trovarli nella loro bella casa in centro, cenavo con loro o bevevo qualcosa e li aggiornavo sullo stato della mia vita. Facevo il fratello minore, anche se avevamo più o meno la stessa età; la natura apparentemente indistruttibile del loro rapporto e la qualità dell'arredamento del loro soggiorno mi confortavano, la curiosità che leggevo nei loro sguardi mi faceva sentire in movimento malgrado tutto.

Citazioni[modifica]

  • Avrei voluto stare sveglio ma non ci riuscivo: piccole onde di lago mi riverberavano attraverso cerchi concentrici che si allontanavano e ripartivano dall'inizio, il tempo vibrava quasi immobile.

Di noi tre[modifica]

Incipit[modifica]

Misia Mistrani l'ho conosciuta il 12 febbraio del 1978. Al mattino mi ero laureato in storia antica, con una tesi sulla Quarta Crociata che aveva provocato una quasi-rissa con la commissione per come mi era venuta polemica e coinvolta, dopo di che ero stato liquidato con 110 senza lode, anche se avevo lavorato un anno e scritto duecentocinquanta pagine abbastanza appassionate e documentate. Il presidente mi aveva detto nella sua voce monocroma "La Storia è prospettiva. Non si può parlare di eventi di sette secoli fa come se fossero successi l'altro ieri e lei ci fosse stato in mezzo. Le mancano totalmente il distacco e l'equilibrio, la capacità di una valutazione a mente fredda". Non aveva torto, su questo: mi sembrava che non mi bastassero le scorte di indignazione e di rabbia e di paura e di parzialità per tornare indietro nel tempo, altro che distacco.

Citazioni[modifica]

  • Eravamo percorsi da impulsi opposti, caldo e gelo e distacco e frenesia; ci sembrava di essere in ritardo su tutto e di essere ancora in tempo per qualsiasi cosa, di andare molto veloci e di restare incollati all'asfalto.
  • Mi chiedevo come mai persone così simili possano farsi danni gravi, e persone apparentemente lontanissime, migliorarsi in modo così spettacolare; mi chiedevo se c'era una regola dietro tutto questo o solo il caso, se era un effetto permanente o temporaneo.
  • Mi è sempre sembrato che ci sia una parte di slealtà nella nostalgia, come quando dopo che è successo qualcosa, qualcuno dice "te l'avevo detto" o "lo sapevo", e non è mai vero e non aveva detto e non sapeva niente prima che succedesse.
  • Mi sembrava che solo le cose brutte avessero una loro consistenza permanente, che quelle belle tendessero dissolversi con una rapidità imprevedibile.
  • Che poi è così patetico affannarsi ad inseguire dati di fatto in trasformazione continua e pretendere di riportarli indietro alla loro origine per dare adesso le risposte che avresti dovuto dare allora. Appena ti riesci a vedere da una minima distanza ti vergogni, invece di farti tanta pena.
  • È ridicolo. Pensiamo di essere i padroni delle nostre vite, e non è vero. Le uniche cose che possiamo controllare sono marginali, rispetto al resto. Ti fa ridere, altro che piangere, se solo riesci a vederti da una minima distanza. Ti fa venire voglia di muoverti, porca miseria, staccarti di dosso tutta questa lacca di autocompassione.
  • Che poi basterebbe avere una specie di autolimitatore di pensieri per stare meglio. Una specie di autolimitatore di sentimenti. Basterebbe non lasciarsi andare proprio a picco nella vita di un'altra persona, no?
  • Cerchiamo di divertirci, Livio eh? Cerchiamo di esserci e di sentire e di pizzicare e raccogliere quello che c'è finché c'è, senza fare i sognatori e i distratti e gli autolesionisti, eh?
  • "L'importante è pensare meno, ricordare e immaginare e aspettare meno. Prendere subito quello che c'è e basta. Vivere il momento, Livio" "Il momento è tutto, Livio! Ed è l'unica cosa che abbiamo davvero."
  • Ci vuole una catastrofe o un miracolo, per venirne fuori.
  • Uno il senso dovrebbe darlo o toglierlo dentro di sé invece di aspettarsi che qualcosa gli succeda per osmosi da un'immersione in una situazione estrema.

Due di due[modifica]

Incipit[modifica]

La prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo tutti e due così magri e perplessi, così provvisori nelle nostre vite, da stare a guardare come spettatori mentre quello che ci succedeva entrava a far parte del passato, schiacciato senza la minima prospettiva. Il ricordo che ho del nostro primo incontro è in realtà una ricostruzione, fatta di dettagli cancellati e aggiunti e modificati per liberare un solo episodio dal tessuto di episodi insignificanti a cui apparteneva allora.
In questo ricordo ricostruito io sono in piedi dall'altra parte della strada, a guardare il brulichìo di ragazzi e ragazze che sciamano fuori da un vecchio edificio grigio, appena arginati da una transenna di metallo che corre per una decina di metri lungo il marciapiede. Ho le mani in tasca e il bavero del cappotto alzato, e cerco disperatamente di assumere un atteggiamento di non appartenenza alla scena, anche se sono uscito dallo stesso portone e ho fatto lo stesso percorso faticoso solo un quarto d'ora prima. Ma ho quattordici anni e odio i vestiti che ho addosso, odio il mio aspetto in generale, e l'idea di essere qui in questo momento.

Citazioni[modifica]

  • Diceva che i musicisti rock erano le uniche persone giovani che potevano fare esattamente quello che volevano.
  • È che non bisognerebbe mai immaginarsi qualcosa troppo nel dettaglio perché l'immaginazione finisce per mangiarsi tutto il terreno su cui una cosa potrebbe accadere.
  • È come quando pensi a una parola e continui a pensarci finché non è altro che un suono. Solo che mi succede con la vita.
  • È inutile che fai finta di essere così perfettamente candido verso il mondo, quando ti prendi tutto quello che vuoi come se ti fosse dovuto.
  • E la gente accetta di adattare i propri desideri, farseli snaturare e indirizzare su oggetti, su automobili e vestiti e apparecchi elettronici e giocattoli inutili che servono a far dimenticare cosa è diventato il mondo.
  • E questo è possibile perché la gente è costretta a vivere in luoghi dove non ha più il minimo controllo su quello che mangia e quello che si mette addosso, sullo spazio che occupa. Tutti sono in prestito tutto il tempo, devono comprare quello che gli serve e non gli basta mai, gli sembra di avere sempre bisogno di altro.
  • La vita è uno schifo, ma è confortante come continua a migliorare man mano che vai avanti.
  • Lo so come ti senti. È come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti.
  • Magari uno rimpiange di aver perso qualcosa, e l'ha perso solo per trovare di meglio.
  • Ma non voleva imparare a suonare la chitarra. Diceva che in Italia il rock non si poteva fare; che l'italiano era una lingua troppo rigida e artificiale per cantarla su una musica diversa dall'opera, quelli che ci provavano lo riempivano di imbarazzo e tristezza.
  • Mi fa impazzire pensare alle persone sensibili e piene di qualità che odiano il denaro e le industrie e le macchine e il potere, e perché sono sole pensano di essere malate, si sforzano di adattarsi alla realtà e se ne fanno schiacciare. Dobbiamo trovare il modo di raggiungerle, mettere annunci sui giornali di tutto il mondo e parlarne con tutti i mezzi possibili, stabilire contatti.
  • Non c'è niente di inevitabile nel mondo così com'è adesso. È solo una dei milioni di forme possibili, ed è venuta fuori sgradevole e ostile e rigida per chi ci vive. Ma possiamo inventarcene di completamente diverse, se vogliamo. Possiamo smantellare tutto quello che abbiamo intorno così com'è, le città come sono e le famiglie come sono e i modi di lavorare e di studiare e le strade e le case e gli uffici e i luoghi pubblici e le automobili e i vestiti e i modi di parlarci e guardarci come sono.
  • Perché tutte le situazioni finiscono, prima o poi, è lo schifo imperfetto della vita.
  • Possiamo trasformare la vita in una specie d'avventura da libro illustrato, se vogliamo. Non c'è nessun limite a quello che si può inventare, se solo usiamo le risorse che adesso vengono rovesciate per alimentare questo mondo detestabile.
  • Quasi tutto quello che viene prodotto dalle industrie serve solo a dare alla gente ragioni di spendere i soldi che guadagna con lavori che non farebbe mai se non dovesse guadagnare. I negozi sono pieni di accessori inutili e giocattoli che si rompono e vestiti che passano di moda, pure calamite messe sotto gli occhi di chi passa per tenere in movimento la macchina, fare entrare energia umana in circolo.
  • Scrivere è un po' come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso.

Explicit[modifica]

Nei giorni dopo io e Paolo abbiamo sgombrato le pietre e i mattoni anneriti, li abbiamo disposti in pile dietro alla stalletta delle capre, bene ordinate per possibili usi futuri. Abbiamo zappato la terra e l'abbiamo concimata con cenere e letame, ci abbiamo piantato lavanda e rosmarino che Martina voleva da tempo.
Quando abbiamo finito sono andato a fare una passeggiata da solo, fino alla collina che anni prima in un giorno di neve io e Guido avevamo risalito per contemplare il paesaggio. Ho cercato il punto preciso in cui ci eravamo fermati e ho guardato in basso come avevamo fatto allora, ed era strano vedere una casa sola dove ce n'erano state due.

Leielui[modifica]

Incipit[modifica]

L'aspetto più esilarante del volare senza ali è la sua assoluta semplicità: basta muovere braccia e gambe come per nuotare, solo che ci si muove nell'aria. È facile, non richiede sforzo fisico né mentale, solo un certo grado di focalizzazione. Basta essere convinti di riuscirci, e ci si riesce.
Per esempio adesso lei sale per gradi sopra le colline dense di vegetazione, sopra i filari di piante di caffè che formano strisce verde intenso, sopra i bananeti dalle foglie quasi gialle, sopra la strada sottile che asseconda a curve le pieghe di ogni salita e avvallamento.

Citazioni[modifica]

  • Sotto tutta questa esuberanza c'è una cautela misuratrice, gliela si vede negli occhi: insicurezza di fondo, valutazioni di opportunità, gelosia latente pronta ad attivarsi. (p. 55)
  • Non riesce a credere a quanto siano infantili i nostri impulsi di base: inseguire quello che ci viene negato, scappare da quello che ci viene offerto. (p. 74)
  • Continua a guardarsi intorno e a raccogliere dettagli senza volerlo, e non riesce a fare a meno di pensare che comprare un appartamento è anche un po' comprare la tristezza di chi ci abitava. (p. 111)
  • Ordina un Negroni sbagliato, che le piace per il nome forse ancora di più che per il sapore. Il fatto è che si è sempre sentita sbagliata lei stessa, fin da quando era bambina e viveva con le sorelle nel quartiere sbagliato di Rochester, con una mamma sbagliata e un padre sbagliato che avevano la combinazione etnica sbagliata e i lavori sbagliati. Ha scoperto ben presto di non essere conforme a nessuno standard, e di non poterci rientrare neanche volendo: è una questione mentale e fisica, viene fuori ogni volta che si sforza di appartenere a un contesto. (p. 115)
  • Gli aeroporti un tempo gli piacevano molto per la loro natura di punti nodali, per gli incroci che rendono possibili tra le intenzioni e il caso. (p. 126)
  • Pensa a tutte le intenzioni altrui che nel corso del tempo sono entrate nella sua vita e ci sono restate e infine se ne sono uscite, portate via dalla delusione o dall'esasperazione, rallentate dal rimpianto, accelerate dal risentimento. (p. 152)
  • L'abitudine italiana degli scambi di abbracci e baci anche tra semplici conoscenti continua a lasciarla leggermente perplessa, non ci si è mai abituata del tutto. All'inizio le sembrava una manifestazione calorosa di espansività mediterranea, ma col tempo ha cominciato a pensare che in fondo si dovrebbero abbracciare e baciare solo le persone con cui esistono autentici legami d'affetto, e che farlo in modo indiscriminato tende a essere una pantomima esasperante, fatta di gesti che evocano sentimenti e li fanno scomparire nello spazio di due secondi. (p. 159)
  • E dai dubbi che nascono le idee più interessanti. (p. 199)
  • Il fatto è che la famiglia è un'istituzione orribile. È un luogo di crimini, riparato dalla legge. (p. 227)
  • Le persone più interessanti sono sempre il frutto di situazioni complicate. (p. 228)
  • L'assenza di difficoltà produce solo cretini. (p. 228)
  • "Siamo stati insieme cinque anni" dice lei. "Succede" dice lui. "Sopratutto quando si ha la tendenza ad attribuire ad altri qualità che non hanno. E quando si investe in qualcuno rinunciando a qualcun altro, e all'intera vita che avevi con lui. Non sei disposta a riconoscere di aver fatto l'investimento sbagliato, neanche di fronte all'evidenza. (p. 238)
  • "Ma non esiste una qualità che non abbia un costo. Più bella e rara la qualità, più alto il costo". (p. 248)
  • "Non ho sensi di colpa" dice lei, con un breve sollievo che non compensa minimamente il resto. In realtà ne ha una moltiplicazione di sensi di colpa. Ne ha sempre avuti, fin da bambina, per tutte le cose che avrebbe dovuto o potuto o voluto fare, per come le ha fatte o non fatte; le sembra che i sensi di colpa siano tra i suoi compagni di viaggio più assidui, non si stancano mai di seguirla. (p. 248)
  • "È una cosa che fa in modo ricorrente: affacciarsi su mondi, uscire da mondi". (p. 265)
  • "Le famiglie "minuscoli teatrini in cui attori scadenti continuano a mettere in scena la stessa pessima rappresentazione, davanti a spettatori ammanettati alle loro sedie". (pp. 295-296)

Nel momento[modifica]

Incipit[modifica]

La mattina del cinque marzo sono uscito da solo e di umore sospeso perché il tempo era brutto e perché avevo una strana curva nei pensieri, e il cavallo mi ha preso la mano. Non era uno dei miei: un purosangue inglese scartato alle corse di nome Duane, mille volte più instabile dei meticci tozzi di campagna con cui mi ero messo in testa di ritrovare la naturalezza equina perduta. Aveva un muso tutto narici dilatate e occhi bianchi pazzi allontanato da un collo stretto e lungo, un corpo levrettato di ossa sottili e muscoli a fior di pelle e nervi tirati come corde di chitarra elettrica; potevo sentire attraverso le gambe e il bacino e le braccia la paura e il bisogno frustrato di movimento che gli passavano dentro come una corrente, lo facevano fremere e recalcitrare ogni pochi passi.

Citazioni[modifica]

  • Mi venivano delle riflessioni sulla lentezza degli esseri umani a piedi rispetto alle loro necessità o alle loro ambizioni di spostamento. Pensavo che qualsiasi altro animale ha un rapporto più equilibrato tra la propria velocità e l’estensione del territorio di cui ha bisogno o voglia. Pensavo a come si muove rapida una formica attraverso una stanza che per lei è grande quanto la distesa dei pascoli lo era per me; e a come per converso è contento un bradipo di starsene quasi fermo sui rami del suo albero a mangiare foglie. Avevo la testa piena di salti di scoiattoli e di scimmie, corse di lepri e leoni e daini ed elefanti e gazzelle e zebre e topi, indugiamenti di lumache e di tartarughe. Pensavo al modo orgoglioso in cui avevo esplorato gli stessi identici spazi in groppa a un cavallo, alto e a mio agio sopra il terreno, padrone della distanza a un semplice tocco di talloni. Pensavo a tutti i panzoni e le culone e le magrette secchette e i tozzi inquartati che si sentivano nobili e agili come centauri e amazzoni mentre mi venivano dietro su zampe altrui; me li immaginavo a piedi come me, schiacciati dalla pressione atmosferica e limitati dalla pretesa di camminare eretti, umiliati dai loro stessi corpi. Mi veniva da ridere, ma questo non attenuava la mia infelicità né il mio malessere fisico né la mia sensazione di svantaggio profondo, la frustrazione che mi si distillava insieme al sudore mentre andavo avanti come se avessi le gambe in una corrente contraria.
    Pensavo a quanto la storia degli esseri umani è stata influenzata dal desiderio di affrancarsi da questa frustrazione di fondo, in una linea ossessiva che ha portato grado a grado all’addomesticamento dell’asino all’invenzione della ruota alla scoperta della staffa alle orde barbariche dell’Asia alle crociate all’invasione delle Americhe al motore a scoppio alle guerre mondiali al turismo di massa al dominio delle macchine alla cementificazione del mondo alla sua distruzione progressiva. Mi chiedevo come sarebbero andate le cose se la nostra specie avesse avuto in dotazione una velocità naturale più gratificante: se avremmo fatto meno danni o invece ancora di più; se la lentezza era un tentativo patetico della natura di tenere a freno le nostre tendenze aggressive e devastatorie.
  • «Ma come succedono queste cose?» ha detto.
    «Perché le donne sono sceme»[...]Sorrideva, ma era furiosa, nel suo modo da orsa-bambina comunicativa e aperta; ha detto «perché crediamo a tutte le balle che voi ci raccontate.»
    «E perché vi raccontiamo balle?» ho detto.
    «Per scoparci e tenerci buone e farvi riempire di attenzioni» ha detto Alberta. «Poi vi stancate anche di raccontare balle, però. Una volta che siete sicuri della situazione. Vi costa troppa fatica anche quello, dopo un po’.»
    «Ma non è sempre così» ho detto, «Non è che siamo proprio come due specie animali diverse.»
    «Mia sorella dice di sì» ha detto Alberta. «Dice che alla fine siamo totalmente incompatibili, se guardiamo sotto a tutte le parole e gli atteggiamenti e lo smalto finto dei primi tempi.»
    «Incompatibili in che senso?» ho detto, anche se avevo i nervi acustici e ottici saturi di esempi di incompatibilità molto recenti.
    Alberta mi ha guardato di taglio, cercava di capire se le mie erano domande autentiche. Ha detto «Mia sorella dice che gli uomini hanno bisogno di agire continuamente contro le cose e le donne invece cercano di capirle, e tutto quello che c’è di mezzo sono solo degli sforzi di adattamento da una parte o dall’altra.»
    «In che senso agire contro le cose?» ho detto, perché mi sembrava una distinzione strana, di tutte quelle che si potrebbero fare.
    «Lei dice che tutto lo scavare e cercare e rivoltare e cacciare e sfidare ed esplorare e scoprire e modificare e trafficare che fate» ha detto Alberta. «Tutte le vostre intenzioni e invasioni e guerre e sfide e competizioni e tutto il resto.»
    Ho detto «Però conosco un sacco di donne che agiscono contro le cose quanto un uomo, non riesci a fermarle un istante.»
    Alberta ha alzato le spalle di nuovo, ha detto «Secondo mia sorella sono sforzi di adattamento. Per sopravvivere e non farsi schiacciare completamente dagli uomini».
    E secondo te? ho detto. Nello stato danneggiato in cui ero avevo un bisogno intenso di essere trattato con benevolenza: di essere giudicato meglio dei miei consimili, considerato attraente.
    «Io sono ancora qui che aspetto» ha detto Alberta. Ha detto «Come una scema». ha detto «Continuo a farmi imbrogliare».
    Ho detto «Però non è sempre un imbroglio». Ho detto «O almeno un imbroglio ‘’consapevole’’». Ho detto «Qualche volta uno ci crede davvero. Ci credono tutti e due, sono convinti di avere trovato la persona meravigliosa della loro vita».[…]
    Ho detto «E ognuno dei due cerca davvero di corrispondere a quello che l’altro si aspetta, no? Come se potesse chiedere alla vita una chance di essere migliore o comunque diverso da quello che è sempre stato». Ho detto «Fa questo sforzo estremo, più grande che per adattarsi a qualsiasi nuova scuola o nuovo lavoro o nuova città».[…]
    «Poi è come se ci fosse una calamita gigante che lo riporta indietro a quello che è davvero. A quello che è inevitabile che sia. E l’altro quando se ne rende conto pensa di essere stato imbrogliato, o si riempie di rabbia per tutta la fatica che ha fatto».
    «Forse» ha detto lei; […]
    Ho detto «Succede così, no?»
    Lei si è girata a guardarmi. Sembrava incerta; ha detto «A me quasi sempre. E a te?»
    «Anche a me» ho detto.
    Subito dopo ci siamo messi a ridere. Ero stupito dall’assenza di ruoli tra noi: da come non c’erano posizioni da difendere né tesi da dimostrare né atteggiamenti da sostenere. Non riuscivo a ricordarmi da quando non avevo una comunicazione così fluida e libera con qualcuno; da quanti anni.
  • Maria Chiara ha detto «i cavalli sono molto diversi tra loro?» […] «Di carattere?»
    «Incredibilmente diversi» ho detto. «Come le persone, più o meno.» Ero grato alla sua curiosità non prevedibile; mi sentivo più leggero, percorso da nuova elettricità. […] «Hanno un solo codice, e abbastanza forte, ma appena guardi sotto la superficie, c’è una complicazione sorprendente di rapporti e di combinazioni».
    «Sì?» ha detto lei; la luce nel suo sguardo mi faceva quasi male.
    «Sì» ho detto, e non ero neanche sicuro che le interessasse davvero, ma andavo avanti comunque. Ho detto «Lo scopri quando devi metterli insieme in uno stesso recinto». […]«Non parliamo di quando devi cercare di accoppiarli». Mi sembrava di muovermi in un campo minato, dove un solo passo o una sola parola potevano risultare fatali; ma era un campo morbido nello stesso tempo, invitava ad attraversarlo. Ho detto «Hanno una varietà straordinaria di ragioni caratteriali e fisiche per piacersi o non piacersi. Può essere il colore del pelo o la rapidità o la lentezza, o l’attaccamento della coda, o il modo di accostarsi all’acqua o di piegare il collo, non so.» […]«Basta per farli diventare nemici inavvicinabili, o per attrarli con tanta intensità che non riesci più a separarli.»
    Lei ha detto «Davvero?», sembrava stupita dal mio modo di parlare e forse da quello che dicevo.
    Ho detto «Sì». […] «Diventano pazzi, se solo provi a separarli. Cominciano a correre tutto intorno al recinto e a nitrire con la testa alta e le orecchie dritte e le narici dilatate, sono capaci di saltare qualunque recinzione. Di buttarla giù, anche». […] «Dal di fuori se non ne sai niente ti sembra che un cavallo sia un cavallo, più o meno, e che anche per loro dovrebbe essere la stessa cosa, e invece ci sono mille motivi follemente intensi e sottili che fanno la differenza tra uno e l’altro.»
    «E tu riesci a vederli?» ha detto lei, mi guardava fisso.
    «A volte riesco a intuirli» […] «Ma non sempre.» […] «Non sono cose evidenti, se non sei quello specifico cavallo o quella specifica cavalla.»

Explicit[modifica]

Ho ingranato la prima e ho girato il volante e sono andato verso il cancello; ho fatto un gesto di saluto ad Anna attraverso il vetro del finestrino, con tutta la riconoscenza e la debolezza e l'inutilità e l'ansia e il rimorso e la noia e la memoria di cui ero capace. Ero già al cancello e già sulla strada per la città, già in corsa folle verso il momento.

Yucatan[modifica]

Incipit[modifica]

È abbastanza tipico aspettare Dru Resnik, qui a Heathrow, adesso.[4]

Citazioni[modifica]

  • Uno ci mette un po' a capire che fare un film è come scoprire durante una passeggiata un angolo che ti piace, e metterti in testa di volerci riportare un intero pullman di turisti paganti. E prima ci sono i proprietari del pullman da convincere, quelli che comprano la benzina e pagano l'assicurazione e gonfiano le gomme. Devi trasferire i tuoi percorsi mentali su mappe millimetrate e allegare foto e didascalie, dare garanzie sulla percorribilità dell'itinerario e la bellezza della regione, sulla replicabilità e accessibilità delle tue impressioni originali. E alla fine se non ti sei del tutto logorato nell'attrito puoi tornare nell'angolo che ti era tanto piaciuto e lasciarlo invadere e calpestare e riempire di carta straccia.[5]

Incipit di alcune opere[modifica]

Uccelli da gabbia e da voliera[modifica]

Alle tre di pomeriggio sto guidando la mia MG bianca lungo Goldfinch Avenue verso le colline, con una cassetta dei Rolling Stones a tutto volume sullo stereo, e salto uno stop senza accorgermene. Vedo una Chevette verde chiaro che mi arriva da destra, scivola verso me come un piccolo cetaceo sott'onda. Non cerco di frenare, o di girare il volante, o. Guardo il verde chiaro che si avvicina, senza togliere il piede dall'acceleratore.

I veri nomi[modifica]

Damiano Diamantini

Quando avevo ventitré anni una tipa di nome Enrica Rivatti con le labbra pallide e gli occhi acquosi e i capelli fritti color paglia mi ha telefonato una sera tutta concitata per dirmi di chiamare al più presto il suo amico Damiano Diamantini che cercava un esperto di rock per una collana di libri sulla musica. L'avevo conosciuta all'università, e dovevo essere l'unica persona associabile al rock che le era venuta in mente, per come manifestavo estraneità tutto il tempo e per come ogni tanto mi portavo dietro una brutta chitarra acustica giapponese con le corde troppo alte e la suonavo nei chiostri tra una lezione e l'altra.

Explicit di Treno di panna[modifica]

Ho guardato in basso, e di colpo c'era la città, come un immenso lago nero pieno di plancton luminoso, esteso fino ai margini dell'orizzonte. Ho guardato i punti di luce che vibravano nella distanza: quelli che formavano un'armatura sottile di paesaggio, fragile, tremante. Quelli in movimento lungo percorsi ondulati, lungo traiettorie semicircolari, lungo linee intersecate. C'erano punti che lasciavano tracce filanti, bave di luce liquida; punti che si aggregavano in concentrazioni intense, fino a disegnare i contorni di un frammento di città e poi scomporli di nuovo, per separarsi e allontanarsi e perdersi sempre più nel buio. Li guardavo solcare gli spazi del tutto neri che colmavano inerti il vuoto, in attesa di assorbire qualche riflesso nella notte umida.

Note[modifica]

  1. Da Tecniche di seduzione.
  2. Da Macno.
  3. Da Uto, Bompiani.
  4. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937
  5. Da Yucatan. Einaudi, nuova edizione, 1996, p. 62.

Bibliografia[modifica]

  • Andrea De Carlo, Arcodamore, Mondadori, 2004. ISBN 8804512970
  • Andrea De Carlo, Di noi tre, Arnoldo Mondadori Editore.
  • Andrea De Carlo, Due di due, Edizioni Einaudi.
  • Andrea De Carlo, I veri nomi, Mondadori, Milano, 2002. ISBN 880451017X
  • Andrea De Carlo, Leielui, Bompiani, 2010. ISBN 8845265633
  • Andrea De Carlo, Nel momento, Arnoldo Mondadori Editore.
  • Andrea De Carlo, Tecniche di seduzione, Bompiani, 1991.
  • Andrea De Carlo, Uccelli da gabbia e da voliera, Bompiani.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]