Egidio Gorra

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Egidio Gorra (1861 – 1918), filologo e accademico italiano.

Fra drammi e poemi[modifica]

  • Il medio evo fu età primitiva e per molti rispetti rozza ed incolta, e perciò immatura alla creazione di una perfetta poesia drammatica. Ma non perciò deve lo storico disconoscere che molti caratteri, anzi il più appariscente carattere del dramma moderno, che è la vastità del suo contenuto, è proprio anche del dramma medievale, il quale nulla deve al dramma classico, ed è anzi come questo scaturito dagli intimi recessi del sentimento religioso. (p. 500)
  • Invano ha scritto Orazio che il popolo romano aveva una naturale inclinazione e disposizione felice alla tragedia; esso che seppe fare tante tragedie, che fu, come fu scritto, il genio tragico dell'universo, non conobbe l'arte avventurosa di eccitare coll'arte drammatica le grandi passioni. E questo è il giudizio che si deve in generale affermare dei popoli che da essi derivano, dei popoli neolatini. Io credo di aver più di una volta dimostrato in questi saggi come i drammaturghi spagnoli rifuggano dall'analisi psicologica e dalla pittura dei caratteri; dissi come i drammaturghi francesi alle profondità della passione preferiscano, se si fanno poche eccezioni, le astruserie del sillogismo e gli armeggii della dialettica; e così potrei dimostrare che gli Italiani sono da natura portati all'espressione lirica dei sentimenti e non all'espressione drammatica. (pp. 523-524)
  • Il dramma spagnuolo è il più sovente narrazione dialogata, ovvero espressione, ben sovente espressione lirica, di sentimenti che non possono dirsi universali; la tragedia classica francese è un compassato inviluppo e sviluppo di intrighi laboriosamente escogitati nelle fredde regioni del pensiero, e non scaturiti dai profondi recessi del cuore e della coscienza; il dramma italiano, e soprattutto quello del suo cultore più insigne, l'Alfieri, è specchio dei sentimenti, delle passioni, delle speranze, degl'ideali del suo autore, è opera quanto mai soggettiva e perciò di carattere lirico. Nel dramma neolatino tu scorgi troppo sovente l'autore, il quale quasi mai riesce a nascondere il proprio io, epperciò all'opera sua toglie quella varietà che è propria della vita e del mondo, quella universalità che deve essere dote precipua della poesia drammatica. (p. 524)
  • Io credo che si potrebbe riuscire a provare che se i popoli neolatini devono rinunziare a dar vita a un teatro tragico, essi soli possono legittimamente vantare un teatro comico, e attitudini, forse peculiari, negate ad altri, alla commedia a quella guisa che Roma può vantare Plauto e Terenzio. Basti ricordare Molière e la più parte della produzione drammatica spagnuola che è fatta di intrighi e di caratteri comici, e la commedia italiana del cinquecento, e il nostro Goldoni. Ma il vero dramma tragico è patrimonio dei popoli germanici, e finora dell'Inghilterra, che ce ne ha dato l'esempio più insigne; e già alcuni sintomi fanno sperare che un'altra età gloriosa gli si venga fra quei popoli preparando. (p. 524)

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