Elizabeth Bishop

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Elizabeth Bishop.
Annuario scolastico 1934.

Elizabeth Bishop (1911 – 1979), poetessa e scrittrice statunitense.

Il mare e la sua sponda[modifica]

Incipit[modifica]

  • Un tempo, in una delle nostre ampie spiagge pubbliche, incaricarono un uomo di tenere la sabbia sgombra dalle carte. A tale scopo gli diedero un bastone – o asta – con un lungo chiodo di metallo lucido conficcato in punta. Poiché lavorava soltanto di notte, quando la spiaggia era deserta, l'uomo ricevette anche una lanterna da portare con sé. Il resto del suo equipaggiamento consisteva in un grande cesto di metallo dove bruciare le carte, una scatola di fiammiferi per appiccarvi fuoco, e una casa.

Citazioni[modifica]

  • Era un rifugio, ma non per viverci, per pensare. Stava a una casa come l'abito rituale della riflessione a un vestito qualsiasi. Secondo le leggi di natura, una spiaggia dovrebbe essere capace di tenersi pulita da sola, come i gatti. (p. 12)
  • Le carte che a colpo d'occhio non gli sembravano interessanti le buttava nel sacco; quelle che voleva studiare se le ficcava in tasca. Poi le spianava sul pavimento di casa. Data la sua estrema necessità di selezione, aveva finito per diventare un giudice eccellente. (p. 13)
  • Nelle notti ventose era più difficile ripulire la spiaggia, e lui diventava come un cacciatore. Ma il volo delle carte era un bello spettacolo. Spesso Boomer le aveva meticolosamente confrontate con gli uccelli che capitavano nel raggio della lanterna. Un uccello, ispirato com'è da un cervello, da un lungo retaggio, da un desiderio spesso intuibile di raggiungere un posto o di procacciarsi qualcosa, volava seguendo una linea, o compiendo una serie di curve che erano parte di una linea. Non era difficile distinguere i voli mirati da quelli puramente esibizionisti. (p. 16)
  • Ma il punto era che alla fine andava bruciato tutto. Andava bruciato tutto, tutto, anche i brandelli sconcertanti che Boomer aveva portato con sé per settimane o mesi. Bruciare carta era la sua occupazione, quella che gli dava da vivere, ma, al di là di questo, non poteva lasciare che le sue tasche si riempissero troppo, o che la sua casa si stipasse. (p. 23)

Explicit[modifica]

  • Anche se Edwin Boomer amava il fuoco, non ne amava l'inevitabilità. Lasciamolo nella sua casa, alle quattro di mattina, dopo che ha selezionato le letture e la conflagrazione è finita, mentre la lanterna splende limpida. È una scena estremamente suggestiva, per certi versi simile a Rembrandt, ma per molti altri no.

In prigione[modifica]

Incipit[modifica]

Non vedo l'ora che arrivi il primo giorno della mia detenzione. Allora sì comincerà la mia vita, la mia vera vita. Come dice Nathaniel Hawthorne nell'Ufficio informazioni: «Voglio il mio posto!... Un posto tutto mio!... il mio vero posto nel mondo!... la mia sfera ideale!... il compito che mi spetta, che la Natura ha inteso assegnarmi... e che ho cercato invano per tutta la vita!». Ma io non ho tanti rimpianti, né l'ho cercato «invano per tutta la vita». Da molti anni so in quale direzione vanno i miei talenti e la mia «sfera ideale», e ho sempre desiderato tanto entrarvi. Quando verrà il momento, e una volta disbrigate le formalità, saprò esattamente come adempiere ai doveri che la «Natura ha inteso assegnarmi».

Citazioni[modifica]

  • Una volta Il Conte di Montecristo mi appassionava, anche se ora dubito che riuscirei a leggerlo da cima a fondo, con la sua denuncia di «un'ingiustizia», il romanzesco scavo del passaggio sotterraneo, la caccia la tesoro, eccetera. Dal momento però che mi sento molto in debito con questa opera, e non intendo omettere né disdegnare alcun influsso, per quanto puerile, ne annoto qui il titolo. (pp. 31-22)
  • Mi piacerebbe avere una cella lunga circa quattro metri, o quattro metri mezzo, e larga due. La porta sarebbe a un'estremità, la finestra, piuttosto in alto, di fronte, e la branda di lato: la vedrei sulla sinistra, ma naturalmente potrebbe benissimo essere anche a destra. Potrei avere o non avere un tavolino, o un ripiano, trattenuto da corde fissate la muro proprio sotto la finestra, e lì davanti una sedia. Il soffitto mi piacerebbe piuttosto alto. I muri che ho in mente sono macchiati in modo curioso, scrostati o comunque deturpati; grigi o imbiancati a calce... spero solo non siano di nessun altro colore. (pp. 32-33)
  • In altre parole, poiché intendo farmi mettere in prigione nel pieno possesso delle mie «facoltà» – anzi, mi aspetto di realizzarle per intero solo nel momento in cui vi sarò stabilmente insediato –, ho l'impressione che l'ideale per me sarebbe qualcosa di un po' meno rustico, di un po' più severo. Ma è una questione complessa, per la quale è certamente meglio, oltre che naturalmente inevitabile, affidarsi al caso. (p. 35)

Explicit[modifica]

Potreste dirmi, e non sareste certo i primi, che mi sarei trovato bene nelle epoche in cui prosperavano gli ordini religiosi, e questo, immagino, è vicino al vero. Ma anche qui non riesco a decidermi, e la differenza fra Scelta e Necessità interviene di nuovo a confondermi. «La libertà è la consapevolezza della necessità»; non c'è cosa in cui io creda con maggior fervore. E vi assicuro che questo modo di agire è per me l'unico passo sensato. Voglio dire, naturalmente, l'unico passo che mi si possa imporre.

Bibliografia[modifica]

  • Elizabeth Bishop, Il mare e la sua sponda[1], traduzione di Monica Pavani, Adelphi, Milano, 2006. ISBN 88-459-2108-5

Note alle Bibliografia[modifica]

  1. Il volume contiene due racconti di Elizabeth Bishop: Il mare e la sua sponda e In prigione

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