Enzo Striano

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Enzo Striano (1927 – 1987), scrittore e giornalista italiano.

Il resto di niente[modifica]

Incipit[modifica]

«Meu Deus, que calor!» Lenor si levava all'alba, estenuata. Nelle notti d'agosto, alla vecchia casa di Ripetta imposte semiaperte e dilagavano i miasmi: vapori di vino, erbe putride, urina, brulicanti dall'acqua marcia che infettava gli scalini melmosi nell'antico porto.

Citazioni[modifica]

  • Pareva impossibile che in quella confusione, in quel muoversi continuo e disordinato, privo di progetti o intenzioni, esistessero abitudini, norme
  • S'accorse invece che frastuono, brulichio, agitarsi erano essi stessi norma: si ripetevano uguali a ogni inizio di giornata, per estenuarsi col calar delle tenebre o spegnersi nel buio dell'inverno.
  • Ma qui non era come a Roma. Non aveva paura. La gente non mostrava aria cattiva; nonostante la povertà dell'esistenza, sembrava soddisfatta di stare al mondo.
  • [In riferimento a Napoli]Perché io la debbo capire. La voglio conoscere bene. Presto. Non mi muoverò più di qui, lo sento: in questa città mi toccherà vivere, forse vi vedrò nascere i miei figli. Ci morirò, infine, e vi verrò sepolta - aggiunse, con leggera civetteria di tenerezza.
  • Chi credevi di vedere? Giganti? La razza a Napoli s'è guastata da quando sono venuti gli Spagnoli. Una volta Napoli era piena di gente alta, chiara: i frutti svevi e angioini. Poi gli Spagnoli ci han fatto diventare piccoli, storti e, come alcuni sostengono, lugubri, crudeli.
  • Da quella porta s'entrava in piazza del Mercato, il reame dei mercanti e dei lazzari, il luogo dove il boia impiccava e decapitava, la centrale d'ogni delinquenza, il quartier generale donde si scatenò Masaniello. Lei non sapeva chi fosse costui, Vincenzo continuò a spiegarle: più di cent'anni prima, strani avvenimenti stupefecero il mondo. I lazzari uscirono dall'estraneità indifferente della loro futile esistenza, giocarono a governare Napoli secondo i loro bizzarri, semplici criteri. Poi, stufi e increduli del proprio potere, spaventati della libertà, preferirono tornare alieni. Ai rituali incomprensibili.
  • Senza volerti insegnare nulla ti costringeva ad apprendere, fra banalità, segreti pregevoli. Questa sarebbe la classe dirigente. A Napoli.
  • Le persone che contano sono ancora loro, capisci, questi nobili, magistrati, preti imbecilli che non valgono nulla. Per di più rozzi, volgari.
  • Avevano voglia preti e monaci a strillare che per la troppa scostumatezza Dio avrebbe fatto esplodere il Vesuvio.
  • Qui avevano ragione Rousseau, d" Holbac: come può esser libero lo spirito se violentato dalla necessità? Ma le vie che il mondo ti presenta per liberarti dal bisogno sono, spesso, ugualmente meschine. Guadagni una libertà, ne perdi un'altra.
  • Una volta chiese a Vincenzo perché a lui, agli altri, piacesse tanto frequentare salotti, discorrere. Fu sincero come sempre: - Perché nessuno di noi ha realizzato il bene proprio. Allora ci occupiamo di quello altrui. E" assai più facile. E comodo.
  • Si rappresenta Pulcinella-Werther, una parodia del romanzo di Goethe. Pulcinella è servo d'un giovane padrone, innamorato fradicio d'una bella ragazza, però promessa ad un altro. Il giovanotto piange, proclama di volersi ammazzare. Straziato, Pulcinella gli fa eco: si torce, ulula. D'un tratto Werther decide di trascinar seco nella tomba il fedele servitore, Pulcinella piomba nella più nera angoscia. Le segue con attenzione, è la prima volta che vede Pulcinella. S'accorge presto che l'attore mascherato si muove, parla, gesticola secondo un preciso rituale. Quando cammina, ad es., i passetti silenziosi delle babbucce hanno ritmo striano. Rappresentano un discorso. (p. 231)
  • Addio addio anche a te Vincenzo. Caro Vincenzo della mia giovinezza in questa cara città. Amore mio tu pure, ovunque ti trovi adesso. Speriamo che riesca a salvarti. (p. 402)

Explicit[modifica]

Alza gli occhi verso il mare, che s'è fatto celeste tenero. Come il cielo, come il Vesuvio grande e indifferente. Un piccolo sospiro di rimpianto. Non osa chiedere: vorrebbe, però, ritrovarli tutti nell'abbraccio di Dio sarebbe bello. Così, invece, che rimane? Niente, il resto di niente. Vacilla. Mastro Donato il boia la sorregge, poi la spinge con delicatezza. Le tiene una mano per farla salire sopra lo scaletto. Prima di dare il calcio la guarda con occhio serio, un po' aggrondato.

Citazioni su Il resto di niente[modifica]

  • Attento osservatore della storia e disilluso militante politico, l'autore stesso con questo romanzo, guarda al passato per scavare nel proprio tempo, in quella Napoli che pochi hanno saputo conoscere e capire. (Benedetta Centovalli)[1]

Note[modifica]

  1. Citato in S.V. Resto di niente (Il); in Dizionario delle opere e dei personaggi, Milano, Bompiani, 2006, pp. 8076-77, ISBN 9-771825-788794)

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]