Ernesto Giacomo Parodi

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Ernesto Giacomo Parodi (1862 – 1923), filologo e critico letterario italiano.

Citato in Maria Acrosso, La critica letteraria[modifica]

  • Forse, tra i capolavori del Porta, le quarantatré ottave della Ninetta sono il maggior capolavoro: così lucida, larga, immediata è la rappresentazione fin ne' più minuti particolari, anche i più scabrosi, e così grande è la meraviglia di quella semplicità di disegno in tanta densità di racconto, di quell'agevole concordia fra il comico e il serio, fra il turpe e il commovente, di quella felicità di passaggi dalle lacrime della passione all'artificiale gaiezza del mestiere, di quel prorompere di un sentimento senza la più lieve ombra di sentimentalismo, infine di quello strano e stupendo contrasto fra l'impurità insanabile di un'anima e la forza ingenua e schietta dell'espressione del suo amore, fra la volgarità e la bruttezza di questo amore e i lampi di poesia che in esso accende la sua profonda sincerità.[1] (p. 485)
  • Ora, benché teoricamente nulla si opponga ad immaginare la Ninetta del Verzee scritta in italiano letterario, io credo che praticamente l'impresa riuscirebbe quasi impossibile. Ogni lingua letteraria grava sull'anima del poeta e dei lettori con tutto il peso di una tradizione di dignità e di decoro, cosicché, oltrepassato un certo limite, vi sono argomenti che diventano subito di necessità o parodia o pornografia; vi sono parole, vi sono particolari che non possiamo sentire se non come artisticamente volgari o sconciamente osceni. Ma nel dialetto non è così. tra l'anima del poeta e la lingua non si frappone nessun velo; la lingua non prende nessuna speciale e artificiale colorazione dall'esterno; la frase di tutti i giorni e di tutte le occasioni conserva il suo preciso colore naturale di tutti quei momenti e di tutte quelle occasioni, non rialzato né abbassato di tono. Perciò il dialetto è l'espressione artistica conveniente alla realtà che sogliamo chiamare più umile, e i poeti che sentono il bisogno di rappresentarla divengono per una naturale necessità poeti dialettali.[1] (pp. 485-486)
  • Il dialetto è come una lingua che abbia il privilegio di possedere espressioni che le altre lingue non conoscono; e possa quindi rivelarci il segreto di una parte di realtà, che rimarrebbe, senz'esso, misteriosa e celata. Le sue rivelazioni si chiamano Ninetta del Verzee, in primo luogo, e poi Lament del Marchionn di gamb avert, fors'anche Giovannin Bongee. Ammiriamo e ringraziamo il dialetto.[1] (p. 486)
  • Ma, se io penso ai lamenti contadineschi di cui la nostra letteratura è così meschinamente ricca, e che in qualche modo possono paragonarsi col Lament del Marchionn, io non so immaginare che cosa diverrebbe in italiano questa straordinaria lirica della volgarità, questa elegia del grossolano e del ridicolo, questo vero canto che s'innalza dalle cose, alle quali noi di solito non attribuiamo che rauche parole e sghignazzamenti incomposti.[1] (p. 486)

Note[modifica]

  1. a b c d Da Poeti antichi e moderni, Sansoni, 1923, pp. 207-210.

Bibliografia[modifica]

  • Maria Acrosso, La critica letteraria, con avviamento alla composizione, Palumbo, stampa 19703.

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