Francesco Carofiglio

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Francesco Carofiglio

Francesco Carofiglio (1964 – vivente), architetto, scrittore e regista italiano.

L'estate del cane nero[modifica]

  • Sono cresciuto tante volte e altrettante sono rimasto fermo a guardare, avanti e indietro, e a non trovare che uno straccio lacero di ricordi e desideri declinati su un passato meraviglioso, dipinto da un immaginazione fervida e compassionevole. Oppure proiettati su un futuro di successi ogni giorno più esiguo e illusorio. (p. 3)
  • La vita è una barca spezzata nel mezzo, con la prua e la poppa sollevate e il mare a coprire la ferita. Un mare calmo, immobile. (p. 32)
  • [I ragazzi della via Pal]
    Prima di vedere il nemico, i soldati hanno paura delle ombre, ma appena comincia il fuoco intorno, ubriachi di coraggio si gettano nella battaglia. (p. 45)
  • Credo che gli occhi di mia madre fossero proprio lì, su quel crinale che divide i sentimenti opposti come una corda sottile. E lei percorreva sicura e malinconica come un equilibrista cieco sopra una corda tesa. L'equilibrista non vede la corda ma sente il passo e il contatto. E si fida. (p. 53)
  • Io viaggiavo su una corsia preferenziale, laddove le preferenze erano coltivare un piccolo rancore, un grumo che cresceva ogni giorno, un bolo di ostilità velenose che masticavo con metodo e ostinazione autodistruttiva. (p. 55)
  • C'è qualcosa nei ricordi dell'adolescenza che disegna una traccia imperfetta nell'anima. Sta lì e non si muove più, per tutto il resto della vita. (p. 55)
  • Guardavo gli altri muoversi e parlare e ridere, eccitati per il gioco e l'ora, ma tutto sembrava scorrere a una velocità differente. Anche i suoni mi sembravano attutiti, come filtrati da un vetro dentro una camera stagna. E io ero dietro quel vetro, a guardare gli altri muoversi ridere e parlare. Questa sensazione di esclusione mi è rimasta negli anni, e negli anni non sono riuscito a capire se sono io o sono gli altri a sfumare lentamente nel silenzio di un'altra vita. Anche oggi mi succede, mi trovo improvvisamente dietro un vetro, e vedo il mondo passare. (p. 56)
  • Mio padre andava via come pochi, sempre al momento giusto, con il passo che serviva e la testa che fa quello che deve man mano che lui si allontana e diventa una figura più piccola in un campo lunghissimo. (p. 64)
  • Da quando scrivo è così. Chiudo le porte del mondo e ne apro altre. (p. 65)
  • Ma so per certo che quella è stata la stagione del passaggio. Quella in cui ti volti indietro e vedi cose, oggetti e persone che ti stanno guardando. In silenzio. E allora chiudi gli occhi e fai un passo avanti, oltre quella striscia. Il tempo breve e intenso di un salto nel vuoto. (p. 78)
  • Le cose non cambiano, ma cambiano. Lentamente. Bisogna dargli tempo, alle cose. (p. 106)
  • Le cicatrici restano cicatrici e il dolore rimane dolore, ma c'è, è lì. E posso guardarlo. Posso pensare che la linea più chiara sulla pelle ancora abbronzata è un segno che non dimenticherò, ma che fa parte del braccio, del corpo e non devo cancellarlo. Questo non significa che io, miracolosamente, sono diventato un altro e il mondo una festa meravigliosa di amici sorridenti. Significa solo che ci provo, a starci, nel mondo. E basta poco, alla fine, per provarci. (p. 106)
  • Mi sento la spugna inerte di un destino pigro, ma una spugna che riprende comunque un respiro. Costruito a forza di propositi di resistenza e di inattese energie, attinte nei varchi degli umori quotidiani. (p. 108)

Wok[modifica]

  • Ho quindici anni e mi chiamo Wok. Non è una padella, è un diminutivo.
    Viene da Wokaihwokomas, antilope bianca, nella tribù dei Cheyenne. Mi chiamo Ronald Wokaihwokomas Torres, e mio nonno è un indiano.
  • Forse quella è una volpe, attraversa veloce la strada e sparisce nella macchia della campagna. Non si è curata di me, sono il ragazzo invisibile.
  • Zoe dentro le mie braccia e io dentro le braccia di lui. Piango per tutta la vita, per tutta la mia vita, per questo deserto dentro di me, e per il rumore incessante del mondo.

Voglio vivere una volta sola[modifica]

  • Mi chiamo Violette. I miei genitori si chiamano Emma e Léonard. I miei fratelli Jean e Augustin. E io non sono mai nata.
  • Io non sono un angelo. Non volo, non sono capace. Mi muovo per le strade di pioggia e mi bagno. Mi siedo sulla sedia libera nella stanza. Non mi ricordo altre vite. Soltanto questa, la nostra vita.
  • Sono la ragazza più bella del mondo. I miei capelli corrono veloci, nel senso inverso alla strada. Viaggiamo, sulla Citroën Ds decappottabile rossa. Questa è la felicità.

Una specie di felicità[modifica]

  • Sognò aeroporti, gente in transito, tappeti mobili che si perdevano nelle luci livide dell'alba.
    Una grande vetrata sullo spettacolo stupefacente della metropoli, sembrava Tokyo, forse Shanghai. Qualcuno sussurrò qualcosa. Un uomo piccolo, vestito di scuro, gli fece cenno di seguirlo.
  • Mentre rientrava a casa, pensò a ogni parola del racconto del professore. Ogni singola parola. Sapeva che da quel martedì era cominciata una sfida. E quell'uomo era molto più forte di lui.
  • Quella notte dormirono abbracciati. E piansero insieme. Senza fermarsi. E fecero ancora l'amore, nella disperata bellezza degli addii.

Il Maestro[modifica]

  • Tutto il mondo è in una stanza. Le pareti grigie. Una grande finestra. Un tavolo, una libreria, un vecchio giradischi. Tutto il mondo è in quella stanza.
  • Chi lo conosce il segreto dei sogni? Quando le cose vissute si impastano con quelle che avremmo voluto, o che mai avremmo voluto. nella combinazione del pensiero, diventano scie luminose, che trascinano tutti i singoli istanti, nella risacca, prima del risveglio.
  • La verità spietata dei pomeriggi. Quando certi alberi, vicini alle case, sembrano allungarsi nella loro secchezza, in un gesto invernale.
  • Adesso parlano, è una giornata normale, e ogni tanto puoi sentirla ridere, con quel suono che fanno le risate delle ragazze, nelle stanze vuote.
  • Sentì un'emozione allegra, che arrivava da lontano. Poi aprì la finestra, e avvertì la carezza fredda della notte sul viso. Ma non faceva freddo, non lo sentiva.

Incipit di Radiopirata[modifica]

Arrivò con la sua vecchia automobile, una Citroën ds, ereditata dal padre.
L'auto aveva un unico sedile anteriore, di pelle marrone, e il volante era grande quanto quello di un camion.
Scese dinanzi al sagrato della chiesa, aveva viaggiato tutta la notte. In giro non c'era nessuno. Due leoni di marmo reggevano le colonne all'ingresso dell'edificio.
Fece qualche passo, fino al portale. Toccò la pietra fredda, poi guardò la piazza, era da poco passata l'alba. Solo qualche rumore di stoviglie, gli sembrava di vederle quelle case, donne che preparavano il caffè e uomini che si alzavano, l'odore saturo della notte.
Un uomo vestito di nero attraversò la piazza in bicicletta. Era piccolo e con il naso schiacciato. Posò la bici e si avvicinò.

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]