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Gianfranco Contini

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Gianfranco Contini

Gianfranco Contini (1912 – 1990), storico e critico della letteratura e filologo italiano.

Citazioni di Gianfranco Contini

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  • Tommaso Landolfi è il solo scrittore contemporaneo che abbia dedicato una minuziosa cura, degna di un dandy romantico (quale Byron o Baudelaire), alla costruzione del proprio "personaggio": un personaggio notturno, di eccezionalità stravagante, dissipatore e inveterato giocatore; un personaggio che viene introdotto e anzi ostentato costantemente nell'opera.[1]

Poeti del Duecento

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  • Il Cantico di Frate Sole [di Francesco d'Assisi], nato come esortazione e preghiera, rivela nella sua forma linguistica, nel gusto latino degli aggettivi, nella memoria dei Salmi di David e del Cantico di Daniele, la cultura di uno scrittore umile per superiore vocazione. Così l'umiltà diventa anche accento stilistico. (Tomo I, p. 33)
  • Le laude ci sono state tramandate anonime; ma in questa [Ave, Vergene gaudente], che appartiene a un laudario di Cortona, il nome dell'autore compare nell'ultima strofetta.
    Il nome è Garzo ed è stato identificato come un ser Garzo dell'Incisa in Valdarno, notaio e bisavolo del Petrarca. (Tomo II, p. 29)
  • [A proposito della Donna de Paradiso di Iacopone da Todi] L'apparizione di Cristo, dopo un breve momento di filiale dolore, si fissa nel messaggio che Egli porta, testimonianza di una divina eredità destinata all'uomo.
    La folla è nel fondo, corale incitamento alla violenza e al martirio. (Tomo II, p. 119)

Santorre Debenedetti

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  • Dire che Debenedetti aveva respinto la parola in quanto ornante, aggiungere che s'era dedicato a un ideale di silenzio, non vuol poi significare che la sua parola funzionale fosse arida quale cifra algebrica. La funzionalità è un ideale morale, ma ontologicamente la parola è parola, e Debenedetti aveva uno stile, non un'assenza di stile. (p. 330)
  • Già annunciava qualcosa di eccezionale la persona curva, come nevicata precocemente d'una cenere di canizie, con quegli occhi straordinarî, appaiati vicinissimi, che scomparivano sotto le palpebre, lasciando solo il bianco della sclerotica, nei gesti frequenti dell'ironia e del raccoglimento; e a loro si accompagnava una voce lamentosa, trenodica, come avesse incorporato qualche cadenza di parodia. (p. 331)
  • Viveva solitario, poco amato, oggetto di leggende abborracciate e approssimative: quella d'una giovinezza galante; quella d'una malignità inesausta. In realtà, quello ch'egli esercitava era l'italo aceto d'una «médisance sublime», secondo la celebre formula milanese di Stendhal: intera nell'aggettivo e per così dire nulla nel sostantivo; priva in tutto del greve corpo della malvagità, conclusa e paga in un arabesco di fantasia e di linguaggio. (p. 331)

Note

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  1. Da Letteratura dell'Italia unita 1861-1968.

Bibliografia

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  • Gianfranco Contini (a cura di), Poeti del Duecento, R. Ricciardi Editore, 1960.
  • Gianfranco Contini, Santorre Debenedetti, in Belfagor, Anno IV, n. 3, 31 maggio 1949, pp. 323-331.

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