Tommaso Landolfi

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Tommaso Landolfi (1908 – 1979), scrittore, poeta e traduttore italiano.

Citazioni di Tommaso Landolfi[modifica]

  • Al mondo non sempre i buoni e i generosi hanno la ricompensa che si meritano. (da Il principe infelice, Adelphi)
  • Eppoi si facciano al minimo cambiar nome, i lavoratori, se vogliono accreditare presso i migliori la loro causa. Ma che davvero si può seguitare con denominazioni come: masse lavoratrici, camera del lavoro, confederazione del lavoro, o con quell'altra simile al rumore d'un ventre diarroico, di proletario, con relativo proletariato, eccetera? E facciano cambiar nome ai loro dirigenti (altra bella e, per chi è diretto, onorevole parola). S'è mai sentito uno di costoro che avesse un nome con qualche luce di spirito o con qualche destino? (da Cancroregina, Adelphi, Milano, 1993, p. 80)
  • I motorini ad esempio (veicoli) son crebramente sgradevoli, e sono in pari tempo la vera voce della democrazia: onde io vorrei cavare un di quei raziocini che i trattati di logica condannano, ma che almeno alleggeriscono il cuore. (da Le più belle pagine, Rizzoli, Milano, 1989, p. 413)
  • Il bianco è il colore sfacciato del pudore. (da Racconti, Vallecchi, 1961)
  • Il diritto divino era pure un'idea: come potrebbe esserlo la sovranità popolare, che nel migliore dei casi è dell'ordine delle volgari necessità? Necessità non fa idea.[1]
  • Il ricordo è un compromesso: gli uomini si difendono con quello. (da Racconti)
  • L'arte [...] si afferma, crea una nuova e più congrua realtà: sì certo, quella appunto dell'arte, che non si dà chi non sarebbe disposto a barattare contro un minuzzolo di quest'altra vile e spregiata. (da A caso, Rizzoli)
  • L'uomo decade e involgarisce, si fa grosso ed ottuso, secondo o quando decade in lui il senso religioso delle parole. (da Ombre, Adelphi, Milano, 1994, p. 104)
  • Ciò che io contemplo è l'ultimo paese, / È l'estrema dimora del mio sguardo: / Ché se la morte attendo ad ogni istante, / Ogni istante è la morte (da "Viola di morte", Adelphi, pag. 161)
  • Le responsabilità sono di chi se le prende, di chi le sente come tali, laddove io non ho mai sentito niente di simile nei confronti della famiglia, degli altri in generale e in ultima analisi di me stesso. Per la via della responsabilità si arriverebbe al famigerato rispetto per se medesimi e, chissà, forse anche della democrazia: ci mancherebbe altro! (da Tre racconti, Rizzoli, 1990, p. 96)
  • Ultimo forse rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale, io sto da solo in questa casa crollata più che per metà, e che seguita a crollare un poco ogni giorno, in cui il vento si insinua gemendo, zufolando, facendo garrire le pendule tappezzerie. Ormai, per volger dei tempi, povero in canna, mi scaldo la minestra da me, poi passeggio infaticabilmente nelle sale vuote, più sovente in cucina a causa del freddo; e tutto pur di non lavorare, che sarebbe cosa vergognosa, ma in ispecie direi pur di non vivere. (da Opere, I, Rizzoli, Milano, 1991, p. 667[2])
  • Sì, sì sì, il presidente d'una repubblica democratica fondata sul lavoro non appartiene a se stesso. E allora, bah, passatemi il frac. (da Racconti impossibili, Vallecchi, Firenze, 1966, p. 110)
  • Una fede: come si può affrontare la morte senza fede (non parlo già di una fede propriamente religiosa) o senza ad essa diuturnamente e quotidianamente prepararsi? Estote, estote parati, diceva quella zia, e il raddoppiamento dell'imperativo mi dava, non so perché, un'infrenabile allegria. E ancora eviterò, oggi e forse sempre, questo mio supremo argomento della morte, colla scusa della stanchezza e dell'impotenza (non ho Pascal, e avrei bisogno di rileggere quelle sue prime pagine sulla morte). (da Rien va, 10 giugno 1958)
  • Vedete un po': se, verbigrazia, voi foste imparentato colla dinastia regnante del Siam (o Thailand), non sarebbe questo comunque un vostro diritto, sebbene (per dir così) in potenza? È solo un esempio, d'altronde. O piuttosto: se foste imparentato, sia pure remotamente, a membro di famiglia che già avesse regnato sul Siam (o Thailand), dei cui diritti l'attuale famiglia regnante fosse considerata usurpatrice (non fosse che da un uomo al mondo)? Evidentemente, fra l'altro, il sovrano considerato legittimo, o chi ne discende, ha un intero sciame d'altri parenti più o meno stretti, più stretti nondimeno di voi medesimo, i quali tutti potrebbero, al momento opportuno, prima di voi far valere le loro pretese (ossia ciascuno in caso d'estinzione del ramo più prossimo); ma pure un diritto, se non altro teorico al trono del Siam (o Thailand) ce l'avreste in ogni modo né vorreste rinunziarvi. È chiaro? (da Il matrimonio segreto, in La Spada, p. 28)
  • Vi è forse qualcosa di più ignobile della democrazia?[1]

Gogol' a Roma[modifica]

  • [...] non potrei incasellarmi secondo le concezioni del mondo che sogliono chiamare di "sinistra", di "destra": socialismo, nazionalismo, statalismo, clericalismo, collettivismo, fascismo, comunismo totalitario e via dicendo. Quanto piace al gregge, io l'ho in odio. (p. 55)
  • Ho pure opposto il principio della personalità, la sua indipendenza davanti a ogni ordine sociale, davanti a ogni governo, davanti a ogni ambiente esteriore. Ciò significa che ho difeso lo spirito e quanto ad esso si riferisce (p. 56)
  • Il comunismo come si è manifestato nella rivoluzione russa, ha negato la libertà, ha negato la personalità, ha negato lo spirito. Precisamente in ciò, non già nel suo sistema sociale, si è manifestato il male demoniaco del comunismo. (p. 56)

Il mar delle blatte[modifica]

  • Il mare a perdita di vista, senza una terra all'orizzonte, sotto la cappa affocata del cielo, appariva nero come l'inchiostro, e di una lucentezza funebre; una quantità sterminata di blatte, tanto fitte da non lasciar occhieggiare l'acqua di sotto, lo copriva per tutta la sua distesa. Nel gran silenzio s'udiva distintamente il rumore dei loro gusci urtati dalla prua. Lentamente, a fatica, la nave poteva avanzare, e subito le blatte si richiudevano sul suo passaggio.
  • Contro quella sterminata progenie non c'era nulla da fare; per ogni blatta uccisa dieci, mille ne rispuntavano ormai da ogni parte. Uno si buttò in mare e perì così fra le compagne delle assalitrici. Le blatte entravano dovunque, si arrampicavano dovunque, colmavano ogni cavo, pendevano dai cordami e dalle tende, annerivano le vele.

La biere du pecheur[modifica]

Incipit[modifica]

Mio Dio, mio Dio! da tanto tempo desideravo cominciare uno scritto con questa inutile invocazione. Ed ecco, almeno questo avrò fatto.

Citazioni[modifica]

  • Poniamo, la mia ultima crisi. Di dove m'è venuta? Di molto lontano, naturalmente; tuttavia mi sembra quasi che potrei sorprenderla nella sua estrema maturazione, aiutandomi beninteso con immagini o ipotesi della realtà, non con dichiarazioni di essa. Dico che sempre io mi son voltolato e rivoltolato nella vita «come un ammalato smanioso nel suo letto»; anche mi somiglio a quelle farfalle notturne sorprese dalla luce o dall'agonia che rimangono a sbattere disperatamente le ali sui nostri pavimenti. Donde dunque, se questo è il mio stato naturale, la particolare e totale mancanza di forze, il vigile spavento? (p. 44)
  • Sarebbe necessario, doveroso interrompere questo scritto. Credo invece che lo continuerò; e spero a caso. O dovrei finalmente parlare? Troppo difficili e faticose son le cose che avrei da dire...
  • Non potrò dunque mai scrivere veramente a caso e senza disegno, sì da almeno sbirciare, traverso il subbuglio e il disordine, il fondo di me?
  • Una materia che dominavo fin troppo, mi domina ora a sua volta, e il mio menomo scritto deriva, dalla penosa aspirazione a una umanità, verso la patologia pura e semplice.
  • Quegli sparsi oggetti erano soltanto, ecco, protesi con cieco dolore a un loro irraggiungibile compimento, se è vero che orfanezza e vedovanza della patria celeste è la sorte di tutte le cose quaggiù. (p. 104)
  • Cause di forza maggiore: la mia viltà. (Disse il mendicante a Marivaux: eh, sì, avete ragione, son giovane e forte, mais que voulez-vous, Monsieur, je suis si paresseux!) (p. 106)
  • Ed ecco anche il massimo effetto che possono ormai sortire i miei conati di terza persona. Quasi la terza persona non fosse un'attitudine profonda dell'animo, ma una mera questione grammaticale. (È manifesto che col riportare questa ignobile prosa vo perseguendo ragioni tutt'altre dalle letterarie. Santo nome di Balzac qui sopra invocato! dove meglio tornerebbe al proposito un Ferenc o un Lajos.) (p. 110)
  • Eppure dovrò smettere presto: un libro è come una malattia, e solo chi ha forza da vendere si può permettere di scriverlo, a momenti dicevo di passarlo. Ammirevoli personaggi, quei tali che tiran su un romanzo in quattro volumi, giungendo fino a riscriverlo sette volte; non pure per la loro forza taurina e resistenza al caldo della febbre, ma perché, arrivati a metà, credono ancora a quello che stanno facendo, e ancora ci credono arrivati al terzo volume, e ancora a una pagina dalla fine del quarto, e ancora alla prima, seconda, settima riscrittura; credono addirittura alla utilità, di quello che stanno facendo. Questo si chiama comunemente "fiato", e par nome acconcio. (p. 123)
  • Sono anche stanco di questa mia scrittura, giacché stile non si vuol chiamare, falsamente classicheggiante, falsamente nervosa, falsamente sostenuta, falsamente abbandonata, e giù con tutte le altre falsità; possibile che io non sappia arrivare a una onesta umiltà e che le frasi mi nascano già tronfie dal cervello come Pallade armata dal... ecco che ci risiamo? (p. 139)
  • Invero queste due ultime giornate sono inventate di sana pianta. D'altronde è appena necessario avvertirlo, né c'è lettore un po' fine che non se ne avvedrebbe. Beh, inventate non proprio tutte: da un certo limite assai arretrato in qua. Ma a quel lettore medesimo non sarebbe difficile, suppongo, situare quel limite colla sola analisi della scrittura. E come mai ho sentito il bisogno di scrivermi simili invenzioni, per giunta così poco originali? E che intendevo fare, gabellarle per cose vero, e soltanto ora ho cambiato idea? Ma ancora: si tratta appunto di invenzioni o non di immagini fedeli, anzi più vere del vero? A tutto ciò non so rispondere. Io devo ormai essere sincero: non so neppure materialmente, se queste siano invenzioni. (p. 157)

Explicit[modifica]

Mio Dio, mio irraggiungibile Dio!

Le due zittelle[modifica]

Incipit[modifica]

In uno scuorante quartiere d'una città essa medesima per tanti versi scuorante, al primo piano d'una casa borghese vivevano due zittelle colla vecchia madre. E buon per il lettore ch'io non sento il dovere, che a quanto sembra altri sente imperioso, di descrivere minutamente simili luoghi! Ce ne sarebbe di che fare entrar le paturnie al meglio disposto. Con che costrutto non so vedere; dunque cercherò di limitarmi qui ai cenni strettamente indispensabili, che sarà fin troppo.

Citazioni[modifica]

  • E invero tutte le qualità che un accorto novellatore di razza umana, esperto quanto si voglia di caratteri, può rilevare in un animale o attribuirgli, non sono al postutto che mere supposizioni, cui solo il nostro smodato antropomorfismo presta verosimiglianza. Fra noi: in che modo penetrare d'un bruto i pensieri, il vero significato dei suoi gesti, anche ad adottare l'accezione umana di tali termini? Un uomo di fronte a un altro uomo ha almeno una convenzione, se non altro di linguaggio, alla cui stregua commisurarne gli attributi; ma riportare questa convenzione sugli animali sarebbe a dir poco arbitrario. Rispetto a che cosa, infine, ad esempio una scimia sarebbe buona o cattiva? Tanto vale dunque agnosticamente confessare dal bel principio di non capirci nulla, e chiudere l'imbarazzante parentesi. Quella scimia insomma era una scimia, con tutti gli attributi esteriori e le qualità apparenti della sua razza; era una creatura misteriosa. (III; 1992, pp. 28-29)
  • È costume degli uomini tenere se possibile in gabbia l'oggetto del proprio amore. (III; 1992, p. 29)
  • [A Nena, Lilla, Bellonia e il Tostini] Dio non è quello che credete. Dio è, monsignore [Tostini], al pari di me, al pari di quella scimia, estraneo alle vostre complicate partite di dare ed avere! Dio non ha nulla a che fare colle vostre o nostre istituzioni morali, coi nostri altari, colle nostre ostie consacrate; non dico che sia al disopra o al disotto di queste cose, dico anzi che esse non gli appartengono, non gli sono pertinenti, o almeno non più di altre, di tutte le altre cose, di tutti gli altri moti dell'uomo, degli animali o degli astri. Dio non è un dio di giustizia, non è neppure misericordioso, non è cattivo e non è buono... (Padre Alessio: VII; 1992, pp. 76-77)

Se non la realtà[modifica]

Incipit[modifica]

Scrivo da Venezia, e chi scrive da Venezia ne avrebbe delle cose da dire: specie ora colla Biennale, le mostre, i convegni, i teatri verdi e tutto il resto. Senza contare che insomma Venezia è, come dicono, una dimensione dell'animo, sicché con essa deve prima o poi fare i conti chiunque usi tener la penna in mano.
Eppure, o sia umore o naturale pochezza, io sono stavolta propenso a lasciare ad altri meglio qualificati il lumeggiarne gli aspetti ufficiali, spettacolari o universali, e per conto mio mi atterrò piuttosto a qualche minuto episodio di cui un vagabondare senza meta mi abbia fatto testimonio. Così, se non di altri, riscuoterò almeno l'approvazione di coloro che amano «la vita colta sul vero». In conclusione, il lettore resti avvertito: non cerchi in queste pagine che quanto io gli prometto. E, per cominciare, si disponga a udire di due tipi per qualche riguardo notevoli che mi è capitato d'incontrare nei passati giorni.
[Tommaso Landolfi, Se non la realtà, Adelphi, Milano]

Citazioni[modifica]

  • Ceprano era stazione confinaria al tempo del Borbone di benedetta memoria, e qui pertanto il Regno di Napoli ci apre le sue braccia, col calore della sua aria, il suo verde, un che più intenso, la sua terra più ardente, la sua lingua più vivace. Siamo insomma a casa nostra. (p. 26)
  • Ma giù per l'erta mi pareva di sentire una voce che diceva: "A che ti vale fuggire? Tu sei stato raggiunto, e ormai lo sei per sempre. Da che ti nascondi e in che sei minacciato, nel tuo orgoglio forse? E come puoi sperare di nasconderti?". E altre frasi del genere, di quelle che udivano i santi prima di risolversi a esser tali. (p. 73)
  • Qualcuno [...] lamentava di recente su non so qual foglio che nei volantini da allettar turisti si tenesse modo e stile superato, non atto all'elevazione del popolo, invece di ricorrere ai più genuini e squisiti interpreti dei luoghi imboniti [...] Guardate [...] a che punto arriva il provincialismo da noi: non contenti di caldeggiare l'elevazione del popolo, se uno scopre o frequenta un certo poeta, subito vorrebbe ficcarlo anche dove non entra. (pp. 153-54)
  • [...] i turisti son razza insipiente quanto infausta. (pp. 153-54)
  • Al Palio si possono affidare le proprie sorti ed esso medesimo segna, per chi ha cuore, un'epoca dell'anima. (p. 166)
  • [...] la natura umana è tanto corrotta e tanto legata alla materia, che, come l'amante non si contenta dell'affetto che ispira, ma non riposa fino a quando non abbia rovinato ogni cosa col possesso della persona amata, così il giocatore non ha pace finché non si sia incornato al tavolo verde, o, se si vuole, finché non abbia tutto perduto. (pp. 170-71)

Incipit di alcune opere[modifica]

La pietra lunare[modifica]

"Buonasera, buonasera, da quanto tempo! Come va?" Lo zio, in maniche di camicia e con certi pantaloni incartapecoriti che gli torcevano le gambe come quelle dei cavallerizzi, reggendo la porta con una mano, coll'altra faceva grandi gesti di benvenuto e poi d'invito a entrare. Dietro di lui, come in un affresco del Ghirlandaio, si vedevano spuntare le teste degli altri componenti la famiglia: la zia, il cugino, la cugina, il piccolo figlio di costei, sul cui capo s'espandevano larghe croste di sudicio e che rideva, fra le braccia della mamma, con un'aria di furberia abortita; da ultimo la zucca morbosamente apatica del fratello della zia.
[Tommaso Landolfi, La pietra lunare, Rizzoli, Milano]

La spada[modifica]

Addormentatosi il padre le Coëdic, intorno al 1749, in uno spesso bosco, fu rapito da vento impetuoso che lo portò nei gelidi reami della Lapponia, presso un antro oscuro; per cui egli discese nelle viscere del nostro globo. Trovò qui un'immane rocca ove abitava il padre Mersenne, il fedele cartesiano, e molti altri discepoli del maestro, ritiratosi lui stesso a vivere sotterra. E qui il padre le Coëdic apprese tutto quanto desiderava, e l'origine di tutte le cose: «con che forza la calamita attiri il ferro, donde derivino i terremoti, di che sia formata la coda delle comete, perché il tuono brontoli nel luminoso seno dell'etere, quale sia la natura del sole».
[Tommaso Landolfi, La spada, Adelphi, Milano]

Racconto d'autunno[modifica]

La guerra m'aveva sospinto, all'epoca di questa storia, lontano dai miei abituali luoghi di residenza. Due formidabili eserciti stranieri si scontravano allora sul nostro suolo, conducendo una campagna cruenta e che parve infinita alla maggior parte della popolazione, la quale ne fu, come si immagina, direttamente e barbaramente danneggiata. Inoltre le esose pretese, in uomini e materiali, d'uno di questi eserciti (l'invasore, che lentamente s'andava ritirando attraverso il paese, davanti all'altro, detto liberatore), nonché spirito patriottico o compromissione politica, costrinsero numerosissime persone a cercar rifugio per lunghi mesi o anche per anni in posti selvaggi e discosti dalle grandi strade, abbandonando i propri interessi, i propri averi e le famiglie medesime. Dove, coloro che ne avevano la possibilità o se ne sentirono il genio, si organizzarono per una resistenza armata o addirittura per l'offesa, altri resisterono almeno passivamente alle imposizioni degli invasori, altri infine badarono soltanto a togliersi dal folto della mischia.
[Tommaso Landolfi, Racconto d'autunno, Adelphi, Milano]

Rien va[modifica]

4 giugno 1958
Ed ecco mi ritrovo ancora una volta a tu per tu colla mia anima fiacca e leggera. Signore! ma come è possibile seguitare così? seguitare alla cieca, senza alcun conforto? andare senza sapere dove né perché? Stanotte è morta una mia vecchia zia, che non vedevo da anni molti: orribile cadaverino di una ormai inconprensibilmente remota. E in verità non è stata e non è per lei la mia angoscia: io per me stesso tremavo, che a quanto pare dovrò ben presto seguire quella strada e non sono a ciò in nessun modo preparato.

Citazioni su Tommaso Landolfi[modifica]

  • Landolfi ripetendosi sempre non si ripete mai? […] La verità è che Landolfi e i suoi mille personaggi sono (o credono di essere) gli inventori della vita, e per questo motivo sono sempre nuovi: vivono in un clima di furore mistico, incantati da un tramonto e da una 'mezzacoda', attenti a cogliere l'improvviso e l'occasione per scoprire le leggi che governano la realtà. Per Landolfi e i suoi personaggi la vita non ha fatti-storie ma pirotecniche di colori e di fuochi e fantasmagorie di suoni e di luci. Vengono avanti nella pagina come impiegati con le mezze maniche addetti in archivio e si mettono come prestigiatori a giocare con i sentimenti e con gli ideali. Civettano e fanno le capriole, si tingono di scetticismo e di apatia stoica e all'improvviso, quando meno te lo aspetti, cominciano a raccontare le favole e offrono sogni meravigliosi, pezzi da concerto, lezioni di filosofia in prosa aulica. (Francesco Grisi)
  • [Su La pietra lunare] Qui l'organo a mille canne della prosa di Landolfi romba a tutte le raffiche, premuto su tutti i pedali nel tumulto concertato d'un incredibile uragano. (Leone Traverso)
  • Tommaso Landolfi è il solo scrittore contemporaneo che abbia dedicato una minuziosa cura, degna di un dandy romantico (quale Byron o Baudelaire), alla costruzione del proprio "personaggio": un personaggio notturno, di eccezionalità stravagante, dissipatore e inveterato giocatore; un personaggio che viene introdotto e anzi ostentato costantemente nell'opera. (Gianfranco Contini)

Note[modifica]

  1. a b Citato in Marcello Verdenelli, Prove di voce: Tommaso Landolfi, Edizioni dell'Orso, Alessandria, 1997, p. 377.
  2. Citato in Luigi Matt, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 63, 2004; disponibile su Treccani.it.

Bibliografia[modifica]

  • Tommaso Landolfi, Gogol' a Roma, Milano, Adelphi, 2002.
  • Tommaso Landolfi, II mar delle blatte e altre storie, in "Opere", I (1937-1959), Milano, Rizzoli, 1991. ISBN 8817663948
  • Tommaso Landolfi, La biére du pécheur, prefazione di Edoardo Sanguineti, Rizzoli, 1989. ISBN 8817663972
  • Tommaso Landolfi, La pietra lunare, Rizzoli, Milano, 1990. ISBN 8817664006
  • Tommaso Landolfi, La spada, Adelphi, 2001. ISBN 8845916340
  • Tommaso Landolfi, Le due zittelle (1946), a cura di Idolina Landolfi, Adelphi, Milano, 19924. ISBN 8845909220
  • Tommaso Landolfi, Racconto d'autunno, Adelphi, Milano, 1995. ISBN 9788845911224
  • Tommaso Landolfi, Rien va, Vallecchi, Firenze, 1963.
  • Tommaso Landolfi, Se non la realtà, Adelphi, Milano, 2003. ISBN 9788845918230

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]