Gino Boccasile

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Gino Boccasile, all'anagrafe Luigi Boccasile (1901 – 1952), cartellonista pubblicitario, illustratore e pittore italiano.

Citazioni su Gino Boccasile[modifica]

  • È la protesta della carne nuda, della vita elementare, affidata all'urlo cromatico, contro l'avanzare del mondo delle macchine. A livello di grafica pubblicitaria questo versante strapaesano trovò un cantore insuperabile, Gino Boccasile, proteso a celebrare un'umanità media, appunto ai confini tra classe operaia e piccola borghesia, cioè quel «popolo» di cui il regime pretendeva di farsi guida e benevolo garante (anche se all'atto pratico si preoccupava assai degli interessi dell'alta borghesia); del resto, anche fuori di un destino di regimi dittatoriali, ci pensava un'incipiente società dei consumi a mettere in evidenza un'umanità ben pasciuta, felice del cibo, dei conforti, degli svaghi forniti dall'economia di quegli anni. (Renato Barilli)
  • Il più celebre tra gli illustratori italiani di cartelloni fu senz'altro Gigi Boccasile, il primo, tra l'altro, a introdurre nella pubblicità degli Anni Trenta una figura femminile estremamente procace e provocante, assai più discinta di quanto avrebbe concesso la fotografia. Ebbene: fu proprio Boccasile, con lo stesso inconfondibile tratto, a disegnare più tardi i più famosi manifesti di propaganda politica e bellica della Repubblica Fascista di Salò. A guerra finita, scampato alla giustizia partigiana, Boccasile ottenne un contratto per illustrare la propaganda del Prestito per la Ricostruzione nazionale, quindi tornò alla ribalta commerciale. Tutto ciò restando tenacemente fedele al suo personalissimo tratto pittorico. (Gian Franco Venè)
  • La civiltà di massa verso cui il mercato e le strategie pubblicitarie vanno muovendosi non è certo più quella degli anni trenta. Il manifesto di Boccasile per la Locatelli, raffrontato a quello di Metlicovitz per la Buitoni, ne è una eloquente dimostrazione. Boccasile, sopravvissuto alla sua interpretazione «carnale» delle merci (che sarebbe stata ripresa dai «poveri ma belli» del Neorealismo rosa), e alla sua adesione al regime (il manifesto degli anni cinquanta dimostrerà che la violenza o il retorico autoritarismo della propaganda fascista ritorna tale e quale non solo nei manifesti politici democristiani e comunisti, ma anche nelle campagne a fini civili), sembra «vendicarsi» della storia, con questa folla di bambini tumultuanti al grido di «Vogliamo il formaggino Mio» (immagine anticipatoria delle future rivendicazioni di piazza dei giovani del Sessantotto – proprio loro, essendo questo manifesto del 1950). (Alberto Abruzzese)

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