Giorgio Castriota Scanderbeg
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Giorgio Castriota Scanderbeg (1405 – 1468), condottiero e patriota albanese.
Citazioni su Giorgio Castriota Scanderbeg
[modifica]- Come Garibaldi per l'Italia, Skanderbeg non fu, infatti soltanto il protagonista dell'unità albanese, ma divenne, nel tempo, il simbolo dell'orgoglio nazionale. Un simbolo nel quale tutto il “popolo delle Aquile” si identifica, anche fuori dai confini albanesi. Egli difese strenuamente principi e valori che conservano oggi stringente attualità: l'accettazione della diversità, e il rispetto delle identità dei singoli, come punto di partenza per l'edificazione di un'identità nazionale che trascende e include, valorizzandole, le specificità di ciascuno. (Sergio Mattarella)
- Fu tale a que' dì l'ascendente d'un grand'uomo come Scanderberg, che i Greci, degenerati da lungo tempo, giunsero sotto le sue bandiere a far ricordare i più bei giorni della loro antica gloria militare. La piccola provincia dell'Albania aveva resistito per vent'anni a tutte le forze dell'Impero ottomano: la morte di Scanderberg mise però il terrore fra' suoi compagni d'arme. (Joseph-François Michaud)
- Le feste e le allegrezze per le nozze del Castriota non doveano finire col solenne ingresso degli sposi, ma continuarsi il dì appresso con una serie di giuochi e spettacoli d'ogni maniera quale a memoria d'uomini non si era mai più veduta in Albania. Basti dire che in quell' occasione erano come a gara accorsi a Croja dalla vicina Italia, massimamente dalla Venezia, cantori, sonatori, istrioni, girovaghi, giocolatori d'ogni razza, bagattellieri, funamboli, maschere, pagliacci e giullari d'ogni generazione, d'ogni risma. Su tutte le piazze o spianate, dovunque il luogo tanto quanto si allargasse, vedevi carri di saltimbanchi con bandiere all'aria d'ogni colore e cartelloni sperticati, e dove aperte baracche, dove rizzati palchi e castelli di burattini, dove invece piantati pali e corde tese a diversi giuochi di forza e d'agilità, delizie della marmaglia; dove posti steccati a guisa di anfiteatro per uso de' saltatori, e così vadasi il lettore figurando, come meglio gli soccorre la fantasia, che non sarà mai troppo. (Antonio Zoncada)
- Lo storico Gibbon non crede a quanto di maraviglioso raccontasi di Scanderbek, e dice che le imprese di lui siano state magnificate dall'entusiasmo e dalla ignoranza de' suoi nazionali, i quali certo non poteano misurarne il valore; e adduce per pruova l'esser ricorso a Paolo II Papa per un'alleanza contro i furori di Maometto. Disapprova inoltre ch'egli abbia impegnata una lotta con forze immensamente superiori alle sue, non che l'atto con cui ha strappato al Segretario del Bassà l'ordinanza per la resa di Croia[1], e l'altro atto onde egli è riuscito a liberarsi dal suo Signore.
Io non so come il Gibbon abbia in questi tratti dimentico le sue solite avvedutezze nella storia. Ei pare che voglia negar tutto, quando s'impegna a sceverare dal falso il vero, e che voglia gettare il biasimo e il disprezzo dove l'occhio del savio ritrova necessità e virtù. I fatti di Scanderbek furono magnificati da suoi nazionali, è vero: la fantasia di que' soldati entusiasti ha potuto crear delle cose che forse non furono; ma é verissimo qualmente che l'Eroe di Croia con un esercito di non più che 15.000 uomini, ha resistito per tanti anni a 100.000 Maomettani: né v'ha dubbio che i Papi e i Principi di Ungheria e di Transilvania, i Re di Napoli, e i Veneziani domandarono il suo braccio per abbattere fatali nemici. (Vincenzo Dorsa)
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