Giuseppe Agnelli
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Giuseppe Agnelli (1856 – 1940), bibliotecario e umanista italiano.
Ferrara e Pomposa
[modifica]- Come per quasi tutte le terre d'Italia cosi per Ferrara sono fasciati da una densa caligine i primi avvenimenti della sua storia; pure sappiamo che, trasferitasi la sede dell'impero in Oriente, essa fu soggetta agli Esarchi, i quali, per gli imperatori, sedevano in Ravenna. Verso la metà del secolo VIII, allargatosi a queste regioni il dominio Longobardo, seguì Ferrara le funeste vicende della lotta con l'impero; distrutti alla fine Desiderio e il suo regno, Carlo Magno la ridonò ai Pontefici. Nel 952 la città era già forte di mura e castelli e si riferiscono ad epoca non molto posteriore le prime tracce del suo Comune, conferito in feudo al Marchese Tedaldo, nipote di Ottone I imperatore, dal Pontefice Giovanni XV. (pp. 18-19)
- Meglio fortunata di altre città, vide Ferrara compiersi la facciata della sua Cattedrale sulla metà del secolo XIV; quando si scolpirono sopra l'arcone i versi leonini:Anno milieno centeno ter quoque denodobbiamo reputare che la fronte ornata della Chiesa non si elevasse al di sopra della prima loggetta, anche perché la cornice, sostenuta da piccole mensole, che le serve di base, gira non interrotta sulla facciata e sui fianchi di mezzogiorno e di settentrione. Con la seconda loggia cominciarono le aggiunte e l'architettura archiacuta sovrapponendosi all'arte lombarda, salì agile nell'alto co' suoi fasci di colonnine, i capitelli svariati, i trafori, volonterosa di sostenere quindi a poco la tricuspide dagli archi rampanti, rompendo la linea gli eleganti pinacoli, aggraziando di leggerezza gli occhi ornati in traforo sul mezzo delle campate tra la terza e la quarta galleria. L'avancorpo centrale, che per ragioni di stile e consuetudini liturgiche certo appartenne alla facciata dalle prime sue origini, risentì necessariamente l'evoluzione delle forme architettoniche, le quali, dimenticata la primigenia severità, lo arricchirono di colonne con eleganti capitelli, d'archi ogivali lavorati a traforo, di fogliami e figure; insomma con esuberanza di imaginazione coordinarono il pronao alla maniera di stile cui il gusto del tempo prediligeva. (pp. 26-32)
Quinque super latis struitur domus haec pietatis
- [...] l'opera più significativa della vita di Borso[1] è il palazzo di Schifanoja. Questa dimora del piacere – cui il Marchese Alberto[2] diè principio nel 1391 e denominò Schiva-noia per averla destinata a sollievo delle molte sue cure, parve al Duca Borso meritevole di perpetuare la fama del suo splendore. (p. 50)
- [...] il piano della Addizione Erculea che, triplicata la cinta, lanciava le ampie strade e di Ferrara fece, per giudizio del Burckardt, la prima città moderna d'Europa, apparve, forse improvviso, alla mente di Biagio Rossetti. Pochi ricordano l'umile origine del muratore, indarno l'epitafio non mendace lo salutava: languentis architecturae instaurator, ma egli resta immortale nelle opere insigni donate alla patria [Ferrara] allora che più rigogliosa fioriva la primavera dell'arte. Architetto militare su 'l primo infierire della infausta guerra veneziana, (1481) protesse Ferrara e Modena di fortificazioni, cui piacque studiare a Michelangelo; volta di poi la feconda energia alle fabbriche sacre ideò e costrusse il grandioso tempio di S. Francesco, e le minori chiese di S. Vito, S. Gabriele, S. Silvestro, Santa Maria degli Angeli, adesso interamente o in parte scomparse [...]. (pp. 59-61)
- Il Palazzo dei Diamanti è [...] conservatissimo. Eppure – forse anche una volta trionfa l'idea su la realità – l'imponenza dell'enorme blocco marmoreo sveglia in noi più tenue godimento contemplativo. Sono le due facciate coperte d'alto in basso interamente con 12600 – scrissero – grosse piastre di marmo tagliate a diamante – ricordo della prediletta impresa d'Ercole I – e questa loro massiccia struttura male s'accorda con l'eleganza dei pilastri e della loggia in angolo. Tuttavia spetta intera a Biagio Rossetti e Gabriele Frisoni scultore mantovano la responsabilità di tale né sola disarmonia? Ci basti di ricordare come il Frisoni, chiamato a Verona, il Rossetti invocato dai Fiorentini in guerra co' Pisani a divergere per difesa il corso dell'Arno, cedettero (1503) ad altri artisti il compimento dell'opera, che essi forse pensarono ornata con la virile euritmia di cui resta esempio nel colonnato del cortile. Comunque, pur guardando alla presente porta e ai pilastri di essa, ove il seicentismo si contorce nelle artificiose volute, il Palazzo dei Diamanti è ben meritevole di custodire esemplari non scarsi e celebrati del pennello ferrarese [...]. (pp. 70-73)
- Del monastero è vano chiedere la primissima origine alla erudizione di antichi scrittori; tuttavia pare certo sorgesse, sino dal secolo VI, una umile chiesuola ne l'isola a delta che delimitavano il mare, il Po di Volana e di Goro. Tre secoli di fede rafforzata dalla paurosa irruenza dei barbari trasmutarono quell'eremo nell'insigne Badia la cui più remota e sicura memoria sta in una lettera di Papa Giovanni VIII all'imperatore Lodovico II, dell'anno 874. (pp. 135-137)
Note
[modifica]Bibliografia
[modifica]- Giuseppe Agnelli, Ferrara e Pomposa, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo, 19164.
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