Giuseppe Maria Perrimezzi

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Giuseppe Maria Perrimezzi (1670 – 1740), presbitero e scrittore italiano.

La vita di S. Francesco di Paola[modifica]

  • [Francesco di Paola] Mai gustar non volle alimento, che o di carne fosse, o pur dalla carne avesse ancorché lontanissima dipendenza. Talmentecché fu costantissima opinione tra' nostri, avvalorata dalle veridiche attestazioni di coloro, che con esso lui fin da' suoi più teneri anni più dimesticamente trattarono, in tutto il tempo della sua vita aver' egli osservata una continua quaresima; né mai fra le dilicatezze degli anni più molli aver' egli gustato alcun cibo, che quaresimale non fosse stato. (vol. I, capo III, p. 11)
  • Ciò fatto, diessi Francesco a scrivere la prima sua Regola. In essa per primo egli comanda quello, che a tutti gli Ordini è essenziale e comune; cioè i tre voti, dell'ubbidienza, della povertà e della castità. Indi esorta (che così fece nel principio, essendo stato il precetto nelle altre Regole, che seguirono in appresso; e nell'ultima avendone comandato ancora il voto) alla osservanza della quaresimale vita; che è quanto dire di non doversi mai mangiar carne, uova, cacio, butiro, latticino, e tutt'altro, che da queste cose origine traesse, così fuora, come dentro de' Monasteri; salvo il solo caso d'infermità, coll'approvazione del medico, e colla benedizione del Superiore. (vol. I, capo XI, p. 46)
  • Venne egli è vero, questo pensiere d'introdurre tra' suoi la continua astinenza delle carni, al gran Francesco di Assisi; siccome nella sposizione della Regola, da lui data a' suoi seguaci, rapporta Ugone, e nella Storiale sua Somma par che lo confermi l'Arcivescovo di Firenze Santo Antonino. Ma appena glie ne sorse il talento, sel ritrovò soffocato in culla da un più prudente riflesso, con cui pensò, essere certamente incomparabile una sì grande astinenza di vita con una osservanza sì rigida di povertà. Oltre a che lo stesso Iddio, si narra da molti, ed in molte pitture si vede espresso, rivelò al gran Patriarca, che questo pregio ad altro Francesco si riservava, dicendogli: tralascia questo per lo Minimo del tuo nome. (vol. II, capo V, pp. 20-21)
  • Furono eziandio molte altre Religioni nella Chiesa, che osservarono rigorose astinenze, da' Santi lor Fondatori ad esse prescritte; ma la loro osservanza, né fu così universale, né durò così continua, come quella che Francesco di Paola intese di comandare a' suoi, e che questi, per lo lungo corso di presso a trecento anni, inviolabilmente hanno osservata. (vol. II, capo V, p. 21)
  • Egli in tutta la lunghissima sua vita non gustò mai alcun cibo, che quaresimale non fosse stato. Non mangiò mai carne, né nella casa de' genitori, né nel Monastero de' Padri Minori, né nella sua Religione. In due pericolose infermità che ebbe, di cui una il condusse a morte, neppure poté indursi a sorbir solamente un brodo. Ad un medico che il persuadea a mangiarne, rispose: che il rimedio per la sua salute non era nella carne, ma solamente nell'erbe. Ed infatti, facendosi portar di queste, e mangiandone alla presenza del medico, di presente si trovò sano.
    Passò più oltre, non contento di astenersi della carne, delle uova, del cacio, del butiro, del latte e di ogni altra sorta di cibi pasquali, si privò ancora del pesce. In più volte nelle quali glie ne venne fatto presente, egli fu tanto lontano dal mangiarselo, che anzi mosso a pietà verso di quelli, incontanente diede loro la vita. Così praticò sempre nella Calabria, e in Napoli, nella Corte del Re Ferdinando, con maraviglia di tutti ne rinnovò il portento. Il suo ordinario cibo dunque era solo pane e sola acqua, alle volte in giornata di festa, vi aggiungeva l'erbe, e in tempo di solennità credeva di far banchetto in un piatto di vile civaia. (vol. II, capo XXXIV, pp. 153-154)
  • Nel suggello del Procurator Generale dell'Ordine fece intagliare anche i nomi di Gesù e di Maria; e volle con ciò far vedere, sotto la protezione di chi militavano i suoi, con far conoscere sotto qual nome fossero eglino arrolati, per militare a gloria del Cielo, ed a distruzione dello Inferno. (vol. II, capo XLIII, p. 192)

Bibliografia[modifica]