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Giuseppe Zanardelli

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Giuseppe Zanardelli

Giuseppe Zanardelli (1826 – 1903), politico italiano.

Citazioni di Giuseppe Zanardelli[modifica]

  • Il Pagano, ripigliando felicemente l'opera incompresa del Vico, alla scienza del grande maestro accoppiò un ardore entusiasta per le idee del suo tempo: idee di libertà, di riforma e di civile democrazia; ed alla acutezza e originalità del pensiero, alla forza della meditazione, congiunse quella lucidezza aliena da ogni astruseria, che era propria del suo intelletto esperto di tutte le necessità della pratica applicazione.[1]
  • In questo recinto la parola umana è mestieri che possa esser l'arma invitta di ogni diritto, di ogni più alta e solenne rivendicazione. Questa libertà, piuttosto che infrenata dall'esercizio dei poteri e doveri presidenziali, cui è sempre penoso il ricorrere, dev'essere informata al pensiero di quelle tradizioni di delicata urbanità che fino dai primi anni del Parlamento subalpino furono l'onore della nostra tribuna.[2]
  • In tempi normali è prudente consiglio di temperare, con equo riguardo alle condizioni di fatto e all'assetto di tradizionali rapporti, le più ardite aspirazioni a mutamenti razionalmente apprezzabili, ma troppo repentini e radicali, attuando graduali riforme che rispettino, per quanto sia possibile, le energie conservatrici della società, pur sospingendo tuttavia lo Stato con piede lento e sicuro, sulla via del civile progresso .[3]
  • L'Italia ha troppe leggi, temperate dall'inosservanza.[4]
  • Non vi è forse altro Corpo dello Stato che più del giudiziario, si immedesimi con tutta la vita, della società, sicché ogni alterazione del suo organismo produce perturbamento di idee, di abitudini inveterate, di tradizioni tenaci, ed inoltre, di gravi e complessi interessi economici. Si aggiunga che l'organismo giudiziario è fonte di vita di altri organismi minori e connessi, primi fra essi le Curie locali, che sono tanta parte del movimento giuridico e della vita civile della nazione. Ogni progetto di riforma giudiziaria eccita la resistenza di tutte queste idee, abitudini, tradizioni, interessi fortemente scossi, perturbati o minacciati, come eccita, naturalmente, anche lo spirito di conservazione di quegli organismi minori, le cui condizioni d'esistenza sono collegate agli ordinamenti attuali. Non può, quindi, recar meraviglia se tale resistenza possa salire a tanta efficacia, da soverchiare e vincere ogni proposito di radicali riforme, anche se rispondenti a bisogni fortemente sentiti e a voti insistenti della coscienza pubblica.[3]
  • Questa mi era la più ignota tra le province della penisola, come è, credo, la meno conosciuta in tutto il nostro paese. Può dirsi anzi che la Basilicata sia sconosciuta in gran parte agli abitanti della provincia stessa [...] quasi stranieri gli uni agli altri e perciò non cospiranti ad unico fine, sembrano gli abitatori che pur dovrebbero comporre una grande unità sociale. [...] Eppure quanto fu illustre la vostra nobil contrada! Da questo suolo Pitagora diffuse tanta luce di scienza, tanto apostolato di virtù; da questo suolo Zeusi mostrò, primo al mondo, il magistero della pittura; sorse in questo suolo la musa di Orazio i cui versi corrono immortali sulle labbra degli uomini colti di ogni nazione. E in tutti i tempi la Basilicata è stata ferace di splendidi ingegni, di caratteri sommi [...] Ciò io volli ricordare, non già per un superfluo ricordo storico, ma perché mi sembra renda più imperioso il dovere dell'Italia di tener la Basilicata al posto del quale per ogni aspetto è degna.[5]

Note[modifica]

  1. Citato in Enrico Pessina, Camillo de Benedetti, La cassazione unica, Tipografia della Camera dei deputati, 1909, p. 268.
  2. Dal Discorso di insediamento alla Presidenza della Camera del Regno d'Italia, XVIII legislatura, 25 novembre 1892; disponibile su Camera.it.
  3. a b 12 febbraio 1903; citato da Luigi Fera nella Tornata dell'11 giugno 1907 della Camera dei Deputati (Regno d'Italia).
  4. Citato in Walter Barberis, Il bisogno di patria, Einaudi, Torino, 2010, p. 50. ISBN 978-88-06-20464-8
  5. Citato in Paola Corti, Inchiesta Zanardelli sulla Basilicata, Einaudi, 1976, pp. 17-19.

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