Gualberto Alvino

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Gualberto Alvino (1953 – vivente), filologo, critico letterario e scrittore italiano.

Citazioni di Gualberto Alvino[modifica]

  • E tuttavia ti farò credito, ancora una volta, l'ultima, bada, purché non ceda più alla tentazione di sfuggirmi, e smetta quel ghigno saputo, insolente, quell'aria di sfida e di ottusa spavalderia con cui cerchi inutilmente d'opporti all'evidenza.
    Inutilmente, già, non abbassare la testa. Sei patetico quando abbassi la testa, sbatti le palpebre, increspi la radice del naso e scuoti le braccia quasi a scacciare una mosca. Guàrdati: sembri il buffone del re, dov'è il tuo contegno? Un cane sotto la tavola, che dico?, un pezzente con la mano stesa sarebbe più dignitoso. (Gualberto Alvino,Là comincia il Messico, Firenze, Polistampa, 2008).
  • Il miglior fabbro della nostra recente narrativa (cui si rimpiange abbia arriso in vita — sia detto in pieno spirito polemico — una fortuna altrettanto diffusa e plenaria che impressionistica, tecnicamente inadeguata, tutta di blanda natura recensiva quando non agiograficamente prefatoria) lascia pressoché intatto un territorio di ricerca nel quale campeggia, ormai ineludibile, un dilemma di portata capitale: se sia lecito, e soprattutto euristicamente remunerativo, confinare il più splendido modello d'italiano degli ultimi decennî (sempreché il predicato suoni ancora laudatorio in un'epoca soggiogata, come l'attuale, dal falso idolo della semplicità e dell'uniformità denotativa) nell'alveo angusto d'un virtuosismo formalistico di matrice rondesco-dannunziana e d'una ricercatezza basata sul recupero acritico di materiali aulici e preziosissimi; o non piuttosto riconoscere in esso lo statuto d'una scrittura duttile, densa, sorprendentemente viva e vitale, capace di contrastare la dilagante mediocrità espressiva e insieme di conciliare con assoluto rigore e straordinaria intelligenza le ragioni della letterarietà tradizionale (mai, beninteso, passivamente accolte, bensì filtrate, in un folto coimplicarsi d'echi intertestuali, attraverso una sensibilità originale, austeramente selettiva) con la tensione analitica e di scavo, la trasfigurazione lirica, la compromissione estrema di chi assegna alla letteratura una funzione taumaturgica, poco meno che salvifica, essenzialmente sacrale. E tanto basti a legittimare l'equazione, se inusitata plausibilissima, letterarietà-autenticità, o, a dir tutto, artificio-affabilità comunicativa. (da Artificio e pietà. Contributo allo studio di Gesualdo Bufalino, in Gualberto Alvino, Tra linguistica e letteratura. Scritti su D'Arrigo, Consolo, Bufalino, introduzione di Rosalba Galvagno, Roma, Fondazione Antonio Pizzuto, 1998).
  • Che Ravenna segni il punto di non ritorno nell'evoluzione stilistica di Antonio Pizzuto, il compimento d'un'orbita e insieme il collaudo decisivo d'un modo di formare irreversibilmente proiettato verso gli esiti estremi delle lasse e delle pagelle, è dato sufficientemente acquisito alla nozione comune. Ma un equivoco letale, generato da un graecum est, non legitur altrettanto inibitivo che irrazionale, ha impedito a selve di commentatori assai corsivi di riconoscere che il terzo libro del prosatore palermitano (finalmente restituito al pubblico dei lettori dopo un ostracismo di quasi mezzo secolo dal mercato editoriale, e si dica pure dalla memoria collettiva), non che inaugurare flagrantemente il periodo impropriamente detto informale, conclude in maniera superba la felice stagione figurativa avviata con Signorina Rosina nel 1956 e mirabilmente illustrata da Si riparano bambole quattro anni dopo, mai tracimando dagli argini della trasparenza, all'insegna della più godibile, a tratti perfino esilarante leggibilità, ancor oggi candito in una freschezza miracolosamente illesa dal tempo. (da Gualberto Alvino, Chi ha paura di Antonio Pizzuto? Saggi, note, riflessioni, introduzione di Walter Pedullà, Firenze, Polistampa, 2000).
  • [...] l'opera di quel solitario ulisside della parola, strenuo saccheggiatore e suscitatore di lessici in sucum et sanguinem che seppe dall'esordio alla fine transustanziare in emblemi d'atroce, revulsiva letterarietà un disperato rifiuto dell'essere al mondo (tutto è in lui non meno vero che abissalmente lontano dal reale), attende ancora il suo compimento nella ricezione da parte d'un pubblico troppo ostile alle parossistiche elaborazioni formali e alle complesse codificazioni in cui musica vince grammatica, per poter stazzare al giusto valore pagine fulcrate sulla dispersione della lingua intesa quale dissipazione dell'esistere: sature di pimenti espressivi, agre mescidanze, sfarzose policromie, deturpazioni carnascialesche centrifugate nel flusso eracliteo d'un vivere spiato da fuori, fonti antiche e moderne macerate parodizzate riscritte sino a rapinosa trasfigurazione, spezzature e stridori da day after rappresi in una dizione superba che mai degenera — come in tanti meticci nostrani — a spoglio grido inarticolato, tutto ciò concomitando paradossalmente con un'indole non già risentita, ma mite, affabilmente ironica, incline al minuto, invidiosa della stasi e del continuum narrativo, perfino classicamente selettiva. (Sinigaglia e la critica, in «Avanguardia», X 2005, n. 28, pp. 129-53).
  • Nanni Balestrini è [...] uno dei pochi autori italiani in cui eversione formale e passione civica, scavo della lingua e orgia dei contenuti, rivolta politica e contestazione letteraria non abbiano mai conosciuto un istante di divaricazione, con buona pace di quanti si ostinano contro ogni buonsenso storico-critico a mozzarne la poetica in due tronconi eterogenei e inconciliabili, anime perdutamente opposte: l'una, culminante in Tristano, dove — sotto l'impero del significante — tutto s'impernierebbe sul disegno strutturale, da esso traendo fondamento e ragione; l'altra, da Vogliamo tutto in qua, governata da rapinose oltranze antiletterarie. (dall'introduzione a Nanni Balestrini Sconnessioni, Roma, Fermenti, 2008).
  • La sua conversazione era vivacissima, a contrasto con un tono tendenzialmente pacato che si screziava d'abrupte ma melodiose impennate all'accendersi del benché minimo interesse. Quando, l'ultima volta che mi chiamò, gli dissi per distrarlo da non rammento quali affanni che, benché potesse essermi nonno, per un pelo non eravamo stati entrambi allievi di Paolo Mix, lui al liceo Galileo nel '27, io all'Augusto di Roma verso la fine degli anni Sessanta, tuonò di colpo passando al tu: «Sezioni diverse? Ma ci avrai parlato una volta, almeno una. Non dire di no!». Dissi di sì per non spegnere il suo entusiasmo di ragazzo. Fu la prima e l'ultima volta che gli mentii. (introduzione alle Lettere di Giovanni Nencioni a Gualberto Alvino. 1993-2003, in Per Giovanni Nencioni, Pizzutini d'emergenza II, Roma, Fondazione Antonio Pizzuto, 2008, p. 9).

Citazioni su Gualberto Alvino[modifica]

  • Fa bene Alvino a opporsi, ad opporre i buoni motivi di chi è cosciente di quanto ancora può dirci una narrazione che impegna ogni organo della testa: dall'orecchio alle narici, dagli occhi alla lingua. Ecco: attenti alla lingua di Pizzuto. Giustamente Alvino gliela fa tirar fuori. Fra l'altro ci sta bene pure lo sberleffo sul volto di questo scrittore dotato di finissima ironia. Alla lingua! alla lingua di Pizzuto! dice Alvino. Che deve metterci tutti i sensi e ogni atomo del cervello per impedire che restino puro suono le sostanziose parole di Pizzuto. (Walter Pedullà)
  • Il discorso è alacremente intenso e inventivo, trascorrendo dal distacco ironico del commento e della critica alla rappresentazione d'orrore e di morte. L'opera è di straordinaria originalità, e la pubblicherei subito, con entusiasmo: ne potrà derivare un salutare scontro con la banalità e la povertà della letteratura di moda. Io sono con Gualberto Alvino, appassionatamente. Egli ha ridato verità al tragico e al "grande Stile". (Giorgio Bàrberi Squarotti)
  • In mezzo a una montagna di libri inutili, fasulli, dalle copertine ammiccanti e senza vita, sempre più raramente spunta inaspettata la chicca che ti fa di nuovo credere nella potenza della scrittura, della narrativa. Ultimamente mi è capitato con Là comincia il Messico di Gualberto Alvino, edizioni Polistampa. Alvino è un filologo e uno dei critici letterari più preparati della letteratura italiana. Per presentarlo ai lettori del Taccuino mi basta citare i suoi puntuali ed autorevoli studi sul nostro Gianfranco Contini, e soprattutto su Sandro Sinigaglia, uno degli "irregolari" più illustri della poesia italiana di fine Novecento. Uno dei suoi ultimi lavori è stata la pubblicazione presso la Sellerio di uno dei libri più belli di Antonio Pizzuto: Si riparano bambole. Un lavoro, questo di Alvino, da certosino della critica alle prese con gli autori più ostici della letteratura italiana. Mentre gli altri critici passeggiano su strade asfaltate, lui s'inerpica su pareti scoscese cercando un minimo appiglio per le sue originali ricerche. (Franco Esposito)
  • In ogni caso l'opera esclude accostamenti formalistici o moralistici ed ha piuttosto il merito di saper porre domande. Il singolo "impazzimento" di cui si narra può facilmente essere catalogato in chiave paradigmatica, ma risulta evidente che l'opera di Alvino rovescia lo schema novecentesco secondo cui da un certo momento in poi della sua evoluzione il "romanzo di formazione" debba per forza di cose raccontare storie di "formazioni mancate". Qui invece la formazione, sia pure in un contesto da incubo, avviene. La "voce" risulta avere una forza per cosi dire "maieutica" e spinge il protagonista a ritrovare un se stesso più autentico, anche se più inquietante. Ed è per questo che, fuori da implicazioni moralistiche, ogni pagina di Là comincia il Messico ha una possente e "insostenibile" forza turbativa. (Alfonso Lentini)
  • L'edizione postuma di Giunte e virgole (1996), tratta da Alvino con immensa fatica da una scrittura «impervia» e munita di indispensabile glossario (edizione critica che l'autore non esita a battezzare «avventura»), ci presenta un testo «impenetrabile a qualsivoglia tentativo di lettura orizzontale, nuda, diretta» senza risalire il calvario delle progressive approssimazioni, documentato dal complesso apparato. Tanta confessata fatica del più devoto ed esperto curatore di Pizzuto ci dà oggi speranza che egli possa e voglia tracciare quel profilo sistematico della sua lingua che, riducendo l'apparente arbitrarietà dei testi, apra un accesso non deterrente alla loro lettura. (Giovanni Nencioni)

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