Igino Benvenuto Supino

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Igino Benvenuto Supino

Igino Benvenuto Supino (1858 – 1940), storico dell'arte e docente italiano.

Citazioni di Igino Benvenuto Supino[modifica]

  • Il Cellini risente nelle sue opere della incompiuta e non perfetta educazione: egli non riunì nelle sue mani le tre arti, come molti artefici del primo periodo del Rinascimento o qualcuno dei suoi contemporanei: a lui fanno difetto il sentimento architettonico e il gusto pittorico. Se egli fosse stato anche architetto, non ci avrebbe dato certo la elegante base del Perseo: ma avrebbe più organicamente concepito tutto l'insieme dell'opera, così da renderla più equilibrata e più solidamente costruita. Se avesse posseduto il senso pittorico, avrebbe studiato con meno monotona insistenza tutti i particolari delle sue sculture per cercare invece, con la varietà della tecnica, una maggiore efficacia; ma quel trattare egualmente, con lo stesso sentimento, con la stessa finitezza le parti accessorie e le principali, non può a meno di togliere all'opera energia e vita. (da L'arte di Benvenuto Cellini, p. 15)

Gli albori dell'arte fiorentina[modifica]

  • È ormai dimostrato che il Rinascimento, dovuto in principal modo ai Fiorentini, più che agli esempi dell'architettura romana si ispirasse a quelli della scuola romanica della stessa Firenze. Gli archi girati sulle colonne, gli architravi piegati ad angolo retto come le cornici di un quadro, le finestre i cui stipiti girano senza interruzione sull'arco respettivo, e tante altre particolarità dell'architettura fiorentina del Rinascimento, non hanno riscontro negli antichi monumenti, ma soltanto negli edifizi medievali di questa città. (pp. 111-112)
  • È più difficile rintracciare le opere di Arnolfo architetto, che di Arnolfo scultore. Se di questo rimangono documenti e monumenti sicuri, e si hanno testimonianze non dubbie della sua maestria, dell'architetto non sappiamo che quanto ne scrisse il Vasari; e nella sua Santa Reparata non resta che il ricordo nella lapide oggi murata sul fianco della Cattedrale di fronte al Campanile. (p. 122)
  • [...] che Arnolfo usasse le rose, le cuspidi, i pinnacoli, le foglie rampanti ed altre forme decorative dell'arte gotica, nessuno può mettere in dubbio; che usasse i contrafforti e i finestroni divisi a più scompartimenti non abbiamo argomenti per ammettere o per negare. Tuttavia egli non può davvero essere considerato l'importatore dell'arco acuto e tanto meno delle cuspidi, delle guglie, dei pinnacoli, tutte forme decorative che si trovano già usate da Niccola[1] nelle architetture che arricchiscono gli sfondi negli specchi del pulpito senese[2]. (p. 159)

Il Camposanto di Pisa[modifica]

  • [...] gli affreschi del Veneziano [nel Camposanto di Pisa] conservano ancora nelle parti intatte vivacità straordinaria di tinte, le quali si mostrano più limpide, più delicate e meno tormentate che nelle altre pitture, per il merito appunto ch'ebbe l'artista di averle sapute adoprare con maggiore sapienza e abilità degli altri: [...]. (p. 134)
  • Che l'educazione artistica di Antonio [Veneziano] sia tutta fiorentina è ormai chiaramente dimostrato, e basterebbe a confermarlo il carattere delle sue pitture nel Camposanto pisano; che egli poi fosse nato a Venezia, non v'ha più chi ponga in dubbio nonostante la contraria affermazione del Baldinucci[3]. [...]. Ma sebbene nato a Venezia, nulla di veneziano è rimasto nella sua pittura, che anzi egli si palesa sempre continuatore delle tradizioni giottesche, pur arrecando nuovo e potente contributo al progresso dell'arte con lo studio accurato e intelligente delle forme, e con la più esatta riproduzione e interpretazione del vero. (p. 134)
  • Non è solo il numero delle storie dipinte che rende notevole e veramente straordinaria l'opera di Benozzo nel Camposanto, ma è l'abilità, la fantasia, l'ingegno facile e pronto, la potenza meravigliosa che in questi freschi[4] sfoggia il grande scolaro dell'Angelico, che fanno tuttavia meravigliare i visitatori e gli studiosi di questo monumento, i quali pur sanno che non in due anni come avrebbe voluto il Vasari, e come non sarebbe umanamente possibile, ma in sedici Benozzo diè finito così terribile lavoro. (p. 195)
  • Certo, studiando il nostro artista [Benozzo Gozzoli] nelle opere lavorate a Pisa, non si può non osservare come egli apparisca anche più che negli altri lavori suoi, pittore di genere, dimentico troppo di sovente della maniera e delle massime del suo grande maestro[5].
    In questi suoi ultimi affreschi[6] infatti le composizioni si affollano talvolta senza ragione, le figure hanno contorni duri, taglienti e costruzioni errate, specie nelle estremità inferiori, che dimostrano quanto poco curasse d'intendere e di rendere la costruzione anatomica della figura umana. (pp. 197-198)

L'architettura sacra in Bologna nei secoli XIII e XIV[modifica]

  • Si vuole per tradizione ormai accolta e indiscussa che la chiesa [la basilica di San Petronio di Bologna] immaginata da maestro Antonio[7] fosse a croce latina, con braccia sviluppatissime, con una grandissima e altissima cupola sulla crociera, con un coro a deambulatorio e cappelle raggianti... Ma questa tradizione ha qualche fondamento di verità?
    Nessuna particolare indicazione intorno al disegno del San Petronio possediamo prima del secolo XVI; e la tradizione ora accennata popolare ed erudita insieme nasce soltanto nel seicento, né certo risale benché tanto fortunata oltre ai progetti e alle piante del secolo precedente. (pp. 99-100)
  • Mentre lentamente si continuava la fabbrica del San Petronio i tempi mutuavano e coi tempi i gusti degli uomini. Firenze aveva già coronato per opera del Brunellesco[8] la sua Cattedrale, Milano si gloriava per la bellezza e magnificenza del suo Duomo. Bologna non doveva esser da meno: e poiché non si poteva vincere le altre due chiese in ricchezza di ornati e di decorazioni, si volle almeno sorpassarle in grandiosità, e si continuò a fabbricare nuove campate, oltre quelle volute dal disegno primitivo di maestro Antonio[7]. (pp. 136-137)
  • Nell'interno del San Petronio non solo la pianta quadrata delle volte mediane, ma le proporzioni generali della costruzione, nonché quel singolare carattere di parsimonia, anzi di povertà, richiamano a Santa Maria del Fiore.
    Mentre però in questa chiesa alla linea verticale dell'arco acuto si contrappose, per un innato sentimento classico, il ballatoio, quasi per contrastare l'effetto slanciato dell'arco stesso, e per distruggere la logica significazione della struttura gotica, nel San Petronio nessun elemento estraneo turba la interna grandiosità dello spazio e l'arduo slancio delle vôlte: onde più pieno e vivo è l'effetto che produce la chiesa bolognese in confronto alla fiorentina. (p. 139)

Note[modifica]

  1. Nicola Pisano (1215/1220 – 1278/1284), scultore e architetto italiano.
  2. Il pulpito del battistero di Pisa.
  3. Filippo Baldinucci (1624 – 1697), storico dell'arte, politico e pittore italiano.
  4. Affreschi
  5. Il Beato Angelico.
  6. Gli affreschi eseguiti nel Camposanto di Pisa.
  7. a b Antonio di Vincenzo (1350 – 1401/1402), architetto italiano.
  8. Filippo Brunelleschi.

Bibliografia[modifica]

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