Joseph-François Michaud

Joseph-François Michaud (1767 – 1839), storico francese.
Storia delle Crociate
[modifica]La storia del medio evo presenta lo spettacolo il più grandioso col quadro delle Crociate, nel quale veggonsi i popoli dell'Asia e dell'Europa armati gli uni contro gli altri, e due religioni che si fanno reciproca guerra per disputarsi l'impero del mondo. L'Occidente, dopo essere stato per molte volte minacciato dai Mussulmani, e per lungo volgere d'anni bersagliato dalle loro invasioni, improvvisamente si sveglia, e sembra, secondo l’espressione di uno storico greco[1], che si schianti dalle fondamenta per precipitarsi sull'Asia. Tutti i popoli abbandonano i propri interessi, ogni rivalità, e più non mirano sulla terra che una sola contrada degna dell'ambizione dei conquistatori. Per poco si direbbe che non vi fosse più nell'universo altra città che Gerusalemme, altra terra abitabile che quella la quale rinchiudeva il sepolcro di Gesù Cristo. Tutte le vie che menano alla santa città, sono inondate di sangue, e più non vi s'incontrano che le spoglie e gli avanzi dispersi degl'imperi.
Citazioni
[modifica]- Pietro l'Eremita, predicatore della Crociata, a cui certamente rinfacciavano i Crociati le disgrazie che provavano, non poté ascoltare le loro lagnanze né stare a parte della loro miseria; disperando del buon successo di quella spedizione, si fuggì secretamente dal campo dei Cristiani. La quale diserzione cagionò un grave scandalo fra i pellegrini e ne restarono stupefatti, dice l'abate Guibert, come se le stelle fossero cadute dal Cielo. (vol. I, pp. 54-55)
- [...] in mezzo alla corruzione che regnava nel campo cristiano, la stessa virtù dovea pensare a fuggirsi, e poteva avere una scusa la diserzione. Se si dee credere ai racconti contemporanei, tutti i vizii dell'infame Babilonia regnavano nelle file dei liberatori di Sionne. Strano ed inaudito spettacolo! Sotto la tenda dei Crociati si scorgevano assieme carestia e voluttà; l'impuro amore, la sfrenata passione del giuoco, tutti gli eccessi della dissolutezza si confondevano colle imagini della morte. Per poco sembrava che la maggior parte dei pellegrini nella sventura sdegnasse le consolazioni che la pietà e la virtù somministra. (vol. I, p. 55)
- [Goffredo di Buglione] La storia contemporanea, nel trasmetterci il suo ritratto, ci narra ch'egli univa alla bravura ed alle virtù di un eroe la semplicità di un cenobita. La sua destrezza nei combattimenti, una straordinaria forza di corpo lo rendevano ammirabile in campo. La prudenza e la moderazione temperavano il suo valore; la sua divozione era sincera e disinteressata, e nella guerra santa esercitò il suo coraggio e la sua vendetta soltanto contro i nemici di Cristo. (vol. I, pp. 157-158)
- Fedele alla propria parola, liberale, affabile, pieno d'umanità, [Goffredo di Buglione] era dai principi e cavalieri considerato come il loro modello, dai soldati come padre; tutti i guerrieri ambivano di combattere sotto le sue bandiere. S'egli veramente non fu il capo della Crociata, siccome alcuni storici hanno opinato, ottenne almeno l'impero che è dono della virtù. (vol. I, p. 158)
- In mezzo alle discordie e alle risse, i principi ed i baroni implorarono sovente la saviezza di Goffredo [di Buglione], e nei pericoli della guerra i suoi consigli erano come ordini assoluti. (vol. I, p. 158)
- La storia ha notato che i Cristiani erano entrati in Gerusalemme un venerdì a tre ore di sera: era il giorno e l'ora in cui Gesù Cristo spirò per la salvezza del genere umano. Quest'epoca memorabile avrebbe dovuto inchinare i cuori loro a sentimenti di misericordia; ma irritati dalle minacce e dai lunghi insulti de' Saracini, inaspriti dai mali sofferti nell'assedio, e dalla resistenza che aveano provata persino entro la città, coprirono di sangue e di lutto quella Gerusalemme che aveano liberata, e che riguardavano come futura loro patria. In breve la carnificina divenne generale; coloro che sfuggivano al ferro de' soldati di Goffredo e di Tancredi, correvano in braccio ai Provenzali sitibondi egualmente di sangue. I Saracini erano trucidati nelle strade, nelle case; Gerusalemme non aveva asilo pei vinti; poterono alcuni sottrarsi alla morte, gettandosi giù delle mura; gli altri correvano in folla a nascondersi nei palazzi, nelle moschee principalmente, ove non furono salvi dalla persecuzione de' Cristiani. (vol. I, pp. 178-179)
Viaggio in Grecia ed a Smirne
[modifica]Eccoci in alto mare, imbarcati sul brick francese da guerra, il Loiret. Noi uscimmo il 27 Maggio 1830, a mezzogiorno, dalla rada di Tolone, mentre due giorni prima aveva salpato la spedizione d'Algeri co' suoi sessanta vascelli da guerra, co' suoi mille e duecento bastimenti da trasporto, colle sue mille bocche da fuoco e i suoi ventimila guerrieri.
Citazioni
[modifica]- Gli antichi non conoscevano che sette di queste isole, a cui davano il nome delle isole di Eolo. Tra queste l'isola di Lipari è quella che ora dà il suo nome a quest'arcipelago, essendo la più grande di tutte. È in essa che Virgilio fece scendere il Dio del fuoco per fabbricare le armi di Enea; è in essa pure che il poeta collocò i Ciclopi, Bronte, Sterope e Piracmone dalle atletiche membra, che per lavorare alle armi di Enea sciolsero le folgori destinate per Giove. (p. 3)
- Le eruzioni dello Stromboli scoppiano a periodi misurati e si potrebbero quasi paragonare al battito de' polsi e delle arterie nel corpo umano. (p. 4)
- Il pilota costiere dopo averci salutato, ci disse con un'aria solenne: ecco Scilla, ecco Cariddi. Dalla parte di Scilla udivamo di fatti un sordo muggito nelle onde, ma tutto ci parve tranquillo intorno a Cariddi. Questi due scogli (almeno in tempo di calma), nulla presentano che spiegar possa i terrori che n'ebbero gli antichi ed i moderni. (p. 6)
- I piloti siciliani che ci avevano condotti per quello stretto ci abbandonarono dirimpetto a Messina, non senza chiederci qualche largizione. Il tempo era troppo bello perché noi potessimo apprezzare il servigio che pareva ci avessero reso: malgrado la nullità della loro scorta, non trovammo però un gran male che de' poveri marinaj avessero a speculare sulle credenze de' tempi favolosi, tenendo viva, se non foss'altro, la memoria dei disastri che ci furono dai poeti cantati, illustrandoci le gesta di Ulisse e de' suoi compagni. (p. 8)
- La calma ci trattenne tutta la mattina in faccia all'Etna: il dorso di questa montagna dalla parte da cui noi lo vedevamo, ci si presentava sotto tinte bigiastre simili a quelle del deserto di Sahara. (p. 10)
- Appiedi del castello, dalla parte del mare, si vede ancora la piccola città di Navarino che venne abbandonata da' suoi abitanti. Vidi colà per la prima volta una moschea turca: essa ora serve da magazzeno per le farine. Entrai nelle camere che un tempo erano un harem, ed ora non hanno più che i quattro muri: le finestre e gli usci tutti aperti: il ragno vi tesse dappertutto la sua tela e non ha a temere la presenza indiscreta di alcun curioso. I bastioni della città sono ancora in piedi, ma saranno fra breve demoliti per impiegare le pietre da ricostruire il castello. Fra alcuni mesi non resterà più alcun vestigio di questa miserabile città che dava il suo nome alla rada ed i forastieri dimanderanno ov'essa era collocata. (p. 17)
- Un battello greco ci condusse all'isola di Sfagia o Sfacteria, situata in faccia a Navarino. Quest'isola che può avere più di un miglio di lunghezza, ed è larga dalle trecento alle quattrocento tese chiude la rada dalla parte dell'ovest. Quantunque essa non sia mai stata abitata, pure non fu dimenticata dalla storia. La memoria dei disastri di cui essa fu il teatro, risale sino ai tempi dell'antica guerra del Peloponneso, e bisogna leggere nell'elegante storia di Tucidide il racconto delle avventure sofferte da un numeroso corpo di Spartani che vi si trovarono chiusi senza speranza di soccorso. (pp. 17-18)
- In Tucidide si legge che l'isola Sfacteria era coperta di boschi e che le foreste che vi allignavano furono intieramente consumate da un incendio. Attualmente non vi cresce un solo arbusto: la vegetazione ivi basta appena a nutrire poche capre che qui si mandano nella stagione delle pioggie. (p. 19)
- Modone non è distante da Navarino che due sole leghe. Noi vi facemmo una gita. Dapprima si va fra due montagne assai alte, e la strada riattata dai Francesi è coperta da una polve giallognola: essa è irta e rupinosa ed i nostri migliori cavalli di Francia potrebbero a stento marciarvi al passo. Alcuni geografi hanno per costume d'indicare sulle carte di Grecia le strade ed i villaggi, le case e persino le piante: ma la guerra ha reso difettose tutte le carte e le opere de' geografi, giacché più non si trovano da Navarino a Modone né alberi, né case, né villaggi. (pp. 23-24)
- Dopo un'ora di viaggio attraverso a sterili montagne, la valle si allarga ed il viaggiatore può scorgere i baluardi e le torri di Modone. A misura che si entra nella pianura si veggono qua e là terre coltivate: il che conforta alcun poco dallo spettacolo doloroso che si ebbe sino a quell'istante. Gli abitanti di questo tratto di paese avevano perduto i loro buoi durante la guerra: si pensò ad uno singolare spediente per supplirvi. Si diedero a prestito a que' poveretti i buoi che erano destinati pel mantenimento dell'esercito francese. Quando questi animali avevano lavorato per tutto il tempo delle seminagioni, si riconducevano all'esercito per essere mandati al macello. (pp. 24-25)
- Le fortificazioni di Modone sono attualmente in buonissimo stato: le rovine che ingombravano il recinto della città furono levate ed alle dirute capanne furono sostituite case di nuova costruzione. Queste case però sono in piccolo numero e gli abitanti non sono più di dugento, per cui Modone più che rassomigliare ad una città novella, pare piuttosto una piazza forte evacuata. Un miserabile bazar, ove appena si trovano pochi grossolani commestibili, e dove non incontrate che Greci sporchi e stracciati, due meschine taverne, una tenuta da una cantiniera francese e l'altra da un vecchio italiano, ecco quanto si trova in quest'antica Modone che il re dei re prometteva al valoroso Pelide per acquietare la sua collera. (pp. 25-26)
- [...] e più in là di Corone dall'altro lato del golfo scorgemmo Calamata. Se noi prestiam fede ai viaggiatori che ne precedettero, tutte le campagne vicine al golfo di Micene, e tutto il paese che si stende sino al monte Taigete, non presentavano all'occhio del riguardante che un vasto giardino piantato da ulivi, da gelsi e da aranci. Tutto fu devastato dalla guerra: ma tale però e tanta è la naturale fecondità del suolo che la vegetazione già incomincia a ricomparire e si scorgono da lontano ampj sterrati verdi che coprono le coste ed i pendii. Ci fu narrato che una sommossa popolare aveva poche settimane prima scoppiato a Calamata a cagione di un nuovo balzello che era stato imposto sul bestiame. Per atterrire gli abitanti e ridurli a soggezione si aveva sparso fra essi la voce che un corpo di soldati francesi sarebbe venuto per tenerli in rispetto. A questa notizia tutti fuggirono per le montagne. Solo da pochi giorni essi restituironsi alle loro case, col fermo proposito però di non pagare il balzello. (pp. 33-35)
- Al piede e sul declivio del monte Itome si scopersero le rovine dell'antica Micene. Si trovarono frammenti di muraglie e di fondamenta, gli avanzi di un teatro e parecchi templi, colonne, capitelli, bassi-rilievi, reliquie di architettura greca e di architettura romana. La città di Aristomene, la città ricostrutta da Epaminonda, giaceva da gran tempo sepolta sotto l'erba, e la vegetazione che copriva le sue rovine l'aveva celata allo sguardo dei viaggiatori: la montagna su cui sorgeva, ultimo asilo di un popolo infelicissimo, non è più abitata che da cinghiali selvatici. (p. 35-36)
- Il Taigete ergeva innanzi a noi le sue vette imbiancate: l'aspetto dei ghiacci e delle nevi nel mese di giugno, e in questi climi, ci pareva tramutare affatto il bel cielo di Grecia, e quasi ne pareva un'illusione il vivo calore che ne investiva. Polibio paragona il Taigete alle Alpi Elvetiche e con ragione: la sua cima nevosa che domina più gioghi di roccie azzurrine rassomiglia appunto alla vetta aguzza del Monte Bianco quando lo si contempla dal lago di Ginevra. (pp. 37-38)
- Verso mezzodì il Loiret gettò l'àncora in fondo al golfo e dirimpetto a Nauplia, che ora si chiama coll'italico nome di Napoli di Romania. Questa è una delle principali città della Morea ed è al dì d'oggi la residenza del Governo. I Crociati dopo la presa di Costantinopoli se ne impadronirono e la tennero sino al secolo decimo quinto. Essa restò in seguito, come molte altre conquiste dei Crociati, in potere dei Veneziani che la presero e la ripresero parecchie volte dai Turchi. È la sola città della Grecia che negli ultimi tempi non sia caduta nelle mani d'Ibrahim. Essa è costrutta su una lingua di terra, o a dir meglio su una ripida costa che si prolunga in mare. Varie torri e bastite molto ben conservate ne difendono l'accostarsi dalla parte della rada: la città verso il nord è dominata dalla cittadella di Palamede o Palamide. (pp. 61-62)
- La mendicità è la lebbra di tutte le vecchie società che si sforzano inutilmente di ringiovanire. Una civiltà forviata non può sanare questa infermità e solo giunge a nasconderla. (p. 64)
- La città [di Nauplia] è divisa in due parti: in città alta e città bassa: l'una è separata dall'altra da una linea di bastione e si esigono venti minuti di tempo per passare dalla città bassa alla cittadella di Palamede. Le mura della città portano tuttavia le traccie del dominio dei Veneziani. (pp. 64-65)
- E siccome questa città è la sola che siasi conservata incolume durante la guerra, così trasse ivi gente a rifugiarsi da ogni parte della Grecia. La popolazione d'altronde dovette trovarsi aumentata da che Nauplia è divenuta la residenza del governo. In essa sonovi molti caffè sempre frequentati e alcuni di essi tanto popolosi e rumorosi che non sono molto sicuri pei forastieri. Ciò che a questi ultimi fa molto senso si è che non s'incontrano nelle strade e nelle case che persone che stanno oziando: la miseria e la neghittosità sembrano i due caratteri distintivi di questa popolazione, che è il fiore di tutta la Grecia. (p. 66)
- Il Presidente [Giovanni Capodistria] mi ricevette in una sala assai vasta, ove la luce penetrava da tutte le parti e in cui il sole n'era il più splendido ornamento: altri arredi non vi avevano in essa che un sofà in giro ad una parete ed una specie di armadio per custodirvi carte, ed uno scrittojo ove stava lavorando sua Eccellenza. Il Presidente mi parve un uomo di cinquantacinque anni. Ravvisai nella di lui fisionomia un non so che di spiritoso e di benevolo, e ne' suoi modi scorsi tutta la gentilezza degli uomini di corte, mista però alla riservatezza dei diplomatici. Il suo parlare era facile ed anche elegante, ma parvemi di scoprire in lui più finezza di tatto che viste profonde ed elevate; in lui scorsi insomma più il discepolo della scuola fantastica di Platone, che l'uomo educato alla scuola politica di Pericle e di Temistocle. (p. 72)
- Le rivoluzioni, gli dissi, hanno dei segreti che esse non rivelano mai: nessuno può mai sapere ciò che esse vogliano e chi vuol tener dietro alla loro corrente può essere sicuro che una volta o l'altra rimarrà schiacciato sotto il loro fatal carro. L'antichità ci ha tramandato il fatto misterioso della sfinge di Citera che arrestava i passaggieri per propor loro degli enigmi, e divorava coloro che non sapevano scioglierli: le rivoluzioni operano come le sfingi. (pp. 76-77)
- Dopo essermi fermato alcun tempo in questa galleria, ove gli armenti hanno lasciato le traccie del loro passaggio, andai a visitare le altre rovine di Tirinto: esse riduconsi a pochi ruderi, consistenti in avanzi di grosse muraglie, la di cui costruzione e forma conservano evidentemente il carattere ciclopico. Esse si trovano in gran parte coperte di terra vegetale, per cui non poterono mai essere dai viaggiatori bene descritte. (p. 81)
- Tirinto adunque che ancor serba rovine di questo genere fa chiara fede dell'alta sua antichità. Essa esisteva molto tempo prima della guerra di Troja e la sua storia si perde talmente nei tempi eroici, o favolosi, che mal si può conoscere l'origine della sua fondazione. (pp. 82-83)
- Alcuni scrittori antichi ci narrano pure che quei di Tirinto avevano una strana mania, più strana ancora per l'antichità che pei tempi moderni, ed era quella di ridere sempre di tutto e su tutto. Questa mania fu portata a tale eccesso che ebbero il comune disprezzo e l'Oracolo gli minacciò della collera degli Dei. (p. 83)
- Delle capanne di legno disposte in fila a guisa di contrade, dei fuochi accesi per la strada come per tenervi luogo di lampade; dei caffè con bigliardi ove si affollava gente di varie nazioni, e Greci, e Russi, ed Italiani, gli uni che suonavano la lira, gli altri che cantavano canzoni popolari; delle taverne anguste e fetenti; de' grandi vasi ripieni di latte, collocati agli angoli delle strade sopra grossi bracieri; delle donne e de' fanciulli coperti di cenci che andavano e venivano alla rinfusa; degli ammalati e dei mendichi coricati sul terreno, colla loro bisaccia a tracollo e il loro pan nero; degli Albanesi coi loro belligeri arredamenti, seduti per istrada intorno ad un gran fuoco, mentre silenziosamente fumavano la pipa alla munsulmana: eccovi Argo, eccovi l'aspetto con cui ci si presentò la città degli Atridi, la città greca per eccellenza, la città rigenerata. (pp. 89-90)
- Argo non è più, eppure si direbbe che l'antica città s'inoltra verso il mare, sul declivio di montagne che pare deplorino la caduta dei loro antichi monumenti e che per un miscuglio bizzarro di forme e di colori, rappresentano all'occhio un ammasso di edifizj di un'architettura che non ha nome per noi. (p. 92)
- La veduta di Argo produce pure ad una certa distanza un maraviglioso aspetto e nulla potrà mai tanto allettare i viaggiatori, quanto il piacere di godervi il più pittoresco spettacolo della natura. (p. 92)
- Eccoci arrivati alla presenza delle rovine le più antiche ed imponenti che siano rimaste sul suolo di Grecia. Cosa mirabile! questi giganteschi avanzi della città di Perseo sono al dì d'oggi quello che erano al tempo di Pausania, e la descrizione che ne fece il greco viaggiatore mi dispensa dall'impegno di tentarne una nuova: tanti secoli non valsero a cangiare la situazione di Micene e vi parrebbe che Pausania l'abbia solo da jeri visitata. (pp. 99-100)
- I vestigi del Propileo, e dell'Acropoli, i sotterranei ove erano celati i tesori dei re, tutti questi deboli avanzi di Micene si trovano descritti in dotte memorie, ormai rese a tutti comuni, ed io non mi dilungherò senz'uopo per ripeterne la descrizione. (p. 102)
- La città di Spezia è situata su una costa leggermente inclinata verso il mare: essa ha un piccolo porto ove ormeggiano alcune navi: alla diritta ed alla sinistra della città si scorge un gran numero di mulini a vento, le di cui vele bianche, rosse e bigie, producono in lontananza un effetto assai pittoresco. Tutte le case di una bianchezza sorprendente sembrano ben costrutte e farebbero credere che in esse non alberghino poveri. Ma i poveri non vi possono mancare, giacché l'isola di Spezia è stata più volte visitata dai Turchi e dove il Turco è passato, lo squallore e la miseria gli tiene sempre dietro. La città di Spezia ha due conventi di frati e varie chiese: l'isola nulla produce ed i suoi abitanti non vivono che d'industria. (pp. 105-106)
- Imbarcatici di nuovo sul Loiret, passammo rasente all'isola d'Idra. Quest'isola è celebre per le sue recenti sventure. Essa è trista ed arida più di Spezia: non si veggono che nude roccie, coste erte, burroni e precipizi: eppure pochi anni sono su questo suolo sì poco favorito dalla natura ammiravansi palazzi di marmo, chiese magnifiche, ricchissimi bazar. Si spendevano tesori per procurarsi un po' di verdura e di fiori che presentassero una qualche imagine di primavera: si scavavano con ingente dispendio ampie cisterne da cui si derivavano fontane e ruscelli. Sopra strati di terra trasportata dal continente, crescevano il fico, l'ulivo e l'arancio: vi avevano degli orti intorno ad Idra che costavano più de' sontuosi giardini di Parigi e di Londra. In un'isola che non produceva nemmeno tanto che bastasse per alimentare gli uccelli dell'aria, nulla mancava agli abitanti: il suo suolo pareva maledetto, ma la benedizione era su i suoi mercati che di ogni cosa abbondavano. (pp. 107-108)
- Allora noi andammo a gettar l'àncora non lungi dal luogo dove aveva avuto luogo l'antica battaglia di Salamina e presso al promontorio ove tuttora sorge la tomba di Temistocle.
Ci fu raccontato in seguito che i razzi da noi fatti scoppiare erano stati con paura osservati dai Turchi, che non sapevano quali segnali essi fossero, per cui passarono tutta la notte nell'agitazione e nell'allarme. Trecento Albanesi scesero sino al Pireo, percorsero in lungo e in largo la riva, temendo di qualche sorpresa per parte dei Greci o dei Franchi. (pp. 111-112) - L'isola di Eubea, la più grande isola del mar Egeo, si trova unita alla terra ferma per mezzo di un ponte levatojo costrutto nel sito più stretto del canale. L'isola presenta alle coste le più ridenti situazioni, e nell'interno offre uno svariato aspetto di monti, di boschi e di cateratte di fiumi: le sue colline sono ubertose di frutta, di uva, e di messi: le vallate del monte Ocha producono bellissime foreste di cipressi, di quercie e di larici. (p. 122)
- L'Ilisso è divenuto un oggetto di derisione pei viaggiatori e pei forastieri. Si tacciano di menzogna i poeti che l'hanno cantato, gli storici che ne hanno parlato: si dimanda a costoro cosa abbiano voluto dire dell'altare innalzato alle muse dell'Ilisso, delle muse che folleggiavano nelle sue limpide acque, del luogo ove sorgeva il ponte presso lo stadio infino al mare. Questi cangiamenti non sono gran fatto difficili ad essere spiegati: la scaturigine dell'Ilisso è sempre la stessa, ma le sue acque furono sviate dal loro corso. (p. 137)
- Le moderne rovine non producono la stessa impressione che fanno gli avanzi dell'antichità, poiché noi non ci sentiamo volti ad ammirazione per edifizi che noi stessi abbiamo veduto costruire: singolare fenomeno del tempo che rafforza ed accresce il nostro rispetto ed il nostro entusiasmo, quanto più esso allontana da noi l'oggetto che prendiamo ad ammirare. Quelle rovine, che rassomigliano alle ferite ancora stillanti sangue di un uomo appena trafitto da pugnale, che sembrano lamentarsi ancora, e gemere, e fremere, per così esprimerci, non fanno che gettare il turbamento nei nostri pensieri. (pp. 140-141)
- Dietro a noi, sulla collina di Museo, i nostri sguardi si arrestavano sul monumento di Filopatore. Questi apparteneva alla regia famiglia di Antioco: una dinastia di re era venuta a morire ed a spegnersi in mezzo ad una democrazia moribonda anch'essa. Pausania parla di questo monumento e per designare quell'ultimo rampollo dei re si limita a chiamarlo un uomo di Siria, espressione dell'indifferenza e del geloso disdegno degli Ateniesi. Il sepolcro di Filopatore è presso al Partenone, ed è una delle antichità di Atene che meno sono visitate, quantunque spicchi più delle altre. (pp. 150-151)
- [...] noi abbiamo alcune volte incontrata la civetta che sbucava da una rovina e svolazzava attraverso le affumicate pareti di una moschea o di una chiesa. L'uccello di Minerva non è qui più che il simbolo della desolazione muta e solitaria: è il solo abitante di Atene che sia stato in questi ultimi tempi rispettato [...]. (pp. 155-156)
- Questo stato di desolazione in cui si trova Atene la sacra, la madre delle arti, non è soltanto in conseguenza delle guerre e degli incendj: questi due flagelli ebbero altri potenti ausiliarj, che non bisogna nemmanco andarli a cercare dai barbari: l'esempio di lord Elgin che per amore dell'antico si diede a metterlo a ruba, cominciò a far scemare i sensi di rispetto pei monumenti: esso svegliò la cupidigia, e diede causa a sacrileghe speculazioni. (p. 156)
- A mezzo giorno eravamo dirimpetto al capo Sunium: il canotto del Loiret ci condusse al lido. — Una brezza leggiera temperava l'arsura del giorno: la montagna che forma il promontorio è coperta di timo, e di altre erbe odorifere. Poche lenti crescevano qua e là fra le roccie ed i sassi. Tra i fiori che ornano gli accessi al tempio di Minerva io scorsi una grande quantità di sempre vivi. Io ne composi una ghirlanda e la deposi sul marmo bianco del santuario. (p. 183)
- [...] la solitudine sta sì bene colle rovine! essa è d'altronde la miglior loro custode. (p. 184)
- Quando Platone seduto sotto l'aereo portico del tempio, insegnava a' proprj discepoli le leggi della divina saggezza, egli non aveva che a mostrar loro quest'immenso orizzonte, questa vôlta celeste sì fulgida, tutte queste meraviglie della terra e del cielo. Questo magnifico spettacolo, che il viaggiatore contempla con un certo qual religioso raccoglimento, non può essere a parole descritto. (p. 184)
- Io potrei dire d'Ipsara quello che dissi della Spezia: il commercio aveva fatto di una roccia deserta un'isola floridissima, e pei miracoli dell'industria, Ipsara era divenuta una ricca e popolosa città. Cosa singolare! i paesi più prosperi della Grecia furono quelli che abbracciarono con più ardore la causa dell'indipendenza, e furono dalle guerre procurate a cagione della medesima intieramente rovinati. Io risparmierò ai miei lettori il racconto compassionevole dei disastri d'Ipsara: basti il dire che la maggior parte degli abitanti morì combattendo, o andò a cercare un asilo in terra straniera. (p. 186)
- La città di Smirne è divisa in due parti o quartieri: la città bassa e la città alta. La prima è abitata dai Turchi e dai Giudei: la seconda dai Greci, dagli Armeni e dai Franchi. La città bassa racchiude bellissimi edifici, case assai ben costrutte: là sono i mercati, i bazar, le botteghe: la vicinanza del mare, la folla di coloro che arrivano, e se ne vanno, mantengono in questa parte della città un moto continuo: tutto lo strepito, tutto l'affaccendamento è concentrato in questo solo quartiere. Nell'alta città a cui mettono capo i vasti cimiteri turchi, regna il silenzio e la solitudine: non edifizi pubblici, poche case eleganti: abitazioni con finestre a persiane sempre chiuse che le fanno parere conventi, un gran numero di moschee, e di sacrari monsulmani, molte cappelle sepolcrali ombreggiate da alti cipressi, ecco ciò che si osserva nella parte della città che si stende verso il monte Pago. (pp. 190-191)
- Gli Italiani hanno chiamato Smirne il fiore del Levante, e alcuni recenti viaggiatori non hanno esitato di chiamarla il piccolo Parigi dell'Oriente. Io non conosco abbastanza la capitale dell'Jonia per poter asseverare se questi giudizi siano giusti: quest'è certo però che quanto più mi sono ad essa accostato tutte le splendide immagini che me n'era creato andarono un po' per una dileguando. Di tutte le strade interne da me percorse, io non posso citarne che due le quali meritino di essere osservate: sono queste la strada franca e la strada delle rose. (pp. 191-192)
- Strabone che si lamentava che l'antica città di Smirne non aveva cisterne per le acque pluviali, ne troverebbe quasi da per tutto nella nuova città. (p. 192)
- Questa buona ventura è capitata l'anno scorso ad un viaggiatore inglese: egli scoperse nell'Asia Minore l'antica città di Azania. Gli avanzi di questa città erano sì profondamente sepolti sotto l'erba che non erano mai stati veduti. Il felice viaggiatore dopo avere riconosciuto, passando, le rovine preziose di Azania, si proponeva di ritornarvi per prendervi in certo modo possesso col cavarne la pianta e pubblicarla. In fretta si recò a Smirne per procurarsi i necessari strumenti; lasciò scappare qualche parola sulle maraviglie da lui discoperte; e l'importanza misteriosa che egli diede alle sue parole risvegliò la curiosità e la gelosia di un altro antiquario. Questi approfittossi delle fattegli rivelazioni, tosto partì incognitamente per Azania e sul suolo stesso di quelle rovine egli scrisse a' suoi corrispondenti di Londra che egli aveva scoperto una grande città, di cui gli antiquari avevano perduto ogni traccia. (pp. 202-203)
- Il nuovo mutzelim ci ricevette colle maggiori dimostrazioni di cortesia. Nella sua conversazione col Console francese affettò di parlar persiano: è la lingua che i Turchi ritengono esser quella della buona società, come lo è la lingua francese in Europa. (p. 229)
- Tra i Franchi che io andai abitualmente a visitare debbo citare il signor Fauvel, che un tempo fu console di Francia ad Atene, e che in seguito agli ultimi avvenimenti si è andato a rifugiare con tutti gli Dei della Grecia nella capitale dell'Jonia. Alla prima visita che io gli feci, lo trovai seduto avanti un picciolo scrittojo in un gabinetto grande cinque a sei piedi quadrati: due scranne, una tavola coperta di medaglie e di frammenti di marmi, due altri tavolini, uno per scrivere, l'altro carico di fasci di carte insieme ad alcuni volumi di Voltaire, di Anacarsi, di Strabone, di Pausania e di Tucidide, due bauli uno de' quali serviva di guardaroba e l'altro era pieno di disegni, di vedute e di piante topografiche, ecco tutto l'ammobigliamento dell'antico console francese. L'ornamento però migliore del suo gabinetto, era una pianta in rilievo di Atene. Questo bellissimo lavoro fabbricato in cera è tanto più prezioso, in quanto che la guerra co' suoi disastri ha tutto rovesciato e posto a rovina nella capitale dell'Attica, e qui la si può vedere tal quale essa era prima della greca rivoluzione. Se si avesse il progetto di ricostruire questa città, la pianta di Fauvel riuscirebbe utilissima [...]. (pp. 234-235)
- Io ho già detto qualche parola del Corriere di Smirne: ora mi resta a dirne qualche altra intorno al suo redattore, che è il francese M. Blacque: egli trovasi già da molti anni a Smirne e conosce questo paese perfettamente. Nelle prime conversazioni che io m'ebbi con lui, le mie questioni aggiraronsi sulle riforme operate da Mahmoud. M. Blacque crede alle buone intenzioni del Sultano: egli pensa che una radicale riforma ottomana può agevolmente farsi senza troppo declinare dalle antiche istituzioni. Non vi ha altro paese al mondo in cui le leggi siano state più dimenticate e male eseguite. (p. 241)
La compagnia di questi dotti mi fece dimenticare che io viveva su un suolo di barbari, e se avessi più oltre prolungato costì il mio soggiorno, avrei forse potuto chiamare anch'io Smirne il Parigi dell'Oriente.
Note
[modifica]- ↑ Anna Comneno, Storia dell'imperatore Alessi. [N.d.A.]
Bibliografia
[modifica]- Joseph-François Michaud, Storia delle Crociate, recata in lingua italiana per cura del cav. Luigi Rossi, vol. I, R. Marotta e Vanspandoch, Napoli, 1831.
- Joseph-François Michaud, Viaggio in Grecia ed a Smirne, traduzione di G. S., presso l'ufficio de' giornali L'indicatore e Il barbiere di Siviglia, Milano, 1834.
Altri progetti
[modifica]
Wikipedia contiene una voce riguardante Joseph François Michaud
Wikisource contiene una pagina dedicata a Joseph François Michaud
Commons contiene immagini o altri file su Joseph François Michaud