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Lavrentij Pavlovič Berija

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Lavrentij Berija nel 1931

Lavrentij Pavlovič Berija (1899 – 1953), politico sovietico.

Citazioni di Berija

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  • La Ddr? Ma che cosa vuole questa Ddr? Non è nemmeno un vero stato. Si regge solo sulle truppe sovietiche. (maggio 1953[1])

Citazioni su Berija

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  • Beria era uno stupendo tipo moderno di cortigiano scaltro, una incarnazione di perfidia, adulazione, ipocrisia orientali, il quale riuscì a irretire persino mio padre che pure in genere era difficile ingannare. (Svetlana Allilueva)
  • Hanno cercato di spiegare la sua crudeltà con la psicoanalisi: infanzia povera, orfano di padre, madre cuoca, complesso di essere brutto. Per rifarsi, voleva soprattutto comandare. Era un sadico, con una predilezione feticistica per le scolarette, che si divertiva, secondo un minuzioso biografo, a frustare sul sedere. (Enzo Biagi)
  • Nel settembre di quell'anno [1956] il partito lo spedì [Pajetta] a Mosca insieme a Pellegrini e a Negarville per sentire direttamente da Kruscev come ci si doveva comportare nella crisi, ormai aperta, dell'antistalinismo. Kruscev li accolse affabilmente, li invitò a cena. E qui, trascinato da bocconi e libagioni ad una espansiva euforia come spesso gli capita, a un certo punto disse: «Beh, ora vi voglio raccontare come strangolammo Beria». E descrisse l'agguato che gli avevano teso al Cremlino, come gli erano saltati addosso e come gli avevano serrato la gola con le mani fino alla soffocazione. Lo descrisse ridendo allegramente, forse senz'accorgersi del pallore che soffondeva il volto dei suoi ospiti, o per lo meno quelli di Pajetta e di Negarville.
    L'indomani li convocò nuovamente e, come non ricordando affatto ciò che gli aveva raccontato la sera prima, disse loro in tono solenne: «Beh, ora vi farò sentire il processo di Beria registrato sul nastro». E glielo fece sentire davvero come lo avevano inventato post mortem, con la voce del defunto falsificata.
    Quando si ritrovarono fra loro, Negarville e Pajetta si guardarono con gli occhi pieni di lacrime. «Ma allora – dissero –. Ma allora...». E non aggiunsero altro. (Indro Montanelli)
  • Avevo cominciato a considerarlo uno che si era scavato la sua via nel partito come un verme. [...] Beria era un lupo travestito d'agnello, che si era conquistato astutamente la fiducia di Stalin ed era riuscito ad assicurarsi, con l'inganno e il tradimento, un'elevata posizione.
  • Da principio mi riuscì simpatico. Per un bel po' facemmo chiacchierate amichevoli e scherzammo perfino insieme, ma gradualmente riuscii a mettere bene a fuoco i suoi connotati politici. Mi colpì la sua ipocrisia sinistra, bifronte, calcolatrice.
  • Già da molto tempo avrei dovuto sapere che egli non era comunista. Lo consideravo uno sleale opportunista che non si sarebbe fermato di fronte a nulla pur di ottenere ciò che voleva. Dal punto di vista ideologico la sua non era una posizione da comunista. Era un macellaio ed un assassino.
  • La sua arroganza e la sua perfidia crescevano in diretta proporzione col crescere continuo della sua potenza.
  • Non appena Stalin si era ammalato, Beria cominciò a vomitare odio contro di lui, a schernirlo alla presenza di tutti. Starlo a sentire era semplicemente intollerabile. Ma, cosa abbastanza interessante, appena Stalin mostrò di aver ripreso conoscenza, facendo così pensare a una possibile guarnigione, Beria si gettò in ginocchio accanto a lui, gli prese la mano e cominciò a baciarla. Quando Stalin perse di nuovo conoscenza e chiuse gli occhi, Beria si alzò in piedi sputando. Ecco il vero Beria, traditore anche verso Stalin, che tutti pensavamo ammirasse e perfino adorasse, e su cui ora sputava.
  • Chi si trovò al capezzale di Stalin ai primi di marzo del 1953 non poté non constatare come Lavrentij Pavlovič Beria, in piedi accanto al moribondo, a stento riuscisse a mascherare la sua gioia nel vedere il dittatore avvicinarsi agli ultimi attimi di vita. Da quando si erano incontrati, negli anni Venti, i due uomini avevano condiviso molte avventure. Beria, che per anni era stato uno degli uomini chiave del governo e dal quale dipendeva l'intero apparato della polizia sovietica, si era trovato al fianco di Stalin nei momenti cruciali della dittatura. Tuttavia, verso il 1950 il loro rapporto, sebbene in apparenza ancora solido, aveva iniziato a incrinarsi. Stalin aveva cominciato a diffidare di Beria e a maturare l'intenzione di disfarsi di lui; Beria ne era consapevole e aveva quindi le sue ragioni per rallegrarsi della morte del dittatore.
  • Dopo Stalin, Beria era certamente quello che, tra tutti i suoi colleghi, aveva le mani più sporche di sangue. Ma era solo una questione di gradi: sostenere che Beria fosse peggiore di Molotov, Malenkov o dello stesso Kruscev significherebbe non riconoscere che tutti ebbero la loro parte di responsabilità nei crimini commessi nell'era staliniana. Il leader sovietico non governava nel vuoto assoluto: era circondato da servili luogotenenti in competizione tra loro per conquistarne i favori.
  • Nel 1936 il culto della personalità di Beria era, dunque, ormai esploso in tutta la Transcaucasia e in particolare in Georgia; industrie, fattorie collettive, teatri, istituti scolastici, stadi, una delle più graziose piazze di Tiflis[2], e un intero distretto (rajon) portavano il suo nome. Dovunque si poteva vedere il suo ritratto, anche sui testi di scuola, accompagnato da esaltazioni della sua saggezza e del suo ingegno. La stampa riferiva instancabilmente notizie sulle sue attività e sui suoi innumerevoli incontri con lavoratori e gruppi organizzati. Nelle redazioni dei giornali affluivano lettere di operai e contadini cariche di ammirazione nei confronti di Beria; gli venivano perfino dedicate canzoni e poesie.
  • Se si confronta il destino di Stalin con quello di Beria, è difficile affermare che nella storia la giustizia abbia trionfato. Anche se è possibile che Stalin non abbia ricevuto per tempo la necessaria assistenza medica, gli fu almeno concesso di morire di morte naturale e di essere sepolto con tutti gli onori degni di un leader. Beria, invece, fu incarcerato, processato e condannato a morte, divenendo il capro espiatorio di tutti i crimini dello stalinismo. Stalin ha continuato ad avere ammiratori e apologeti anche dopo le rivelazioni di Kruscev, mentre Beria è rimasto per tutti l'assoluta incarnazione del male.
  • Un aneddoto, raccontato da un mingrelo[3], viceministro della cultura in Georgia, ci offre un quadro agghiacciante e rivelatore del tipo di relazioni interpersonali che intratteneva Beria: il funzionario era stato invitato in visita a Gagra[4] e Beria lo aveva condotto a fare un giro sul suo amatissimo motoscafo da competizione acquistato in Germania, che soleva lanciare fino a ottanta chilometri l'ora. Mentre si trovavano al largo incrociarono una giovane nuotatrice, membro della società sportiva Dinamo, che si stava allenando per una gara. Beria fermò la barca e insistette perché la ragazza salisse a bordo; quasi subito cominciò a farle delle avances nel tentativo di sedurla, malgrado fosse evidente il terrore della giovane. Dopodiché si rivolse al suo ospite e, dicendo che voleva restare solo con la donna, gli ordinò di buttarsi dalla barca e di tornare indietro a nuoto. Quando il mingrelo dichiarò di non saper nuotare. Beria lo spinse fuoribordo: se non fosse stato per le sue guardie del corpo, che osservarono la scena dalla spiaggia e mandarono subito una barca a salvarlo, il povero funzionario sarebbe annegato. Eppure non ebbe mai il coraggio di rinfacciare a Beria questo episodio e continuò a recarsi nella sua dacia.

Note

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  1. (RU) Citato in A. I. Kokurin e A.I Požarov, Novij kurs L.P.Berii; in Istoričevskij archiv, 4, 1996, pp. 132-164; citato in Andrea Graziosi, L'Unione Sovietica in 209 citazioni, Il Mulino, Bologna, p. 133. ISBN 88-15-11282-0
  2. Variante di Tbilisi, capitale e maggiore città della Georgia.
  3. Mingrelia, regione storica della Georgia; anche Beria era originario di quella regione.
  4. Città sulla costa del Mar Nero, celebre meta turistica ai tempi dell'Unione Sovietica.

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