Madeline Miller

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Madeline Miller nel 2013

Madeline Miller (1978 – vivente), scrittrice statunitense.

Incipit di alcune opere[modifica]

La canzone di Achille[modifica]

Mio padre era un re, figlio di re. Come la maggior parte di noi, non era molto alto e aveva la corporatura di un toro, era tutto spalle. Sposò mia madre quando lei aveva quattordici anni, dopo che la sacerdotessa gli aveva assicurato che sarebbe stata feconda. Era un buon accordo: lei era figlia unica e tutte le fortune del padre sarebbero andate a suo marito.
Fu solo durante le nozze che lui si rese conto che mia madre era debole di mente. Il padre di lei aveva fatto in modo di tenerla velata fino alla certimonia e mio padre aveva accettato di buon grado. Se fosse stata brutta, c'erano sempre le schiave e i giovani servitori. A quanto si dice, quando alla fine venne scostato il velo, mia madre sorrise. E fu così che mio padre capì che era idiota. Le spose non sorridono.
Quando partorì me, un maschio, mio padre mi sfilò dalle sue braccia e mi passò a una levatrice. Mossa a compassione, la donna diede a mia madre un cuscino da stringere al mio posto. Lei lo abbracciò. Non parve notare alcuna differenza.
Ben presto, mi rivelai una delusione: piccolo e sottile. Non ero veloce. Non ero forte. Non sapevo cantare. La cosa migliore che si poteva dire di me era che non ero cagionevole. I malanni e i crampi che affliggevano gli altri bambini non mi sfioravano nemmeno. Questo non faceva altro che insospettire mio padre. Ero forse una creatura umana? Mi studiava accigliato, mi teneva d'occhio. Quando sentivo il suo sguardo su di me, mi tremavano le mani. E poi c'era mia madre, che non era capace di bere senza versarsi il vino addosso.

Circe[modifica]

Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero. Mi chiamarono ninfa, presumendo che sarei stata come mia madre, le zie e le migliaia di cugine. Ultime fra le dee minori, i nostri poteri erano così modesti da garantirci a malapena l'immortalità. Parlavamo ai pesci e coltivavamo fiori, distillavamo la pioggia dalle nubi e il sale dalle onde. Quella parola, ninfa, misurava l'estensione e l'ampiezza del nostro futuro. Nella nostra lingua significa non solo dea, ma sposa.
Mia madre era una di loro, una naiade, guardiana di fiumi e sorgenti. Aveva catturato lo sguardo di mio padre quando lui era in visita al palazzo di Oceano, il padre di lei. In quei giorni, Elios e Oceano condividevano spesso il desco. Erano cugini, e di pari età, sebbene non lo sembrassero. Mio padre risplendeva luminoso come bronzo appena forgiato, mentre Oceano era nato con occhi rugiadosi e una barba bianca fino alla cintola. Eppure erano titani entrambi, e preferivano la compagnia reciproca a quella degli dèi nuovi di zecca in cima all'Olimpo, che alla creazione del mondo non avevano assistito.
Il palazzo di Oceano era un immenso prodigio, incassato nella profondità della roccia. Le sue mura sormontate da arcate erano rivestite d'oro, i pavimenti di pietra levigati da secoli di passi divini. Ogni stanza era percorsa dal debole scorrere di Oceano, sorgente originaria di tutte le acque dolci del mondo, fiume scuro al punto che non si distingueva dal suo letto roccioso. Sulle sue rive crescevano erba e fiori di un grigio tenue, oltre agli innumerevoli figli di Oceano, naiadi, ninfe e divinità fluviali. Agili come lontre e ridenti, i volti che si stagliavano luminosi nell'aria fosca, si passavano coppe dorate e si azzuffavano, disputando giochi d'amore. In mezzo a loro, a eclissare tutta quella candida bellezza, sedeva mia madre.

Bibliografia[modifica]

  • Madeline Miller, La canzone di Achille, traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini, Marsilio, 2013. ISBN 978-88-317-8098-8
  • Madeleine Miller, Circe, traduzione di Marinella Magrì, Marsilio, Venezia, 2019. ISBN 978-88-454-0034-6

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