Mario Trevi (psicoanalista)

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Mario Trevi (1923 – 2011), psicoanalista italiano.

Citazioni di Mario Trevi[modifica]

  • Al termine di una commemorazione di Karl Jaspers [...] mi venne rivolta una domanda inaspettata. Ottavio Rosati, riferendosi a quanto io avevo detto circa la verità secondo Jaspers, che è sempre unica e molteplice, una (e perciò universale) e singola (e perciò radicata nell'inconfrontabilità di ogni esistenza individuale), mi chiese se poteva esistere un qualche nesso tra Jaspers e Pirandello. Io fui al contempo grato e sconvolto dalla domanda. [...] Tommaseo distingue sottilmente tra sospetto e diffidenza. Esemplificando con la popolare saggezza del veneto, dice che noi sospettiamo di una donna che ci tradisce ma diffidiamo di una donna il cui comportamento potrebbe comprendere anche il tradimento ma non lo implica necessariamente. Chi sospetta sa già di che cosa sospettare, chi diffida non lo sa: sa che la verità va cercata e, in questa consapevolezza, mette in questione sé stesso.[1]
  • Come si fa a comunicare a una persona sofferente di invidia e pertanto di sentimento di inferiorità e insicurezza, la ricchezza inconfrontabile del suo universo di rapporti interpersonali e del suo mondo interiore? Sappiamo, per esperienza che ogni discorso razionale fallisce in questo tentativo. I Chassidim raccontavano la storia di Rabbi Zusya che, un momento prima di morire, a un allievo che gli chiedeva se fosse preoccupato per la morte rispose: "Nell'aldilà non mi sarà chiesto perché non sono stato Mosè, ma mi verrà chiesto perché non sono stato Zusya".[2]
  • Io divenni amico di Fellini negli ultimi anni della sua vita. Un giorno mi cercò e al momento non ne compresi la ragione. Scherzando mi capitò più volte di chiederglielo. Su questo punto evitava di rispondermi. Poi, ho capito che mi aveva cercato perché ero il più vecchio allievo di Bernhard e lui voleva, attraverso me, assorbire gli ultimi sprazzi di quel mondo e di quella intelligenza».[3]
  • Pensi a quel prototipo creato da Stevenson con Dottor Jeckyll e Mister Hyde. Stevenson era un vittoriano legato a una morale solida e pregevole. Una volta avanzai un' ipotesi scherzosa: immaginai un dottor Jeckyll coerente che si concilia con mister Hyde. Ne conclusi che entrambi avevano la loro funzione nella vita.[3]

Citazioni su Mario Trevi[modifica]

  • Il mio maestro Mario Trevi cominciava a sembrare colpito dalla mia richiesta di una valutazione [su Da Storia nasce Storia] e mi fece una confessione degna di un consulente editoriale giapponese: aveva immaginato che avrei sopravvalutato il suo parere perciò, sapendo che quel tipo di lavoro gli sarebbe riuscito estraneo, aveva preferito non guardare mai il mio programma in televisione [...] Desiderai non aver cominciato quel discorso. Ma ormai il guaio era fatto. Il maestro aggiunse: "Mi creda: il mio è stato un eccesso di affetto paterno, non un segno di indifferenza". L'ora era più che scaduta e ci avviammo verso l'anticamera. Lì accadde qualcosa che non potrò mai dimenticare. Non dovevo avere un aspetto rassicurante e, forse preoccupato che scivolassi per le scale, il maestro volle darmi un ultimo sostegno. Mi strinse la mano e disse: "Glielo ripeto, caro Ottavio: non confonda la mia indifferenza per affetto paterno." [...] Egli chiuse la porta. Fermo sul pianerottolo me la aggiustai pensando che quello di Trevi non poteva essere un banale lapsus freudiano: doveva essere un lapsus neojunghiano. (Ottavio Rosati)

Note[modifica]

  1. Da Pirandello e Jaspersin Atti dello psicodramma, n. 8 'Questa sera si recita a soggetto', a cura di Ottavio Rosati, Ubaldini, Roma, 1983, p. 43, CL 03-0788-2.
  2. Dal radio documentario di Ottavio Rosati La mia voce ti accompagnerà, Rai Radio3, 1985; quinta parte disponibile su Youtube.com
  3. a b Citato in Antonio Gnoli, Mario Trevi: Da Jung a Fellini amo le zone d'ombra, la Repubblica, 29 giugno 2010.

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