Robert Louis Stevenson

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Robert Louis Stevenson, ritratto del conte Girolamo Nerli, 1892

Robert Louis Balfour Stevenson (1850 – 1894), scrittore e poeta scozzese.

Citazioni di Robert Louis Stevenson[modifica]

  • Chiunque abbia diligenza, carta e tempo sufficienti è in grado di scrivere un racconto breve – un racconto scadente, voglio dire; ma non tutti possono aspirare a scrivere un romanzo, sia pure scadente. È la lunghezza che ammazza.[1]
  • Esiste una specie di morti viventi, di gente banale che a malapena ha coscienza di esistere se non nell'esercizio di qualche occupazione convenzionale. Portateli in campagna o imbarcateli su una nave e vedrete quanto si struggeranno di nostalgia per il lavoro o il loro studio. Non sono mossi da curiosità, non sanno abbandonarsi alle sollecitazioni del caso, non provano piacere nel mero esercizio delle loro facoltà, e, a meno che la necessità non li incalzi minacciandoli con un bastone, non muoveranno un dito. Non vale la pena di parlare con gente simile: sono incapaci di abbandonarsi alla pigrizia, la loro natura non è abbastanza generosa; e trascorrono in una specie di coma le ore che non sono applicate a una frenetica furia di arricchirsi.[2]
  • Essere ciò che siamo, diventare ciò che siamo capaci di diventare, questo è il solo fine della vita.[3]
  • Il primo dovere di un uomo è parlare; è questa la sua principale ragione di vita.[4]
  • Il turismo è l'arte della delusione.[5]
  • In fin dei conti i luoghi comuni sono le grandi verità poetiche.[6]
  • La politica è forse l'unica professione per la quale non si considera necessaria nessuna preparazione specifica.[7]
  • La vita è mostruosa, infinita, illogica, improvvisa e straziante; l'opera d'arte, al confronto, è nitida, finita, conchiusa in sé, razionale, corriva e slombata.[8]
  • Mi dicono che al mondo ci sono persone non attratte dalle mappe; mi riesce difficile crederlo. I nomi, l'aspetto delle foreste, i percorsi delle strade e dei fiumi, il tracciato preistorico dell'uomo ancora chiaramente riconoscibile su per le colline e giù nelle valli, i mulini e le rovine, gli stagni e i traghetti, e magari il Monolite o il Circolo Druidico sulla landa: tutte riserve inesauribili d'interesse per chi abbia occhi per vedere e un briciolo d'immaginazione per lavorarci su. Ognuno ricorda di aver posato il capo sull'erba quando è stato bambino, e di aver sbirciato dentro quella foresta infinitesima, vedendola popolarsi di eserciti fatati.[1]
  • Odio il cinismo più del diavolo; a meno che siano la stessa cosa.[9]
  • Ognuno vive vendendo qualcosa.[10]
  • Per ogni cosa ci sono due parole, una che ingrandisce e una che rimpicciolisce.[11]
  • Sotto l'immenso volto stellato | ch'io sia sepolto, ch'io sia lasciato. || Lì si riposi chi, ormai quieto, | viveva lieto, lieto morì. || Tu solo questo scrivi per me: | quivi lui dorme ove volle, ov'è. || Così si torna dai flutti foschi, | così, la sera, a casa dai boschi. [Epitaffio][12]
  • Tutti, prima o poi, siedono a un banchetto di conseguenze.[13]
  • Una fame di cose senza speranza bracca i nostri spiriti per tutta la vita.[14]

Il Giudice[modifica]

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  • Kirstie era una donna come se ne trova una su mille, pulita, capace, buona massaia; ai suoi temi un' Elena di campagna, e ancora bella come un cavallo di razza e sana come il vento delle colline. Viva di carni, di colorito e di voce, governava la casa con tutta la sua anima impetuosa, sempre in faccende, non senza distribuire qualche scappellotto. Religiosa giusto quel tanto che le convenzioni allora richiedevano, era per Mrs. Weir cagione di molte ansie e di molte lacrimose preghiere.
  • Per Mrs. Weir tutta la filosofia della vita era condensata in una sola parola: tenerezza. Secondo il suo concetto, l'universo era tutto attraversato dal bagliore delle porte infernali, e i buoni dovevano attraversarlo come in un'estasi di tenerezza.
  • Nel 1804, all'età di sessant'anni, Gilbert incontrò una fine che potrebbe dirsi eroica. Lo aspettavano a casa dal mercato. Si sapeva che quel giorno avrebbe portato a casa un bel po' di denaro: la voce ne era corsa apertamente. Il laird aveva mostrato le sue monete, e c'era una masnada di loschi vagabondi, la schiuma di Edimburgo, che aveva lasciato il mercato molto prima che annottasse, mettendosi per la strada di Hermiston tra le colline. Improvvisamente al guado delle Broken Dykes questo canagliume si abbatté sul laird, sei contro uno, e lui per tre quarti addormentato, perché aveva bevuto parecchio.

L'isola del tesoro[modifica]

Incipit[modifica]

Richard Ambrosini[modifica]

Il signor Trelawney, il dottor Livesey e gli altri gentiluomini mi hanno chiesto di mettere per iscritto tutti i dettagli riguardanti l'Isola del Tesoro, dal primo all'ultimo, senza omettere nulla salvo la posizione dell'isola, e questo solo perché una parte del tesoro non è stata ancora portata alla luce. Perciò nell'anno di grazia 17... prendo in mano la penna e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda dell'"Ammiraglio Benbow" e al giorno in cui il vecchio uomo di mare, abbronzato e sfregiato da una sciabolata, prese per la prima volta alloggio sotto il nostro tetto.

Alessandra Osti[modifica]

Essendomi stato chiesto dal nobile Trelawney, dal dottor Livesey e dagli altri gentiluomini, di scrivere con ogni dettaglio dell'Isola del Tesoro, dall'inizio alla fine, senza tralasciare nulla a parte il luogo in cui l'isola si trova, e ciò solo perché c'è ancora una parte del tesoro che deve essere prelevata, nell'anno di grazia 17- prendo in mano la penna e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda Admiral Benbow e il vecchio marinaio dalla pelle scura, con il taglio di sciabola, venne per la prima volta ad abitare sotto il nostro tetto.

Lilla Maione[modifica]

Essendo stato incaricato dal conte Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della compagnia di mettere per iscritto tutti i particolari riguardanti la vicenda dell'Isola del Tesoro, dal principio alla fine, tacendo null'altro che la posizione dell'isola, e questo solo perché non è stato dissotterrato tutto il tesoro, prendo la penna nell'anno di grazia 17.. e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda Ammiraglio Benbow, e il vecchio marinaio col viso bruciato dal sole e sfregiato da un taglio di sciabola prese alloggio sotto il nostro tetto. (p. 41)

Citazioni[modifica]

  • Quindici uomini sulla cassa del morto | Io-ho-ho, e una bottiglia di rum! [Canzone] (Lilla Maione, p. 41)

Explicit[modifica]

I lingotti d'argento e le armi si trovano tuttora, per quel che ne so io, dove Flint li ha sotterrati; e per quanto mi riguarda, possono restare dove sono. Neppure un carro di buoi riuscirebbe a trascinarmi di nuovo su quell'isola maledetta; e i miei incubi peggiori sono quelli nei quali odo i frangenti tuonare lungo le sue coste, o quando sobbalzo nel letto, con la stridula voce del Capitano Flint che mi rimbomba nelle orecchie: "Pezzi da otto! Pezzi da otto!". (Lilla Maione, p. 270)

Citazioni su L'isola del tesoro[modifica]

  • Se ci fu mai poema che ricostruì, che 'fermò' – non rimpianse, o ricordò, o commentò, o tentò idealizzare secondo il vezzo lunare di ieri – quei nostri giorni, e sensazioni, e colori, e proporzioni, e desideri e maschi rilievi e ingenuo amore di stragi e innocenti ferocie e ogni altro aspetto di quei nostri giorni, è appunto il libro di Stevenson. (Silvio D'Arzo)

La freccia nera[modifica]

Incipit[modifica]

Un pomeriggio di tarda primavera, a Tunstall si sentì suonare la campana del castello di Moat House ad un'ora insolita. Lontano e vicino, nella foresta e nei campi lungo il fiume, la gente cominciò a lasciare i lavori e ad affrettarsi verso la sorgente del suono; nel piccolo villaggio un gruppo di poveri contadini si era già riunito chiedendosi il motivo della convocazione.
[Del Drago, traduzione di Rossana Guarnieri]

Citazioni[modifica]

  • Avevo quattro frecce nere infilate nella cintura | quattro per i dolori che ho patito | quattro per altrettanti malvagi | che m'hanno oppresso in varie occasioni. | Una è partita, spedita bene: | il vecchio Appleyard è morto. | Una è per Mastro Bennet Hatch | che incendiò Grimstone, case e tetti. | Una per Sir Oliver Oates | che a Sir Harry Shelton tagliò la gola. | Sir Daniel, voi avrete la quarta | e crediamo che ci divertiremo. | Avrete ognuno la vostra parte, | una freccia nera a ogni cuor nero. | Inginocchiatevi pure a pregare! | Siete tutti maledetti ladroni. || John Rimedia-tutto del Bosco Verde e la sua gaia brigata. || Item, abbiamo altre frecce e robuste corde di canapa per altri del vostro seguito. (1994)
  • "Volete sparare alla luna con un fucile di sambuco?" (1994)
  • Allor s'alzò a parlare il buon re dei corsari: | – Che fate là compagni, tra le verdi foreste? | E Gamelyn rispose, senza guardare a terra: | – Deve battere i boschi chi non può entrare in paese. (1994)
  • Tra i verdi boschi non abbiamo leggi | né conosciam la fame. | Tranquilli e lieti abbiamo un cervo a pranzo, | quando viene l'estate. | Quando torna l'inverno e piogge e venti | porta, con nevi e gelo, | tornate incappucciati e accanto al fuoco | lieti mangiate. (1994)
  • "Date la parola d'ordine, Senza-legge!" rispose l'altro. | "Che il cielo ti rischiari le idee, grande idiota!" rispose Senza-legge. "Non te l'ho detto? Ma voi avete la mania di giocare ai soldati. Quando siamo nel bosco, stiamo alle maniere del bosco, e la mia parola d'oggi è: «Al diavolo questa buffonata soldatesca!»". (1994)
  • "Allo sleale e feroce Sir Daniel Brackley: Trovo che sia stato sleale e malvagio fin dall'inizio. Voi avete le mani sporche del sangue di mio padre; sta bene, non si laverà. Un giorno o l'altro sarete ucciso da me, sappiatelo; e sappiate, inoltre, che se voi cercate di sposare a qualche altro la signorina Joanna Sedley ch'io stesso con giuramento solenne ho promesso di sposare, il colpo sarà prontissimo. Il primo passo su questa via sarà il vostro primo passo verso la morte." (1994)
  • "Signore," disse l'arciere "avete agito bene per York e meglio ancora per voi stesso. Nessun uomo è entrato tanto nelle grazie del duca in così breve tempo. È straordinario che abbia affidato un posto come questo a uno che non conosceva! Ma attento alla vostra testa, Sir Richard! Se vi lasciate battere... se retrocedete di un palmo... il castigo sarà scure o corda; e se faceste qualche gesto ambiguo, io sono qua, ve lo dico onestamente, per pugnalarvi alla schiena." (1994)
  • Per la prima volta iniziò a comprendere il gioco disperato che noi giochiamo nella vita, per la prima volta comprese come una cosa una volta fatta non può più essere cambiata o riparata da nessuna ammenda. (1994)
  • "È nera la freccia?" balbettò.
    "È nera." Rispose Dick. (1994)

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde[modifica]

Incipit[modifica]

  • L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni.
    [Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, traduzione di Oreste Del Buono, RCS Libri, 2002]

Citazioni[modifica]

  • È dunque da attribuirsi più all'esigente natura delle mie aspirazioni che a una mia speciale degradazione, il motivo per cui si separarono in me, con un solco più profondo, le regioni del bene e del male che dividono e compongono ad un tempo la duplice natura dell'uomo. Per quanto io fossi preda di un profondo dualismo, le due nature in me coesistevano in perfetta buona fede, ed ero ugualmente me stesso sia quando, sciolto ogni freno, ero immerso nella vergogna, sia quando mi affaticavo a lavorare per il progresso della scienza o per dare sollievo al dolore e alla sofferenza.
  • E ora concludiamo. Volete essere saggio? Volete un buon consiglio? Permettete che io prenda questo bicchiere in mano, e me ne vada dalla vostra casa senza ulteriori parole? Oppure la curiosità domina in voi? Pensateci, prima di rispondere, perché sarà fatto quello che deciderete voi. Se deciderete di lasciarmi andare, resterete come prima, né più ricco né più saggio, a meno che la coscienza di un servigio reso ad un uomo in un momento di disperazione mortale non possa essere considerata come una specie di ricchezza spirituale. Oppure se preferite sapere, tutto un nuovo mondo di cognizioni, nuove vie verso la fama ed il potere vi saranno aperte davanti, qui, in questa stanza, in questo stesso attimo; la vostra vita sarà abbagliata da un prodigio tale da scuotere l'incredulità di Satana. (Edward Hyde)
  • Il lato perverso della mia natura, era meno sviluppato del lato buono di cui m'ero spogliato; e con questo si spiega il fatto che Edward Hyde era tanto più basso e giovane di Henry Jekyll. Come la bontà splendeva nell'aspetto dell'uno, così la depravazione era scritta sul volto dell'altro. Il male (che credo sia la parte mortale dell'uomo) lasciava su quel corpo un'impronta di deformità e di decadenza. Eppure, guardando quella brutta immagine allo specchio, non provavo alcuna ripugnanza, ma un moto di soddisfazione. Anche questo ero io.
  • Ma, facendo uscire sempre più spesso da me Hyde, la sua natura si rafforzava. Capii che se avessi continuato sarei divenuto lui in maniera permanente, e che si trattava di scegliere in termini definitivi.
  • Morirà Hyde sulla forca? O troverà all'ultimo momento il coraggio di uccidersi? Lo sa Dio: a me è indifferente. Questa è la vera ora della mia morte, e quel che seguirà riguarda un altro, non me. Ecco dunque: nell'atto di deporre la penna e di sigillare la mia confessione, io metto fine alla vita di questo infelice Henry Jekyll.

Janet la Storta[modifica]

Incipit[modifica]

Il Reverendo Murdoch Soulis fu per lungo tempo curato della parrocchia di Balweary, nella valle del Dule, nella brughiera. Era un vecchio dall'aspetto severo, pallido in volto, che incuteva timore in chi lo ascoltava: trascorse gli ultimi anni della sua vita completamente solo, senza parenti né domestici, nel piccolo e isolato presbiterio sotto l'Hanging Shaw. Nonostante la ferma compostezza dei suoi lineamenti, aveva lo sguardo agitato, spaventato, incerto; e quando si soffermava, durante le confessioni, sul futuro dell'uomo impenitente, sembrava che il suo occhio penetrasse attraverso le tempeste del tempo fino ai terrori dell'eternità.
[Robert Louis Stevenson, Janet la storta, traduzione di Riccardo Reim, Newton & Compton, 1995]

Citazioni[modifica]

  • Gli occorreva una donna anziana e per bene che badasse alla canonica. Gli fu raccomandata una vecchia, a nome Janet McClour, ed egli si lasciò persuadere troppo facilmente, senza ascoltare nessuno; molti infatti lo avevano avvertito che era una persona sospetta.
  • Janet parlava poco; di solito la gente la lasciava andare per la sua strada e lei faceva altrettanto senza neppure dir buongiorno o buonasera, ma quando ci si metteva aveva una lingua da assordare un mugnaio.

Virginibus puerisque[modifica]

  • Chi mostra di essere troppo diligente, a scuola o nella vita, in chiesa o al mercato, mostra un sintomo di scarsa vitalità.
  • I libri sono abbastanza buoni in sé, ma sono un ben pallido sostituto della vita.
  • Il matrimonio è simile alla vita in questo: che è un campo di battaglia, e non un letto di rose. (2004)
  • Il tempo in genere è bello, quando la gente si corteggia. (2004)
  • L'uomo è una creatura che non vive di solo pane, ma principalmente di frasi fatte. (2004)
  • Le bugie più crudeli sono spesso dette in silenzio. Un uomo può essere rimasto seduto in una stanza per ore senza aprir bocca, e tuttavia uscire da quella stanza come un amico sleale o un vile calunniatore. (2004)
  • Non c'è dovere che sottovalutiamo tanto quanto quello di essere felici.
  • Potete leggere Kant da solo, se volete; ma uno scherzo va diviso con qualcuno. (2004)
  • Vecchi e giovani stiamo tutti facendo la nostra ultima crociera.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il ladro di cadaveri[modifica]

Tutte le sere dell'anno, nella saletta del "George" a Debenham, c'eravamo noi quattro: l'impresario di pompe funebri, l'oste, Fettes e io. A volte c'era anche qualcun altro; ma, vento, pioggia, neve o grandine che fosse, noi quattro eravamo sprofondati ognuno nella sua poltrona particolare. Fettes era un vecchio scozzese ubriacone, ed evidentemente un uomo istruito e con qualche proprietà, dato che viveva da ignavo. Era arrivato a Debenham anni prima, ancora giovane, e poiché aveva continuato a viverci ne era diventato cittadino d'adozione.
[Robert Louis Stevenson, Il ladro di cadaveri, traduzione di Riccardo Reim, Newton & Compton, 1999]

Citazioni su Robert Louis Stevenson[modifica]

  • Fin dall'infanzia, Robert Louis Stevenson è stato per me una delle forme della felicità. (Jorge Luis Borges)
  • Nella categoria degli scrittori vi sono quelli che, per formazione appunto genetica, e solo successivamente culturale, hanno la vocazione del viaggio, dei viaggi, del nomadismo e dell'esotismo. Tra costoro, tra i padri, va annoverato R. L. Stevenson che tanto doveva peregrinare intorno al mondo per pescare infine nel più profondo e statico fondo della sua natura con il capolavoro: L'isola del Tesoro, luogo e viaggio nati esclusivamente dalla sua fantasia. Ma non ci sarebbe stata Isola del tesoro se non fossero nati prima tutti quei libri di viaggi intorno al mondo. (Goffredo Parise)
  • Stevenson è più appassionato, più diverso, più lucido, forse più degno della nostra assoluta amicizia di quato lo sia Chesterton; ma gli argomenti che Stevenson governa sono inferiori. (Jorge Luis Borges)

Note[modifica]

  1. a b Da Il mio primo libro: L'isola del tesoro, The Idler, 6 agosto 1894; ed. it. in Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Lilla Maione, Universale Economica Feltrinelli, X ed., Milano, 2014, pp. 273-284.
  2. Da In difesa dei pigri, traduzione di S. Colpi, Archinto, Milano, 2002.
  3. Citato in Selezione dal Reader's Digest, dicembre 1962.
  4. Da Memorie e ritratti.
  5. Citato in Focus, n. 89, p. 150.
  6. Da Weir di Hermiston.
  7. Da Familiar studies of men and book.
  8. Da Un'umile rimostranza; citato in Lilla Maione, introduzione a L'isola del tesoro, traduzione di Lilla Maione, Universale Economica Feltrinelli, X ed., Milano, 2014, p. 32.
  9. Da Walt Whitman.
  10. Da Attraverso le pianure.
  11. Da Il signore di Ballantrae.
  12. Traduzione di Giorgio Bassani. Citato in Domenico Scarpa, L'arcipelago, prefazione a Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Lilla Maione, Universale Economica Feltrinelli, X ed., Milano, 2014, p. 25
  13. Citato in Will Tuttle, Cibo per la pace, traduzione di Marta Mariotto, Sonda, Casale Monferrato, 2014, p. 145. ISBN 978-88-7106-742-1
  14. Citato in Focus, n. 67, p. 169.

Bibliografia[modifica]

  • Robert Louis Stevenson, Il ladro di cadaveri, traduzione di Riccardo Reim, in "Storie dell'orrore", a cura di Gianni Pilo, Newton & Compton, 1999. ISBN 8882892492
  • Robert Louis Stevenson, Janet la storta, traduzione di Riccardo Reim, in "Storie di fantasmi", a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton & Compton, 1995.
  • Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Richard Ambrosini, Garzanti, 2000.
  • Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Alessandra Osti, la Biblioteca di Repubblica, 2004.
  • Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Lilla Maione, Universale Economica Feltrinelli, X ed., Milano, 2014. ISBN 978-88-07-90139-3
  • Robert Louis Stevenson, La freccia nera, Fratelli Melita Editori, 1994. ISBN 8840374639
  • Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, traduzione di Oreste Del Buono, RCS Libri, 2002.
  • Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, traduzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi, 2006.
  • Robert Louis Stevenson, Virginibus puerisque, a cura di A. Minucci, Robin Edizioni, 2004.

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