Marvin Hagler

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Marvin Nathaniel Hagler (1954 - vivente) pugile statunitense

Citazioni di Marvin Hagler[modifica]

  • Io per vincere il titolo dei pesi medi ci ho messo sette anni e 50 combattimenti. Oggi diventi campione in fretta, affrontando sconosciuti, selezionando i tuoi avversari, dicendo questo sì, questo no, e altrettanto in fretta te ne vai senza lasciare traccia. Io i grandi li ho sfidati tutti: Duran, Hearns, Mugabi, Leonard. Hamsho mi ha lasciato il ricordo di cinque punti di sutura, ma lui ne ha avuto bisogno di 55 all'ospedale. [1]
  • Eravamo sei figli cresciuti da una madre sola. Ci siamo trasferiti a Brockton, in Massachusetts, la città di Rocky Marciano, perché casa nostra a Newark era bruciata nella rivolta del '67. Sparavano, ci nascondevamo sotto il letto, io correvo molto e rubavo un po', ho lasciato scuola presto per lavorare in cantiere. Mattoni e calce per tre dollari al giorno. A 15 anni sono entrato nella palestra di Pat e Goody Petronelli, emigranti italiani, hanno falsificato la mia data di nascita per farmi esordire, altrimenti ero troppo giovane. Il primo avversario è stato un tipo [...] che mi aveva fatto un occhio nero in una lite in discoteca [...]. A questo serviva la boxe: a riparare i conti della vita.[1]
  • [Dopo aver vinto contro Alan Minter nel 1980] Lui aveva continuato a dire che non avrebbe mai perso la corona con un nero. Come fossimo una specie inferiore. Ok, venivo da un ghetto, ma volevo riprendermi quello che la società mi aveva tolto.[1]
  • [A proposito dei ragazzi di oggi (2014)] I ragazzi vanno ai talent show, ai reality. Vogliono diventare famosi in tv, si divertono a stare lì a parlare e a pettinarsi. Soffrire e piangere perché sei stato eliminato? Ma dai, ridicolo. Io mi allenavo a Cape Cod, nei motel chiusi per l'inverno, nebbia e tramontana, e correvo con gli stivali da guerra, altro che scarpette. [1]
  • I pesi massimi di oggi sono bestioni lenti, scarsi, incapaci. Non hanno tecnica, sono solo grossi, non lavorano in palestra.
  • [A proposito della madre] Il sangue non la spaventava, veniva a tutti i miei incontri, era la prima ad urlare: uccidilo. Sul ring devi picchiare se non vuoi finire tu cadavere.[1]
  • Continuavo a dirmi: sacrifici e devozione, è stata lunga e dura la strada, ma mi ha ripagato.[...] Anche economicamente. Non sono in disgrazia come tanti ex pugili, Tyson compreso. Mi è servito vedere Joe Louis a Las Vegas nell'atrio dell'albergo, in attesa che gli mollassero qualche dollaro, e anche Joe Walcott ad Atlantic City, quasi a chiedere l'elemosina. Non farò questa fine, mi ero promesso.[1]
  • L'ho cercata io, ero nato per fare la boxe [...] mi ha anche indicato la strada per una vita migliore. Perché sono convinto che lo sport e la scuola siano la chiave del successo [...] A me ha cambiato la vita, ma è uno sport che devi amare se vuoi farla seriamente.[2]
  • Non c’è dubbio che il pugilato sia una Noble Art se lo fai nella maniera giusta con persone esperte... perché se vogliamo parlare di violenza, allora oggi ci sono altri sport molto più violenti.[2]
  • È normale avere paura quando sali sul ring, ogni volta è sempre come fosse la prima. E quando hai paura capisci che devi stare attento e concentrato, non puoi permetterti distrazioni sul ring.[2]
  • Fare il pugile è un lavoro, non è un divertimento. Sul ring non c'è tempo per lasciarsi andare alle emozioni, quando si sale sul quadrato ci sei solo tu e l'avversario... e se poi vinci, ecco: allora sei felice.[2]

Note[modifica]

  1. a b c d e f Da un'intervista di Emanuela Audisio Hagler: "La boxe è sparita, ai giovani piace piangere in tv", La Repubblica.it, 31 marzo 2014.
  2. a b c d Da un'intervista di Emanuela Audisio "Io, Marvin Hagler, ho sofferto tanto ma la boxe mi ha insegnato a vivere", Il Giorno.it, 16 dicembre 2016.

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