Michele Ciliberto

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Michele Ciliberto (1945 – vivente), filosofo e storico della filosofia italiano.

Citazioni di Michele Ciliberto[modifica]

  • Di Giovanni Mocenigo si possono dire – e pensare – molte cose; ma nella sua denunzia dice, sostanzialmente, la verità: riferisce cose che Bruno aveva certamente detto, preso anche dal gusto di sbalordire con le sue affermazioni quel nobile veneziano un po' stolido e tardo, cercando di fargli ben capire con chi aveva a che fare, quale uomo stesse ospitando in casa sua. Del resto, è lo stesso atteggiamento che tiene anche in carcere, dicendo ad alta voce cose che avrebbe fatto bene a tenersi per sé, come l'andamento del processo avrebbe puntualmente mostrato. Era fatto così: non resisteva all'idea di colpire gli interlocutori, anche quelli come Mocenigo, per i quali nutriva profonda disistima, se non vero e proprio disprezzo.[1]

Introduzione a Bruno[modifica]

Incipit[modifica]

«Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato e allevato in quella città, e la professione mia è stata ed è di littere e d'ogni scienza.»

Citazioni[modifica]

  • Ma pur animato da un'acre amarezza e da un acuto e forte risentimento verso il mondo fin dagli anni giovanili, il Nolano aveva un carattere dispostissimo a godere delle gioie del mondo: «buon compagnietto, epicuro per la vita», lo definisce Jacopo Corbinelli che lo aveva in simpatia; «mi disse, che gli piacevano assai le donne, e che non aveva ancora arrivato al numero di quelle de Salomone, e che la Chiesa faceva un gran peccato nel far peccato quello con cui si serve così bene alla natura, e che lui lo aveva per grandissimo merito». (p. 4)
  • È probabile che egli si fosse, infine, deciso a entrare in convento non vedendo altre vie che gli potessero consentire di continuare a studiare. (p. 9)
  • Stava cominciando a interrogarsi su quello che per Bruno sarà sempre un punto teorico capitale, dalle straordinarie implicazioni: sulla incommensurabile distanza fra finito e infinito, fra ente e accidente, fra uomo e Dio. (p. 14)
  • Tratti che campeggiano poi nel Candelaio, nel quale è descritta una società senza virtù, senza giustizia, senza pudore e carità. (p. 21)
  • Una delle sue ambizioni fondamentali fu sempre quella di ottenere un insegnamento, di avere una cattedra. (p. 24)
  • In conclusione: fra la conoscenza di dio e la conoscenza dell'uomo non c'è rapporto, o proporzione; ciò che è proprio di dio, non appartiene all'uomo. O meglio, fra la conoscenza dell'uno e dell'altro si dà lo stesso rapporto che c'è fra l'ombra e la luce: fra l'idea e la sua ombra. (p. 33)
  • Nel Cantus Circaeus, invece, balza in primo piano quello che è un altro motivo strutturale della «mente» del Nolano: la problematica di ordine morale. (p. 38)
  • Nella Cena de le Ceneri sviluppa una concezione dell'esegesi biblica che, delimitando con rigore i campi rispettivi dell'una e dell'altra, mira a stabilire le condizioni di una positiva «convivenza» fra Scrittura e «musa nolana». (p. 51)
  • Al pensiero di Bruno è radicalmente estraneo il concetto di «creazione», così come gli è estraneo il concetto della morte. (p. 72)
  • In altre parole, nello Spaccio Bruno liquida in via definitiva, e in modo esplicito, il modello cristiano di creazione. (p. 86)
  • In effetti, fra Spaccio e Cabala c'è una diversità su questo punto: nel primo la punta della critica è rivolta anzitutto contro Lutero e i suoi seguaci, mentre nella seconda è sotto tiro il ciclo ebraico-cristiano nella sua complessità. (p. 93)
  • Decise di morire dopo otto anni di durissima lotta, in piena consapevolezza. (p. 134)

Note[modifica]

  1. Da Giordano Bruno, angelo della luce tra disincanto e furore, in Giordano Bruno, Dialoghi filosofici italiani, Mondadori, Milano, 2000, pp. LXVI-LXVII. ISBN 88-04-47416-5

Bibliografia[modifica]

  • Michele Ciliberto, Introduzione a Bruno, Laterza ed., Bari, 1996.

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