Michele Saponaro

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Michele Saponaro (1885 – 1959), scrittore italiano.

Peccato[modifica]

Incipit[modifica]

Roma-Pescara: notte. Son partito da Roma poco dopo il tramonto, arriverò a Pescara poco prima dell'alba. Un viaggio lento tra i monti della Marsica devastati e desolati. La notte è tenebrosa, ventosa, ancora in quest'annunzio di primavera, su questi monti deserti di vita, fredda. Pioviccica: batte l'acqua sui vetri a sferzate: nelle pause del cammino, per ogni stazione, si ode l'ululo del vento tra gli eucalitti. Molta gente nel mio scompartimento: siamo appunto in otto, quanti il regolamento ne consente: si dormirà con la schiena ritta, chi ci riesce. Uomini e donne. Una signora, schiacciata presso l'usciolo del corridoio, scompare dietro il ventre monumentale d'un maschio enorme che forte ha bevuto e più forte russa: abitudini, sembrano, d'un mercante d'olii. Volentieri gli offrirei il mio posto, se al mio fianco non sedesse il fratello gemello del suo vicino.

[Michele Saponaro, Peccato, Edizioni Mondadori, 1932.]

Citazioni[modifica]

  • L'aroma del fieno inebria come un vino generoso, dà le vertigini come il fermento del mosto. (p. 63)
  • La torre del peccato, decrepita e diruta, non si era raccolto intorno quel piccolo villaggio, quella comunione d'uomini e di bestie, in società quasi primitiva, che sono ancora le masserie nella terra di Puglia: era stata anzi abbandonata e avea offerto asilo a una povera vecchia cenciosa che viveva di elemosine e di sole, su le vie maestre, il giorno, e la notte si rintanava nella torre, per dormire coi pipistrelli e coi gufi: c'era, per questo, tra le felci, un fascio di sterpiglio, umido, e un vecchio bordato. Tutti la fuggivano come si fugge un luogo d'un delitto, il covo di un morbo orrendo; anche la gente che vi lavorava vicino ad arare il prato e a ramicciar l'oliveto la evitava, e nell'ora del riposo preferiva accovacciarsi al riparo di una qualunque muriccia. (p. 65)
  • Ho l'abitudine di rispettare il dolore degli altri: mi pare che il trarre profitto della debolezza nella quale il dolore prostra la carne e lo spirito di una donna sia la più bassa degradazione fisica e psichica in cui è concesso al maschio di cadere. (p. 108)
  • Per scovrire il frutto bisogna romper l'involucro ispido, e non sempre è agevole. Così nella vita; il più dolce frutto che la vita può offrirci è sempre nascosto in un involucro di fastidi e di tormenti. (p. 111, citazione accostata ai fichidindia)
  • Sempre si trova diletto nel rivedere i luoghi dove si è goduta una gioia; è l'umano bisogno di rivivere le ore liete, quando le ore liete son trascorse: così rare e brevi esse sono nella realtà che è necessario, perché la nostra vita nonsi inaridisca, rinnovarle col ricordo, quando non è agevole crearle con l'immaginazione. Il male è che alla memoria non si comanda, ed essa ritiene le ore lieti e le tristi, e come queste soverchiano nella vita le altre, segue che la memoria sia spesso un implacabile nemico. Tuttavia c'è il bisogno, c'è l'istinto di non soffrire che qualche volta comandano. Ma Lasciamo... Ed è per questo che spesso torniamo là dove una donna bella traversò la nostra vita, o dove a lungo induciammo, aspettando che ella venisse; per questo l'innamorato veglia nella notte anniversaria del primo convegno, l'affamato torna dove trovò il pane, e spesso il ladro e l'assassino si aggirano intorno al luogo dove compirono il loro misfatto. La polizia scientifica dovrebbe studiare questo umano bisogno. (p. 117-118)

Bibliografia[modifica]

  • Michele Saponaro, Peccato, Edizioni Mondadori, 1932.

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