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Paolo Arcari

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Paolo Arcari (1902)

Paolo Arcari (1879 – 1955), letterato italiano.

Citazioni di Paolo Arcari

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  • Come leggo? — Sì, ma, anche, ma, insieme, ma, inseparabilmente: — Come rileggo?
    Leggo e rileggo con i due ritmi più diversi e più remoti.
    Leggo adagio, armato di matita, di penna, di uncini, direi, di bastoni; leggo come se centellinassi, come se masticassi, come se mi avventurassi in un terreno ignoto, saggiandolo passo per passo. Tentoni leggo, insomma.
    Rileggo, come da una vetta, spingendo lo sguardo negli orizzonti lontani, contemplando il panorama e superandolo, forse, talora.
    Leggo come attratto e spaurito da una gioia che potrebbe essere vietata, leggo come il bimbo scende lento, la prima volta, nel mare.
    Rileggo a bracciate vigorose, spingendomi al largo d'un balzo, fluido nell'elemento mio.
    Leggo come davanti ad una insidia; rileggo, come reduce tra le cose più amiche e più fide.[1]
  • Il leggere è una voluttà; il rileggere è un'azione che assicura, od un pericolo che esalta.[2]
  • [Pietro Metastasio] Le sentenze sono la parte sempre viva e fresca dell'opera sua: noi possiamo sorridere del poeta drammatico che non sa celare il suo io nemmeno negli istanti della passione, ma dobbiamo riconoscere la valentìa dell'artista che fa della parola il velo elegante di alti pensieri, di osservazioni filosofiche originali ed acutissime sugli affetti e sulle vicende umane.[3]
  • Moltissime sono senza dubbio le ariette del M[etastasio] nelle quali non vera poesia ma c'è soltanto – per dirla col Tommaseovinello di poesia, dove l'arte si svela o la natura si nasconde, dove il bello usurpa la sede del vero, dove col semplice suono della parola si vuol dipingere l'idea, dove il poeta scompare davanti all'artista, l'ideale della facilità fa obliare quello della sublimità, dove «il libertinaggio marinista e l'affettazione» petrarchevole», che il Nostro raccomanda tanto agli altri d'evitare, si insinuano, si palesano, signoreggiano, dove infine il convenzionale trionfa e l'originalità va, mesta, in esilio. Allora che resta a queste arie? Resta sempre la musicalità, musicalità grande, straordinaria oserei pur dire inimitabile; tale che alcuni stranieri, con scarsa conoscenza della lingua italiana, le rammentavano e le declamavano colla facilità maggiore nell'originale, mentre non avrebbero saputo ripetere una sola strofa delle versioni.[4]

Note

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  1. Da Come leggo? Domanda ai più noti scrittori d'oggi, Felice Le Monnier, Firenze, 1935, p. 69.
  2. Da Come leggo? Domanda ai più noti scrittori d'oggi, Felice Le Monnier, Firenze, 1935, p. 69.
  3. Da L'arte poetica di Pietro Metastasio, Libreria editrice nazionale, Milano, 1902, p. 158.
  4. Da L'arte poetica di Pietro Metastasio, Libreria editrice nazionale, Milano, 1902, pp. 95-96.

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