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Paul von Hindenburg

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Paul von Hindenburg

Paul von Hindenburg (1847 – 1934), generale e politico tedesco.

Citazioni di Paul von Hindenburg

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Comandante supremo di tutte le forze tedesche nell'Est

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  • Non si può fare la guerra con il sentimentalismo. Più la guerra viene condotta senza pietà, più è in realtà misericordiosa, poiché pone fine al conflitto più rapidamente.[1]
  • In fondo, la Gran Bretagna è responsabile della guerra. Era invidiosa. Gli uomini d'affari britannici volevano questa guerra. È una guerra [scoppiata] per interessi economici britannici (...). Non proviamo alcuna avversione per la Francia, né per la Russia. Abbiamo grande stima dei francesi. Ma la Gran Bretagna! Odiamo la Gran Bretagna![2]

Capo di Stato Maggiore

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  • Motivando l'annessione delle province baltiche durante il Consiglio della Corona a Kreuznach (18 dicembre 1917) Mi servono per manovrare la mia ala sinistra nella prossima guerra.[3]
  • Nel 1866 si trattò di un duello tra due gentiluomini; nel 1870-71 fummo costretti a punire un monello sfacciato; oggi, invece, dobbiamo mettere al tappeto un mascalzone.[4]
  • A seguito del disastro sul fronte macedone, con il conseguente indebolimento delle riserve del fronte occidentale, e data l’impossibilità di sostituire le ingenti perdite subite nei recenti scontri, non vi è ormai, umanamente parlando, alcuna possibilità per noi di imporre la pace al nemico. I nostri avversari ricevono costantemente rinforzi; i vecchi elementi del nostro esercito resistono ancora e potrebbero ancora opporre una certa resistenza ai rinnovati attacchi del nemico, ma la nostra situazione sta diventando molto precaria e potrebbe in qualsiasi momento costringere il comando dell'esercito a prendere una decisione definitiva. In queste circostanze, è imperativo cessare la lotta per salvare il popolo tedesco e i nostri alleati da sacrifici inutili. Ogni giorno di ritardo in questo senso costa la vita a migliaia di soldati tedeschi.[5]
  • Se rivolgo a Voi queste righe, lo faccio perché mi è stato riferito da fonti attendibili che Voi, come me, da vero tedesco, amate la vostra patria sopra ogni cosa, mettendo da parte opinioni e desideri personali, come ho dovuto fare io per aiutare il mio Paese nell’ora del bisogno. In questo spirito ho unito le mie forze alle Vostre per salvare il nostro popolo da un crollo incombente (...). Il destino del popolo tedesco è stato posto nelle Vostre mani. Dalla Vostra determinazione dipenderà se il Reich tedesco acquisirà un nuovo slancio. Sono pronto, e dietro di me c'è l'intero Esercito, a sostenervi senza riserve. Sappiamo tutti che, dopo questo deplorevole esito della guerra, la ricostruzione del Reich potrà avvenire solo su nuove fondamenta e in nuove forme.[6]
  • In caso di ripresa delle ostilità, siamo militarmente in grado di riconquistare, a est, la provincia di Posen e di difendere la nostra frontiera. A ovest, vista la superiorità numerica dell'Intesa e la sua capacità di circondarci su entrambi i fianchi, non possiamo contare di respingere con successo un attacco deciso dei nostri nemici. Un esito favorevole delle nostre operazioni è quindi molto dubbio, ma come soldato preferirei morire con onore piuttosto che firmare una pace umiliante.[7]

Immediato dopoguerra

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  • Un generale inglese ha affermato, a ragione: «L’esercito tedesco è stato pugnalato alle spalle». Nessuna colpa può essere attribuita al solido nucleo dell’esercito. Le sue prestazioni, così come quelle del corpo degli ufficiali, meritano la nostra stessa ammirazione. È perfettamente chiaro su chi ricada la colpa. Se fosse necessaria un’ulteriore prova per dimostrarlo, la si trova nella dichiarazione del generale britannico e nello stupore assoluto dei nostri nemici di fronte alla loro vittoria.[8]
  • Non sono mai riuscito a capire come mai, qua e là, il bene della Patria dovesse essere sacrificato a meschini interessi di parte; dal punto di vista delle convinzioni politiche, mi sentivo perfettamente a mio agio all’ombra di quell’albero saldamente radicato nel terreno etico-politico dell’epoca del nostro grande e venerabile Imperatore. Quell'epoca, con quelle che consideravo le sue meravigliose glorie, sembrava essere diventata parte di me, e aderivo fermamente ai suoi ideali e principi. Il corso degli eventi nella guerra attuale non è stato certo tale da rendermi particolarmente entusiasta degli sviluppi dei tempi a venire. Uno Stato potente e autosufficiente nel senso di Bismarck era il mondo in cui preferivo muovere i miei pensieri. La disciplina e il duro lavoro all'interno della Patria mi sembravano migliori delle fantasie cosmopolite. Inoltre, non riesco a vedere come un cittadino possa avere diritti se non gli vengono imposti doveri equivalenti.[9]

Presidente

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  • Siete tutti giovani e avete suonato bene per me la Marcia d’ingresso a Parigi. Ma spero che un giorno suonerete questa marcia militare dove dovreste, proprio nello stesso punto in cui mi trovavo io nel 1870.[10]
  • La prosperità può derivare solo dalla pace. Il popolo tedesco è favorevole a ogni mezzo possibile per rendere impossibile la guerra. Ho vissuto tre guerre. Chi ha vissuto tre guerre non potrà mai desiderarne un’altra. Non può che essere un amico della pace. Ma io non sono un pacifista. Tutte le mie impressioni sulla guerra sono così negative che potrei accettarla solo in caso di estrema necessità: la necessità di combattere il bolscevismo o di difendere il proprio Paese.[11]
  • Sono sempre stato monarchico. Nel cuore lo sono ancora. Ormai è troppo tardi per me per cambiare. Ma non spetta a me dire che la nuova via non sia la migliore, la giusta. Potrebbe rivelarsi proprio così.[12]
  • [Ultime parole famose] Hitler è un tipo un po' strambo e non sarà mai cancelliere: diventerà, al massimo, ministro delle poste. (1931)[13]
  • Recentemente mi è stata segnalata un’intera serie di casi in cui giudici, avvocati e funzionari della magistratura, veterani di guerra invalidi e con una carriera impeccabile, sono stati costretti a prendere un congedo forzato e saranno successivamente licenziati per il solo motivo di essere di origine ebraica. È per me personalmente del tutto intollerabile (...) che funzionari ebrei rimasti invalidi in guerra debbano subire un simile trattamento, [soprattutto] poiché, con l’espressa approvazione del governo, ho rivolto un Proclama al popolo tedesco nel giorno della rivolta nazionale, il 21 marzo, in cui mi sono inchinato in segno di riverenza davanti ai caduti della guerra e ho ricordato con gratitudine le famiglie in lutto dei caduti, gli invalidi e i miei vecchi compagni al fronte. Sono certo, signor Cancelliere, che lei condivida questo sentimento umano, e le chiedo, con la massima cordialità e urgenza, di esaminare personalmente la questione e di provvedere affinché vi sia una regolamentazione uniforme per tutti i rami del servizio pubblico in Germania. Per quanto riguarda i miei sentimenti personali, i funzionari, i giudici, gli insegnanti e gli avvocati che sono invalidi di guerra, hanno combattuto al fronte, sono figli di caduti in guerra o hanno essi stessi perso dei figli in guerra dovrebbero rimanere nei loro incarichi, a meno che un caso individuale non dia motivo di un trattamento diverso. Se sono stati degni di combattere per la Germania e di versare il proprio sangue per la Germania, allora devono anche essere considerati degni di continuare a servire la Patria nelle loro professioni.[14]
  • Ringrazio la Provvidenza per avermi concesso, nel crepuscolo della mia vita, di vedere l’ora della rinascita. Ringrazio tutti coloro che, con altruistico patriottismo, hanno collaborato alla rinascita della Germania. Il mio Cancelliere Adolf Hitler e il suo movimento hanno compiuto un passo decisivo verso il grande obiettivo di riunire il popolo tedesco in un’unità interiore al di là di ogni differenza di rango e di classe. So che resta ancora molto da fare e desidero con tutto il cuore che, dietro l'atto di rinascita nazionale e di coesione nazionale, ci sia un atto di riconciliazione che comprenda l'intera Patria tedesca (...). Dico addio al mio popolo tedesco con la ferma speranza che ciò che ho desiderato nel 1919 e che, attraverso un lento processo di maturazione, ha portato al 30 gennaio 1933, maturi fino al completo adempimento e al compimento della missione storica del nostro popolo. In questa ferma fede nel futuro della Patria, sono felice di chiudere gli occhi![15]

Senza data

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  • A metà agosto [1918] non ritenevo che fosse giunto il momento di perdere la speranza in un esito positivo della guerra. Nonostante alcuni episodi preoccupanti, ma isolati, verificatisi nell’ultima battaglia, nutrivo certamente la speranza che l’esercito fosse in grado di continuare a resistere. Ero pienamente consapevole dei sacrifici e delle privazioni che la patria aveva già sopportato e di quelli che avrebbe forse dovuto sopportare ancora.[16]
  • Nel registro della Grande Guerra, la pagina su cui erano riportate le perdite russe è stata strappata. Nessuno conosce la cifra. Cinque o otto milioni?[17]
  • Tutto quello che sappiamo è che, a volte, durante i nostri scontri con i russi, dovevamo rimuovere i cumuli di cadaveri nemici davanti alle nostre trincee, per avere un campo di tiro libero contro le nuove ondate di assalto.[18]

Citazioni su Paul von Hindenburg

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  • Il nome Hindenburg incute terrore nei nostri nemici e infonde entusiasmo al nostro esercito e al nostro popolo, che ripone in lui una fiducia incrollabile. (Theobald von Bethmann-Hollweg)
  • La critica a Hindenburg, Papen e Schleicher non può correttamente fondarsi sull’accusa che essi abbiano intenzionalmente portato Hitler al potere assoluto, ma deve limitarsi alla contestazione che i loro metodi dilettanteschi abbiano finito per provocare proprio ciò che volevano evitare. Non è la malafede, ma la follia politica che si può rimproverare loro: l’imprudenza di dilettanti della politica scatenati sulla Germania a spese della Germania stessa, unita alla violazione della Costituzione, alla debolezza di carattere nelle situazioni critiche e a una sicurezza di sé superiore alla media, nel caso di Papen basata su uno strano miscuglio di pietà e vanità personale. (Arnold Brecht)
  • La vera sorpresa non fu la vittoria di Hindenburg che, vista la mancanza di maggioranze filo-democratiche, era del tutto logica, qualora i comunisti si fossero astenuti. La vera sorpresa arrivò dopo. Fu il fatto inaspettato che Hindenburg si sottomettesse con grande lealtà alla Costituzione di Weimar e mantenesse questo atteggiamento senza esitazione durante il suo primo mandato. Entrambe le parti si aspettavano il suo sostegno ai tentativi della destra di restaurare la monarchia, di abolire i colori della repubblica democratica a favore dell’ex bandiera nero-bianco-rossa, di ridurre i diritti delle classi lavoratrici, di reintrodurre condizioni più patriarcali. La grande sorpresa – delusione da una parte, sollievo dall’altra – fu che non fece nulla di tutto ciò. Durante la campagna elettorale disse che ora aveva letto la Costituzione per la prima volta e l’aveva trovata piuttosto buona. «Se il dovere richiede che io agisca come Presidente sulla base della Costituzione, senza riguardo per partito, persona o origine, non mancherò di farlo». Le promesse elettorali sono spesso semplici sedativi; nessuno si fida di esse. Ma il Feldmaresciallo mantenne la sua per sette anni. Prestò giuramento alla Costituzione davanti al Reichstag. Fece sventolare lo stendardo nero-rosso-oro sopra il suo palazzo e sulla sua auto e non fece alcun tentativo di mostrare invece i colori nero-bianco-rosso. Non fece alcun passo verso una restaurazione monarchica. Svolse le sue funzioni presidenziali coscienziosamente secondo le modalità previste dalla Costituzione. Durante i primi cinque anni, non fece ricorso nemmeno una volta al potere d’emergenza del Presidente ai sensi dell’articolo 48, come Ebert, con grande fastidio di Hindenburg, aveva fatto ripetutamente, e poi lo fece solo su richiesta del Cancelliere Brüning. Per sette anni ha destituito e nominato cancellieri in stretta conformità con la Costituzione, senza tener conto delle sue preferenze personali; il socialdemocratico Hermann Müller è stato cancelliere sotto di lui per due anni (1928–1930). Firmò tutte le leggi approvate dal Reichstag, che gli piacessero o meno, persino la prima proroga della Legge per la protezione della Repubblica nel 1927, sebbene con qualche brontolio riguardo al paragrafo sull’ulteriore esilio delle ex famiglie reali, il “paragrafo del Kaiser”. (Arnold Brecht)
  • Vale la pena sottolineare quattro aspetti relativi all’elezione di Hindenburg. In primo luogo, vi era una stretta correlazione tra l’elettorato che votò per Hindenburg nel 1925 e coloro che sostennero i nazionalsocialisti nel settembre 1930 e nel luglio 1932. In secondo luogo, sia l’elezione che la Giornata di Hindenburg assunsero un’importanza controsimbolica, sottolineando il fatto che i «rossi» non erano più padroni delle strade, ma potevano essere sfidati e sconfitti, non da ultimo dallo Stahlhelm, con il suo consistente seguito di lavoratori. In terzo luogo, l’attivismo di destra non aveva una sede politica consolidata, poiché i nazionalisti conservatori e i liberali di destra non potevano cooperare tra loro, essendo i loro leader – Stresemann e Hindenburg – personalmente antagonisti. Infine, sebbene Hindenburg avesse promesso di difendere la costituzione, la sua elezione significò un ritorno all’influenza, spesso esercitata attraverso canali segreti, delle forze armate e dei grandi proprietari terrieri, poiché il nuovo presidente era di fatto uno di loro. Le élite antidemocratiche della Germania erano tornate al potere. (Michael Burleigh)
  • I vincitori [della Prima guerra mondiale] imposero ai tedeschi tutti gli ideali a lungo perseguiti dalle nazioni liberali dell’Occidente. Essi furono sollevati dal peso del servizio militare obbligatorio e dalla necessità di mantenere un pesante armamento. Gli furono immediatamente imposti gli enormi prestiti americani, sebbene non avessero alcun credito. A Weimar fu istituita una Costituzione democratica, in linea con tutte le ultime innovazioni. Gli imperatori erano stati cacciati e al loro posto furono eletti personaggi insignificanti. Sotto questa fragile struttura infuriavano le passioni della potente nazione tedesca, sconfitta ma sostanzialmente illesa. Il pregiudizio degli americani contro la monarchia, che il Signor Lloyd George non tentò affatto di contrastare, aveva chiarito all’Impero sconfitto che avrebbe ricevuto un trattamento migliore dagli Alleati come repubblica piuttosto che come monarchia. Una politica saggia avrebbe incoronato e fortificato la Repubblica di Weimar con un sovrano costituzionale nella persona di un nipote minorenne del Kaiser, sotto un consiglio di reggenza. Invece, si aprì un vuoto incolmabile nella vita nazionale del popolo tedesco. Tutti gli elementi forti, militari e feudali, che avrebbero potuto schierarsi a favore di una monarchia costituzionale e, per il suo bene, rispettare e sostenere i nuovi processi democratici e parlamentari, erano per il momento allo sbando. La Repubblica di Weimar, con tutte le sue apparenze e i suoi vantaggi liberali, era considerata un'imposizione del nemico. Non riusciva a conquistare né la fedeltà né l'immaginazione del popolo tedesco. Per un breve periodo cercarono di aggrapparsi, quasi per disperazione, al vecchio maresciallo Hindenburg. Da quel momento in poi, forze potenti andarono alla deriva; il vuoto era aperto e, dopo una pausa, in quel vuoto entrò a grandi passi un maniaco dal genio feroce, depositario ed espressione degli odi più virulenti che abbiano mai corroso il cuore umano: il caporale Hitler. (Winston Churchill)
  • Questi successi [Ossia le battaglie di Tannenberg e dei laghi Masuri] consolidarono la reputazione di Hindenburg come generale praticamente invincibile. Attorno a lui si sviluppò rapidamente un vero e proprio culto dell’eroe, e la sua presenza imponente e impassibile sembrava garantire un elemento di stabilità tra le vicissitudini della guerra. In realtà, però, era un uomo di scarsa visione e capacità politica. In molti casi fungeva da copertura per il suo energico subordinato Ludendorff, le cui idee sulla conduzione della guerra erano ben più radicali e spietate delle sue. I trionfi della coppia nell'Est contrastavano nettamente con la situazione di stallo nell'Ovest, dove, a pochi mesi dallo scoppio della guerra, circa otto milioni di soldati si fronteggiavano lungo 450 miglia di trincee dal Mare del Nord al confine svizzero, incapaci di penetrare in modo significativo nelle linee nemiche. (Richard J. Evans)
  • Una volta insediato, e spinto dal suo forte senso del dovere, Hindenburg, con grande sorpresa di molti, si attenne alla lettera della Costituzione; ma, con il protrarsi del suo mandato di sette anni e l'avvicinarsi degli ottant'anni, divenne sempre più impaziente di fronte alle complessità degli eventi politici e sempre più suscettibile all'influenza della sua cerchia ristretta di consiglieri, i quali condividevano tutti la sua convinzione istintiva che la monarchia fosse l'unico potere sovrano legittimo nel Reich tedesco. Convinto della correttezza dell'uso dei poteri presidenziali di emergenza dall'esempio del suo predecessore, Hindenburg iniziò a ritenere che una dittatura conservatrice esercitata a suo nome fosse l'unica via d'uscita dalla crisi in cui la Repubblica era caduta all'inizio degli anni Trenta. Qualunque influenza l'elezione di Hindenburg possa quindi aver avuto nel riconciliare gli oppositori della Repubblica con la sua esistenza nel breve periodo, nel lungo periodo fu un disastro assoluto per la democrazia di Weimar. Al più tardi nel 1930 era diventato chiaro che il potere presidenziale era nelle mani di un uomo che non aveva fiducia nelle istituzioni democratiche e nessuna intenzione di difenderle dai loro nemici. (Richard J. Evans)
  • Le elezioni del luglio 1932 videro il consenso nazista salire oltre il 37%. È vero, scese al 33% quando si tennero nuove elezioni a novembre, non da ultimo perché finalmente cominciavano a manifestarsi segni di ripresa economica, ma il diritto del partito a formare un governo era ormai difficile da contestare, dato che era ancora di gran lunga la forza politica più numerosa nel Reichstag. Da abile intrigante qual era, Papen convinse Hindenburg a scaricare Schleicher e, contro il buon senso del presidente, a nominare Hitler alla guida di una coalizione con il Partito Nazionalista Tedesco, il partito conservatore che, a parte i comunisti, era l'unico ad aver guadagnato un numero significativo di nuovi voti nelle elezioni di novembre. Hitler divenne così Cancelliere il 30 gennaio 1933. Fu così che la democrazia tedesca causò la propria distruzione. Data la paralizzante ostilità tra socialdemocratici e comunisti, l’unico modo per evitare il Terzo Reich sarebbe stato che Hindenburg stesso chiudesse il Reichstag e mettesse al bando i nazisti, un’opzione che non sembra aver preso in considerazione. (Niall Ferguson)
  • Nel 1925, il feldmaresciallo von Hindenburg assunse la carica di presidente della Repubblica. Con questo soldato imperiale, che per le grandi masse del Volk incarnava l’esperienza della Grande Guerra, la democrazia di Weimar acquisì il suo primo pilastro di autorità morale. Con ciò scomparve però anche l’ultima possibilità di rovesciare lo Stato di Weimar illegalmente e con la forza. L’unica possibilità rimasta era quella di prevalere su di esso con mezzi legali. (Walter Frank)
  • Non è solo un monarchico, ma, nel vero senso dell’onorevole vecchio prussianesimo, un Realista. Lo splendore dell’Impero borussiano-militarista degli Hohenzollern è per lui la ragione suprema della creazione del mondo. Le arti, le scienze e la politica gli sono lontane quanto il Monte Athos da Hannover. (Maximilian Harden)
  • In queste ore di profonda apprensione per l’esistenza e il futuro della nazione tedesca, il venerabile leader della Grande Guerra ha fatto appello a noi uomini dei partiti e delle associazioni nazionaliste affinché combattiamo nuovamente al suo fianco, come un tempo facemmo al fronte, ma ora lealmente uniti per la salvezza del Reich in patria. Poiché il venerato Presidente del Reich si è unito a noi con tanta generosità in un impegno comune, noi leader nazionalisti giuriamo davanti a Dio, alla nostra coscienza e al nostro popolo che adempiremo con tenacia e determinazione la missione affidataci come Governo Nazionale. È un'eredità spaventosa quella che stiamo assumendo. (Adolf Hitler)
  • E perché il popolo tedesco non è riuscito a smascherare Hitler prima del 1933? Un evento così precoce come il Putsch di Monaco non avrebbe dovuto rivelare loro chi fosse realmente? Perché, invece di sostenere e coltivare la Repubblica tedesca, l’unica conseguenza gratificante della Prima guerra mondiale, si erano quasi unanimi nel sabotarla, votando per Hindenburg e più tardi per Hitler, sotto il quale, di certo, era diventato molto pericoloso comportarsi come un essere umano decente? (Hermann Hesse)
  • La maggioranza della nazione [tedesca] (...) si voltò verso la più profonda sfiducia nei confronti di coloro che fino ad allora erano stati i suoi idoli, in particolare Ludendorff, che dissociò da Hindenburg e riconobbe come l’uomo che aveva dominato la politica tedesca durante l’ultima parte della guerra, mentre Hindenburg incarnava piuttosto lo spirito patriottico della nazione. A questo proposito è interessante ricordare un commento fatto dal maresciallo Foch, quando nel giugno 1918 gli chiesi la sua opinione sui due principali leader militari tedeschi. Cosa ne pensava, gli chiesi, di Ludendorff? La sua risposta fu: «Un bon soldat!». E come, proseguii, avrebbe descritto Hindenburg? Rispose: «Un grand patriote!». (David Llyod George)
  • Il feldmaresciallo von Hindenburg ha perso il diritto di indossare l'uniforme da campo grigia dell'esercito e di esserne sepolto. Il signor Paul von Hindenburg ha distrutto proprio ciò per cui aveva combattuto in qualità di feldmaresciallo. (Erich Ludendorff, dopo che Hindenburg aveva firmato il Piano Young)
  • Fu così che nacque la Repubblica tedesca, quasi per caso. Se gli stessi socialisti non erano repubblicani convinti, difficilmente ci si poteva aspettare che lo fossero i conservatori. Ma questi ultimi avevano abdicato alle proprie responsabilità. Insieme ai vertici dell’esercito, Ludendorff e Hindenburg, avevano spinto il potere politico nelle mani dei socialdemocratici riluttanti. In questo modo riuscirono anche a far ricadere sulle spalle di questi leader democratici della classe operaia l'apparente responsabilità della firma della resa e, in ultima analisi, del trattato di pace, attribuendo loro così la colpa della sconfitta della Germania e di tutte le sofferenze che una guerra persa e una pace imposta avrebbero potuto causare al popolo tedesco. Si trattò di un trucco meschino, che anche un bambino avrebbe smascherato, ma in Germania funzionò. Condannò la Repubblica fin dall'inizio. (William L. Shirer)
  • Il potere politico in Germania non risiedeva più, come era stato fin dalla nascita della Repubblica, nel popolo e nell’organo che ne esprimeva la volontà, il Reichstag. Era ora concentrato nelle mani di un presidente ottantacinquenne e senile e in quelle di pochi uomini superficiali e ambiziosi a lui vicini, che influenzavano la sua mente stanca e confusa. Hitler lo capì molto chiaramente, e ciò si adattava ai suoi scopi. Sembrava altamente improbabile che potesse mai ottenere la maggioranza in Parlamento. La nuova rotta di Hindenburg gli offriva l’unica opportunità rimasta per arrivare al potere. Non nell’immediato, certo, ma presto. (William L. Shirer)
  • Hindenburg rappresenta per noi l'eternità, la storia, il mito e la fede nazionale, cosicché il compito dei leader nazionali non può che consistere nel far propria, come specifica fede hindenburghiana, la forza morale che egli incarna nel proprio operato. La polemica su Hindenburg non ci è di alcun aiuto. Possiamo progredire solo ispirati da una fede sincera, umile e dinamica in Hindenburg. E la nazione seguirà chiunque, ispirato da questa fede in Hindenburg, rinnoverà e rimodellerà quella Prussia e quella Germania che si riflettono splendidamente in Hindenburg. (Eduard Stadtler)
  • Spero che sarete d'accordo con me quando vi esorto a fare tutto il possibile per impedire il ritiro di Hindenburg. Non dobbiamo in nessun caso assumerci la responsabilità, davanti al giudizio della storia, di aver destituito Hindenburg. Ritengo che persino l'abdicazione del Kaiser sarebbe più facile da sopportare rispetto al ritiro di Hindenburg. (Gustav Stresemann)
  • Agli occhi dell'opinione pubblica, il salvatore della Prussia Orientale era il comandante nominale, Hindenburg. L'anziano generale, richiamato dal pensionamento con indosso la sua vecchia uniforme blu, fu trasformato dalla vittoria in un titano. Il trionfo in Prussia Orientale, lodato e celebrato ben oltre le sue reali proporzioni, consolidò il mito di Hindenburg in Germania. Nemmeno la malizia astuta di Hoffmann riuscì a penetrarlo. Quando, in qualità di capo di stato maggiore sul fronte orientale più avanti nel corso della guerra, accompagnava i visitatori sul campo di Tannenberg, Hoffmann diceva loro: «Qui è dove il feldmaresciallo dormì prima della battaglia, qui è dove dormì dopo la battaglia; qui è dove dormì durante la battaglia». (Barbara Tuchman)
  • “Il Maresciallo e il caporale sono al nostro fianco, impegnati nella lotta per la pace e l'uguaglianza”. (Manifesto elettorale del Partito Nazista)
  • La caduta della Repubblica di Weimar fu, a conti fatti, il risultato di una cospirazione ordita da un ristretto gruppo di uomini potenti vicini al presidente, che complottarono per portare Adolf Hitler al potere. Non c’era nulla di inevitabile in questo sviluppo. Il Terzo Reich non doveva necessariamente nascere. (Eric D. Weitz)

Note

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  1. Nota del novembre 1914 citata in Paul Dehn, Hindenburg, als Erzieher, 1918, p. 12 e in W. W. Coole (a cura di), Thus Spake Germany, London: George Routledge & Sons, 1941, p. 74
  2. Intervista con il senatore Beveridge (marzo 1915), Paul Dehn, Hindenburg, als Erzieher, 1918, p. 43; citata in W. W. Coole (a cura di), Thus Spake Germany, London: George Routledge & Sons, 1941, p. 174.
  3. Citato in John W. Wheeler-Bennett, The Nemesis of Power: The German Army in Politics 1918-1945, London: Macmillan, 1964, p. 511, n. 2.
  4. Paul Dehn, Hindenburg, als Erzieher, 1918, p. 42; citato in W. W. Coole (a cura di), Thus Spake Germany, London: George Routledge & Sons, 1941, p. 217. I "due gentiluomini" sono gli imperatori Guglielmo I e Francesco Giuseppe, il "monello sfacciato" Napoleone III, il "mascalzone" è probabilmente Giorgio V.
  5. Lettera del 30 ottobre 1918 citata in The Times, 31 marzo 1919, p. 12.
  6. Lettera a Friedrich Ebert dell'8 dicembre 1918, citata in John W. Wheeler-Bennett, The Nemesis of Power: The German Army in Politics 1918-1945, London, Macmillan, 1964, p. 29.
  7. Lettera a Friedrich Ebert dopo la presentazione del Trattato di Versailles alla Germania (17 giugno 1919), citata in Andreas Dorpalen, Hindenburg and the Weimar Republic, Princeton University Press, 1964, p. 39 e John W. Wheeler-Bennett, The Nemesis of Power: The German Army in Politics 1918-1945, Londra, Macmillan, 1964, p. 52.
  8. Dichiarazioni rese alla commissione d'inchiesta dell'Assemblea nazionale sulle responsabilità della Prima guerra mondiale (18 novembre 1919), citate in Andreas Dorpalen, Hindenburg and the Weimar Republic, Princeton University Press, 1964, p. 51.
  9. Out of My Life, London: Cassell, 1920, pp. 236-237.
  10. Discorso allo Stahlhelm di Gross-Schwülper, Correspondance de Genève, 19 settembre 1927, citato in W. W. Coole (a cura di), Thus Spake Germany, London, George Routledge & Sons, 1941, p. 332.
  11. Intervista del 1929, citata in "Nations are greatly concerned over death of German President", Berkeley Daily Gazette, 1° agosto 1934.
  12. Time Magazine, 13 gennaio 1930.
  13. Citato in Focus, n. 98, pag. 186.
  14. Lettera al Cancelliere Adolf Hitler del 4 aprile 1933.
  15. Dal testamento di Hindenburg (11 maggio 1934), citato in W. W. Coole (a cura di), Thus Spake Germany, London, George Routledge & Sons, 1941, p. 116.
  16. Citato in David Stewart, James Fitzgerald e Alf Pickard, The Great War: Sources and Evidence, 1995, p. 269.
  17. Citato in Jamie H. Cockfield, With Snow on Their Boots: The Tragic Odyssey of the Russian Expeditionary Force in France During World War I, 1999, p. 28.
  18. Citato in Peter Hart, The Great War: A Combat History of the First World War, 2013, p. 242

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