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Remigio Sabbadini

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Remigio Sabbadini

Remigio Sabbadini (1850 – 1934), filologo e latinista italiano.

Storia del ciceronianismo[modifica]

  • [...] a Roma questioni più o meno oziose di grammatica, di purismo e di stile si dibatteano molto frequentemente: basti per tutte quella tra il Bembo e il Pico. Certo è che nella prima metà del secolo XVI il centro del ciceronianismo è Roma, dove l'accademia romana rappresenta la parte militante, Pietro Bembo il duce. Ciceroniano il papa Leone X, ciceroniani i suoi due famosi abbreviatori il Bembo e il Sadoleto, ciceroniani gli accademici Lelio Massimi, P. Pazzi, Battista Casali, Porcio Camillo, il Marino, il Castellani, Giulio Tomarozi, il Flaminio, l'Ubaldino. Il Bembo sarebbe giunto a dichiarare di preferire lo scrivere ciceroniano al possedere il ducato di Mantova, a cui faceva eco, rincarando la dose, Lazaro Bonamico, che preferiva l'essere ciceroniano all'essere re o papa. (p. 51)
  • Il Petrarca, quantunque non molto apprezzato dagli umanisti come rimatore toscano, pure era sempre tenuto in gran rispetto e le sue poesie volgari venivano lette e suscitavano talora qualche piccola discussione, talora qualche questione più grave e più lungamente dibattuta, come quella che racconterò ora; a quale cioè fra i capitani antichi dovesse darsi la palma. Il Petrarca, nel Trionfo della Fama, lascia incerta la decisione tra Cesare e Scipione, Ecco i suoi versi:
    Da man destra, ove prima gli occhi porsi, | la bella donna avea Cesare e Scipio; | ma qual più presso, a gran pena m'accorsi. | L'un di virtute e non d'amor mancipio[1], | l'altro d'entrambi. (p. 112)
  • Il Petrarca avea saputo mostrare il suo valore artistico e letterario sì nella lingua latina che nell'italiana o volgare; ma già egli stesso si era pentito e domandava perdono di quei suoi sospiri in rima e più volte dichiarò che in faccende casalinghe usava il volgare, perché il latino non si poteva abbassare a simili argomenti. (p. 127)

Vita di Guarino Veronese[modifica]

  • Angela Nogarola, che deve aver vissuto parte a Verona, parte a Vicenza, scriveva versi latini, coi quali essa si indirizzava ai principi di quel tempo, come Pandolfo Malatesta, Giacomo da Carrara, Giangaleazzo Visconti; ai letterati, soprattutto vicentini, come Niccolò Facino, Antonio Loschi, Matteo Orgian. Reminiscenze classiche se ne incontrano, p. e. di Vergilio, Orazio, Ovidio, Lucano, ma il suo stile non è classico e i versi rimati attestano quell'indirizzo ancora barbaro, del quale si piaceva tanto il suo corrispondente vicentino Matteo Orgian. Troviamo in lei anche qualche reminiscenza petrarchesca, il che prova che essa non rimase estranea all'influenza del Petrarca. (p. 7, § 7)
  • Il Crisolora era capitato a Venezia nel 1396 con una ambasciata dell'imperatore di Costantinopoli; ma invece di parlare di politica, incominciò a parlare di letteratura. Spirava per l'aria un nuovo e forte risveglio degli studi classici; per il latino l'Italia potea bastare da sé, ma per il greco aveva bisogno di un maestro. Quale più bella occasione del Crisolora, venuto quasi per miracolo in Italia? Ne approfittò subito Firenze, dove il Salutati alimentava la sacra scintilla suscitata dal Petrarca; e nel 1397 Firenze aveva già il Crisolora professore di greco. (p. 10, § 16)
  • Guarino contava omai ventott'anni. Che aveva egli fatto sino allora di buono? Quel poco di latino barbaro imparato a Padova era ben meschino acquisto per uno, come lui, che si sentiva dentro un irresistibile impulso a progredire. Capì che senza il greco non avrebbe conchiuso nulla e perciò prese una energica risoluzione.
    Morto nel settembre 1402 Giangaleazzo Visconti, il Crisolora lasciò Pavia e si riunì a Venezia all'imperatore greco, che nei primi mesi del 1403 tornato dalla sua visita alle corti di Europa riprendeva la via dell'Oriente. Migliore occasione non poteva offrirsi a Guarino. Ed egli l'afferrò senza esitanza e si accompagnò al Crisolora per imparare da lui il greco. (p. 11, § 19-20)

Note[modifica]

  1. servo

Bibliografia[modifica]

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