Renato Curcio
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Renato Curcio (1941 – vivente), ex terrorista, editore, saggista e sociologo italiano.
Citazioni di Renato Curcio
[modifica]- Nel Collettivo Politico Metropolitano [incubatrice delle future Brigate Rosse], con sede in un vecchi teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre fotografiche. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage di Piazza Fontana il clima improvvisamente cambiò. (da A viso aperto, p. 49)
- Nel '71, quando avevamo da poco cominciato le nostre azioni contro i capetti della Pirelli e della Sit-Siemens, molti compagni di Lotta continua [...] si avvicinarono a noi e qualcuno entrò nella nostra organizzazione. Un travaso che impensierì parecchio i dirigenti della formazione extraparlamentare. Tanto che [...] da parte loro ci arrivò la richiesta di un colloquio per discutere lo sviluppo dei nostri rapporti.[1]
- Mi incontrai con due loro dirigenti, Giorgio Pietrostefani, responsabile del servizio d'ordine, ed Ettore Camuffo [...]. Volevano sondare le possibilità di un'eventuale ipotesi di fusione. O meglio, la nostra disponibilità a confluire nel loro gruppo. Lotta continua è un'organizzazione politica forte a livello nazionale, mi dissero in sostanza, mentre le Br sono un gruppetto senza grandi possibilità di sviluppo. Venite con noi e fate quello che sapete fare meglio: organizzate il nostro servizio d'ordine. Si trattava in pratica della proposta di diventare il loro «braccio armato». Io non me la sentii di reagire subito e risposi che avrei discusso della cosa con i miei compagni.[1]
- Ci riunimmo e fummo subito tutti d'accordo nel dare una risposta dura a quello che [...] appariva come un insulto. Venne stabilito che al successivo incontro sarebbe andato Franceschini [...]. Quelli di Lotta continua ripresentarono la loro proposta aggiungendo che qualcuno di noi - fecero il mio nome - sarebbe anche potuto entrare a far parte della loro direzione politica. Nel caso in cui non avessimo accolto l'invito, ci avvertirono che avrebbero aperto una decisa polemica contro di noi perché [...] non era più possibile «accettare tutto il caos che andavamo creando nelle fabbriche».[1]
- Da quello che mi ha riferito Franceschini la discussione sfociò in uno scontro verbale violento [...]. Scandalizzato e incazzato, il «Mega» urlò che le Br non erano galoppine di nessuno e che se ci battevamo era perché avevamo un nostro credo politico da portare avanti. A quel punto terminò ogni dialogo con i dirigenti di Lotta Continua. Ma i rapporti con i loro militanti di base presenti nelle fabbriche rimase ottimo e alcuni di loro continuarono a confluire nelle Br.[1]
- [In riferimento all'omicidio di due militanti missini di Padova, attuato da componenti padovane delle BR] L'azione non aveva niente a che vedere con ciò che le BR stavano facendo. Non vedevamo nei fascisti un reale pericolo. Mi preoccupai moltissimo. C'era il rischio di stravolgere l'immagine delle BR, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che davano ordine di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine. (da A viso aperto, pp. 94-95)
- Tra le molte scelte che fa uno che decide di fare il rivoluzionario guerrigliero c'è anche quella di accettare la morte, che può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza.[2]
Da E noi lottiamo per la rottura storica
Intervista di Mario Scialoja, L'Espresso, 5 gennaio 1975.
- L'arresto di alcuni compagni non significa la sconfitta della nostra guerra di classe né della necessità della sua organizzazione da parte proletaria.
- La guerriglia è ormai un dato oggettivo della situazione politica italiana ed europea, un bisogno politico delle avanguardie proletarie; il suo sviluppo può essere ritardato, ma non impedito.
- Il comunismo prima che un partito è una concezione del mondo: in questo senso anche in Italia vi sono molti comunisti non iscritti al Pci.
- La classe operaia non va mitizzata. Il giudizio del proletario condizionato, la cui coscienza è manipolata ed "espropriata", non deve fare testo. È un proletario telediretto.
Citazioni su Renato Curcio
[modifica]- Curcio non sparava alle spalle, sparava di fronte, andava di persona a sparare. Naturalmente siamo su delle barricate opposte, ma io stimo Curcio. Lo stimo. È un uomo che secondo me ha delle idee sbagliate ma le serve, le serve da soldato vero. Con un suo galateo. Col suo coraggio. Senza mai rinnegarsi. Non si è pentito! (Indro Montanelli)
- Noi eravamo per la trattativa, Renato per tenersi fuori, ma sapevamo che se ammazzavano Moro avrebbero ucciso anche noi in carcere, per questo ruotavamo in cella con Curcio, poiché per noi era il primo che avrebbe fatto quella fine. (Alberto Franceschini)
- Per lui ho sempre avuto rispetto. Penso che la sua autoemarginazione dalla società prima e l'emarginazione che la società gli ha imposto poi ci abbiano privato di un uomo di valore. Non lo conosco di persona, ma lo stimo, anche se poteva essere lui quello che ha mandato i due ragazzi a spararmi. Non ho rancore: quando la guerra è finita gli avversari si devono stringere la mano e devono brindare alla pace ritrovata. (Indro Montanelli)
Note
[modifica]Bibliografia
[modifica]- Renato Curcio, A viso aperto, Mondadori, Milano, 1993. ISBN 88-04-36703-2
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