Repubblica Napoletana (1799)

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Citazioni sulla Repubblica Napoletana (1799).

Giuseppe Galasso[modifica]

  • La qualità culturale, morale e anche politica di questa prima classe liberale e democratica napoletana era altissima; rappresenta addirittura un culmine nella storia della città e del paese. Ma proprio il loro impegno e il loro sacrificio dovevano dimostrare che la guida, la leadership intellettuale non poteva surrogare quella sociale ed economica e che molte cose mancavano, da questo punto di vista, a Napoli per essere la Parigi, in tutti i sensi, del Mezzogiorno. La storia di Napoli come capitale pagava qui il suo primo e decisivo pedaggio. I privilegi di capitale, la dimensione metropolitana non corroborata da un'adeguata spinta interna, la coltivazione del parassitismo, l'emarginazione di grandi masse in una dura condizione proletaria si rivelavano come una strozzatura attraverso la quale anche una rottura rivoluzionaria poteva difficilmente passare.
  • La vittoria francese, a cui essi [i rivoluzionari napoletani] dovevano la vita della Repubblica, limitava, però, d'altro canto, la loro azione. E la Francia del 1799, pur agitando ancora le parole di rivoluzione e di libertà, operava ormai da tempo con la logica brutale di una grande potenza in espansione. Perciò anche a Napoli il rapporto con lo Stato-guida della rivoluzione e della causa rivoluzionaria si traduceva in un rapporto di subordinazione dei rivoluzionari periferici. Anche a Napoli i francesi pensavano come a un'area di sfruttamento e di rapina di risorse e di mezzi e come moneta strategica e moneta diplomatica, come merce di scambio sul piano strategico e sul piano diplomatico nel gioco internazionale di cui la Francia era protagonista. La prima preoccupazione dei rivoluzionari doveva, quindi, essere quella di soddisfare le richieste, soprattutto finanziarie, dei rappresentanti di Parigi.
  • Nella capitale [...] era rimasta come elemento capace di una grande azione di massa, soltanto l'enorme massa sottoproletaria: una massa che poteva determinare situazioni di sovvertimento e di sconvolgimento della vita cittadina, ma non una presenza significativa come quella dei contadini legati alle sorti del regime feudale e alle vicende della terra[1]. Del resto, proprio il 1799 doveva dimostrare che ora, a differenza della Francia, le sorti del paese non si decidevano più nella capitale e che, come accadrà fino alla caduta del Regno nel 1860, sarebbero state le province a determinare gli equilibri di forza decisivi.

Vittorio Gleijeses[modifica]

  • I rivoluzionari napoletani furono i primi martiri del risorgimento; anche se non lottarono per l'unità d'Italia essi diedero la spinta al risveglio rivoluzionario italiano, che nella lotta per i propri diritti ritenne di trovare la dignità di se stesso nel desiderio di libertà, e la volontà ferma di autogovernarsi in una patria unita.
  • Questi idealisti, spinti dalla loro fede ed illusi dalla loro bontà ed onestà, cercarono di tener su la debole repubblica anche quando i francesi li lasciarono sorretti solo dal loro coraggio: tentarono il capovolgimento delle classi e il rinnovamento interno della capitale nella speranza di poter trascinare anche le province, ma tutto si risolse, per quei napoletani che aderirono, in un battesimo di sangue che ebbe il solo merito di rafforzare lo spirito dei patrioti d'oltr'Alpe e dare l'avvio alla storia del risorgimento.
  • Una repubblica su basi straniere, però, non da tutti sentita sul nascere, per la brevità del tempo... di incubazione, impotente ad estirpare la mentalità dei nobili e dei ricchi proprietari sia ecclesiastici che laici, tenuta su da armi straniere senza un esercito né un capo proprio che potessero bilanciare il potere di un generale francese, non poteva durare. [...] I patrioti inneggianti alla «libertà» erano pochi intellettuali con tutte le pecche degli intellettuali: idealisti, privi di senso pratico, dotato di scarso spirito organizzativo, e fiduciosi nei francesi, che prima o dopo, li avrebbero abbandonati a se stessi: lo Championnet e poi il «brutale» Mcdonald e il «traditore» Mèjan li agganciarono alla loro condotta, mentre forse da soli avrebbero potuto ottenere dal sovrano almeno una parte delle concessioni per le quali si battevano.

Note[modifica]

  1. I contadini erano interessati alla soppressione degli abusi e delle usurpazioni baronali, non del regime feudale cui erano legati da un sistema di usi e consuetudini che assicuravano loro vantaggi marginali, ma indispensabili alla loro precaria sussistenza. Cfr. più dettagliatamente Intervista sulla storia di Napoli, pp. 130-131.

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