Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città

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Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città, libro scritto nel 2010 da Gianni Biondillo e Michele Monina.

Citazioni[modifica]

  • Storie di migranti. Quelle che ho visto con i miei occhi. Extracomunitari che alle cinque del mattino – all'ora che era del risveglio dei nostri nonni contadini – arrivati chissà da che parte della città, attraversano il parcheggio, la rotatoria, superano lo svincolo, scavalcano il guardrail – proprio come stiamo facendo noi ora – e aspettano i furgoni dei caporali che li porteranno nei cantieri meneghini, a fare più bella e più moderna una città che di giorno non li vuole fra i piedi, ma di notte chiede loro di svegliarsi e di scendere dalla branda per venire qui al mercato delle braccia. Storie di lavoro nero, di lavoro occultato.[1]
  • L'identità di un popolo, così come il paesaggio di una nazione, sono sempre in divenire, in movimento; ridefiniscono i confini, ogni giorno si rimettono in gioco e patteggiano il loro essere nel mondo.[2]
  • Se c'è un dovere delle autorità (e di chi racconta questa città [Milano]) è quello di far sì che questo quartiere storico  quale? quale? della periferia meneghina non diventi un incunabolo di odio razziale e intolleranza, ma un laboratorio di civiltà. Tutelando, come è giusto, la sicurezza sociale, ma non perdendo di vista quanto la politica dell'emergenza paghi nell'immediato in termini di consenso ma abbia, nel tempo, il fiato cortissimo, lasciando gli abitanti del posto soli, l'uno contro l'altro armati. Qui come a Gratosoglio, a Crescenzago, a Quarto Oggiaro, a Baggio. Ci vogliono progetti a lunga distanza. Progetti coraggiosi, anche se impopolari, che sappiano risolvere la convivenza civile. Ci vuole politica, non antipolitica. (p. 156)  fonte? fonte?
  • Ecco dove mettiamo gli zingari a Milano (mi torna alla mente il campo di via Idro, dalle parti della Gobba). Come i cimiteri, le carceri, gli inceneritori... lontano dagli occhi, ché disturbano nella loro fastidiosa irriducibilità. I campi rom mi inquietano. Sono una contraddizione in termini: se sono nomadi perché dovrebbero vivere in un campo? E' il "paese dei campi", l'Italia, e la cosa mi disturba. La verità è che non sono più nomadi da almeno due generazioni. "Nomadi" è una nostra definizione, fra di loro non si chiamano così. Siamo noi (cos'è questo noi identitario? Con chi mi sto identificando? Anche con quelli che vorrebbero bruciarli, quei campi?) che nominandoli in quel modo è come se, magicamente, volessimo vederli via, prima o poi. Fuori dalle palle. Ma dove? La cosa davvero incredibile è che il popolo rom è il più odiato d?Europa, ed è anche l'unico che non ha mai fatto la guerra a nessuno. Bisogna uccidere, prevaricare, omologare, per essere amati e rispettati? (p. 205)  fonte? fonte?

Note[modifica]

  1. Da Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città. Citato in Il Calendario del Popolo, 5 dicembre 2012, n. 757, Teti, Roma, 2012, p. 38.
  2. Da Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città, Ugo Guanda Editore. Citato in Il Calendario del Popolo. Periferie fisiche, periferie mentali, 5 dicembre 2012, n. 757, p. 40.