Jeffrey Fleishman

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Jeffrey Fleishman, scrittore e giornalista (Los Angeles Times) statunitense.

Tibet, lunga marcia verso la libertà[modifica]

Incipit[modifica]

Seicentocinquanta chilometri attraverso le montagne dell'Himalaya, tra le più scoscese e accidentate della Terra. Con temperatura sotto zero, poco cibo e il rischio di finire in braccio ai soldati che pattugliavano i passi. Ma non c'erano alternative per il gruppo di 15 persone – uomini e donne – se volevano tornare a essere liberi.
Da quando è stato invaso dalla Cina, negli anni Cinquanta, il Tibet subisce una delle più brutali persecuzioni religiose del secolo. Dei 7000 monaci che 40 anni fa ospitava il monastero di Drepung, per esempio, oggi ne rimangono appena 500.

Citazioni[modifica]

  • L'ultima speranza per i 15 che sognavano la libertà stava nell'affidare le loro vite alla guida che dietro compenso aveva accettato di condurli in Nepal. Da lì avrebbero cercato di raggiungere Dharamsala, in India, dove viveva il loro capo, il Dalai Lama. (p. 43-44)
  • I soldati cinesi dormivano, una fortuna cui non era estraneo l'Oracolo, il vecchio saggio dal volto pieno di rughe che Dorje era andato a trovare a Lhasa qualche giorno prima. (p. 44)
  • Jampa era l'unico che avesse conosciuto il Tibet libero. Poi, durante la Rivoluzione Culturale cinese, era stato messo in carcere e picchiato. «La situazione non è cambiata, io invece sì, sono più vecchio» si lamentava, aggiungendo che oggi molti degli occupanti cinesi «considerano i monaci tibetani il peggio del peggio, peggio perfino dei ladri». (p. 46-47)
  • Questo era uno come me, uno che aveva grandi sogni e grandi speranze. Ma è morto quassù, senza mai raggiungere la libertà. (p. 48)

[Jeffrey Fleishman, Tibet, lunga marcia verso la libertà, Philadelphia Inquirer Magazine, 1996; citato in Selezione dal Reader's Digest, settembre 1997]